| 04 luglio 2016

Inesauribile Giorgio Di Centa: "Ho quasi 44 anni, ma ancora non mi fermo"

L'oro olimpico della 50km delle Olimpiadi di Torino farà ancora un'altra stagione: "Non ho in programma di gareggiare anche in Coppa del Mondo, ma se i Carabinieri me lo chiedessero ... L'oro a Torino? Quella vittoria era nel destino"

Di Centa dopo aver vinto l'oro a Torino (Foto Coni)

Di Centa dopo aver vinto l'oro a Torino (Foto Coni)

Il prossimo 7 ottobre Giorgio Di Centa, vincitore di due medaglie d’oro alle Olimpiadi del 2006 a Torino e portabandiera dell’Italia ai Giochi Olimpici di Vancouver quattro anni dopo, festeggerà 44 anni e lo farà ancora sugli sci. A dargli la forza di continuare contro atleti più giovani di lui è la grande passione per questo sport, i geni che ha ricevuto da una famiglia di sportivi e anche l’attaccamento al Centro Sportivo dei Carabinieri, per il quale gareggia. L’atleta ha ancora voglia di allenarsi e di gareggiare, come ha ammesso nell’intervista che ci ha gentilmente rilasciato.

Giorgio Di Centa, tra pochi mesi compirà 44 anni: lo farà ancora sugli sci?
«Si, l’abbiamo deciso in primavera insieme al Centro Sportivo Carabinieri, perché ho fatto una bella stagione (a 43 anni ha gareggiato anche in Coppa del Mondo ndr), fisicamente sto bene e il Centro Sportivo ha ancora bisogno di me, dal momento che solo da poco tempo sono ripartiti con i nuovi arruolamenti di giovani e siamo ancora carenti. Il prossimo anno poi ci sarà l’unione con la Forestale, quindi ho deciso di continuare ancora in questo anno di transizione per il Centro Sportivo».  

Anche il prossimo anno disputerà delle gare di Coppa del Mondo?
«In programma non ho gare di Coppa del Mondo, ma se anche quest’anno dovessi essere in condizioni di forma eccezionali e il Centro Sportivo dovesse chiedermelo, allora sarei disposto a farlo per una gara italiana. L’obiettivo della stagione è però quello di fare bene con il Centro Sportivo nella Coppa Italia e nei momenti liberi di fare qualche gara in giro per l’italia e la Marathon Cup. Poi in questa stagione ci saranno anche le Olimpiadi Militari a Sochi».  

Com’è nata la sua passione per questo sport?
«Mio papà era maestro di sci e ha generato una famiglia di sportivi. Lui, che oggi ha 90 anni, ci ha inculcato questo bellissimo modo di esprimersi attraverso lo sport, di farci conoscere in maniera semplice, come siamo noi carnici. Oltre a questo, da piccolo ebbi l’asma e lo sport mi aiutava a stare meglio. Sono stato molto fortunato, perché quando hai dei genitori che ti trasmettono motore, testa, passione e voglia, i risultati vengono da sé. Non è un caso che io sia ancora nello sport, così anche mia sorella e mio fratello».  

All’inizio della sua carriera è stato difficile affacciarsi in Coppa del Mondo e portare lo stesso cognome di sua sorella Manuela?
«Questa cosa l’ho affrontata sempre molto serenamente, anche perché lei mi ha sempre aiutato, fin da quando ero piccolo, quando mi portava dei materiali d'avanguardia, mi dava consigli e mi portava con lei ai raduni della nazionale. In uno di questi si accorse che andavo forte. Avevamo fatto una ripetuta e io ero stato messo a fare la lepre, ma lei non riuscì a riprendermi, così i tecnici gli dissero che avevo talento. Ero riuscito ad arrivare al suo livello a 17 anni, quando lei era al top».

Il momento più bello della sua carriera arrivò alle Olimpiadi di Torino, quando vinse due ori in staffetta e nella 50 chilometri. Ce lo racconti.
«Già nel 2002 fu bellissimo vincere l’argento con la staffetta a Salt Like e fu un grande stimolo in vista delle Olimpiadi di casa. Lavorai quattro anni per i Giochi di Torino e fui molto fortunato, perché si crearono tutte le condizioni ideali, un puzzle nel quale tutti i pezzi andarono al loro posto in modo naturale: si gareggiava in Italia, avevo l’età giusta, i materiali erano perfetti e anche le gambe, così arrivarono questi 2 ori».  

L’oro nella staffetta fu bellissimo, ma immagino che quella della 50 chilometri le abbia dato qualche emozione in più.
«Sono stati entrambi belli, ma ovviamente quello della 50 rappresentava per me un sogno, anche per tutto ciò che ha generato successivamente, perché la gente ha cominciato a vedermi in un modo diverso, a osannarmi e questo mi ha fatto sentire strano, perché avevo fatto il mio dovere. La cosa strana è che quella è stata la mia prima vittoria in carriera in una gara individuale, perché in Coppa del Mondo il mio unico successo lo conquistai solo nel 2010. Quella vittoria fu una grande sorpresa, perché se uno non è abituato a vincere solitamente nel finale è un po’ incerto. Però, come ho detto già prima, quel giorno fu tutto perfetto, forse anche perché venivo dall’oro nella staffetta e non avevo nulla da perdere. Quella vittoria era nel destino».  

Nel 2010 è stato portabandiera alle Olimpiadi di Vancouver. Che significato ha avuto per lei?
«Per me è stato un grande onore, anche se da un certo punto di vista è stato anche un peso perché quella responsabilità ti viene data se hai fatto un grande risultato. Comunque è bellissimo rappresentare l’Italia e sono stato orgoglioso di guidare la nostra nazionale a Vancouver. Purtroppo non vincemmo molte medaglie in quei Giochi, ma per me resteranno sempre delle grandi Olimpiadi, perché l’aver fatto il portabandiera è stata una grande cosa, che mi è rimasta dentro anche come militare».  

Oltre che appassionato di sport, è anche una persona molto attaccata al Centro Sportivo Carabinieri.
«Per noi atleti i Gruppi Sportivi sono tutto, se questi non ci fossero lo sci di fondo non esisterebbe e con esso anche gli altri sport considerati minori. Un'atleta purtroppo non può sostenersi da solo, così quando finisce la scuola deve fare una scelta e spesso è costretto a rinunciare allo sport per una questione di soldi, perché la famiglia non può sostenerlo economicamente all’infinito. Il corpo militare aiuta lo sportivo e fa in modo che questo possa esprimersi e nel frattempo avere anche un’entrata economica per vivere. Purtroppo negli anni passati nei Carabinieri sono stati fatti pochi arruolamenti di sportivi e questo ci ha messo un po’ in difficoltà. Per fortuna però le cose stanno cambiando e c’è un grande sforzo da parte del nostro Centro Sportivo che è tornato ad arruolare molti giovani. Sono contento perché secondo me l’atleta può fare la differenza anche come carabiniere, perché quando sei atleta hai dentro di te un modo di vivere e pensare che fa sempre la differenza».  

Tornando allo sci di fondo, come giudica il momento attuale dell’Italia?
«Per me oggi è un po’ difficile giudicare, perché lo guardo dall’esterno come voi. Nella stagione passata abbiamo avuto uno straordinario Pellegrino e anche De Fabiani è stato bravissimo nelle grandi distanze. In generale però c’è ancora molto da lavorare, perché per avere un gruppo completo c’è bisogno che ottengano degli ottimi risultati anche gli altri ragazzi. Il lavoro più grande da fare oggi non è sul singolo ma sulla squadra, per tornare a ottenere degli ottimi risultati globalmente. Nel panorama femminile abbiamo qualche problema in più: dobbiamo ricostruire la squadra e tornare a portarla in alto».

 

Giorgio Capodaglio

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