Sci alpinismo | mercoledì 19 aprile 2017

Katia Tomatis: da impiegata in banca a leader della nazionale di sci alpinismo

Abbiamo intervistato l'azzurra che ha chiuso la Coppa del Mondo con due ottimi terzi posti: "Mi aspetta un'altra stagione, poi mi fermerò per dedicarmi al rifiugio e diventare mamma; il lavoro in banca mi stava stretto, così l'ho lasciato per seguire il mio sogno, la montagna"

Katia Tomatis insieme ai suoi tifosi

Ha chiuso la Coppa del Mondo con due bellissimi podi nell’individuale e nella vertical di Val d’Aran, ora si sta preparando ad affrontare il Mezzalama, dividendosi tra il lavoro e l’allenamento. Katia Tomatis è la leader della nazionale italiana di sci alpinismo, un punto di riferimento per le sue compagne più giovani, che lei segue sempre con molta attenzione dall'alto della sua esperienza, essendo classe 1981. Ma al di là dell'essere un’ottima atleta, la cuneese ha anche una storia molto interessante, quella di una persona che ha avuto il coraggio di cambiare radicalmente la sua vita, lasciando il posto in banca per gestire il Rifugio Malinvern nelle Alpi Marittime, nel comune di Vinadio. Nel frattempo, pur non facendo parte di alcun corpo sportivo militare, ha continuato ad allenarsi, arrivando a essere protagonista e simbolo dello sci alpinismo italiano. Sono quindi tanti i temi che abbiamo affrontato, nella seguente intervista, con l’atleta nativa di Borgo San Dalmazzo e residente oggi a Vinadio.

Ciao Katia. La stagione di Coppa del Mondo si è conclusa per te molto bene, con due podi nell’individuale e nella vertical di Val d’Aran.

«E pensare che inizialmente non volevo nemmeno andare in Val d’Aran, perché dopo l’infortunio ero stanca di guardare le classifiche per vedermi indietro, non sapevo se avevo ritrovato la forma migliore. Invece, durante la gara mi sono sentita bene, ho vissuto uno di quei giorni in cui parti e gira tutto per il meglio. Evidentemente mi piacciono i finali di stagione (ride ndr), visto che anche lo scorso anno sono salita sul podio all’ultima gara. Però non avrei mai immaginato di riuscirci quest’anno, perché dopo l’infortunio accusato al Mondiale, mi sono fermata per più di dieci giorni e quando ho ripreso non sentivo il ginocchio stabile, non riuscivo a fare ciò che volevo. Invece le cose sono andate molto bene».

Ora parteciperai anche al Mezzalama?
«Si e sarò in squadra con Alba De Silvestro e Axelle Mollaret. Siamo un team molto competitivo, anche se sarà molto difficile, quasi impossibile, battere il trio formato da Laetitia Roux, Emelie Forsberg e Jennifer Fiechter».

Torniamo indietro nel tempo: com’è nata la tua passione per lo sci alpinismo?
«Premetto che lo sport mi è sempre piaciuto, fin da quando ero bambina, ho anche praticato lo sci alpino fino a vent’anni. Un giorno, mentre ero in discoteca, un mio amico mi propose di andare con lui a fare sci alpinismo la mattina successiva. Io accettai, perché ero sempre stata curiosa di provare questa disciplina. Questo ragazzo andava con la tavola, mentre io avevo sci da discesa, scarponcini e ciaspole. Diciamo che non avevo proprio l’equipaggiamento consono. Per tutto l’anno andai così, perché tanto non mi sentivo fuori luogo, visto che i miei amici erano tutti con la tavola. L’anno dopo, però, mi attrezzai con i materiali giusti, perché non ero un highlander (ride ndr), non potevo certo spaccarmi la schiena con sci pesanti come quelli da discesa».

Quando hai iniziato a praticare sci alpinismo a livello agonistico?
«Dico la verità, inizialmente non ci avevo proprio pensato, per me era solo divertimento. Un giorno, però, ho iniziato a uscire con un ragazzo, che oggi è mio marito, il quale si stava preparando per partecipare al Mezzalama. A poche settimane dall’evento sono rimasti in due e mi ha chiesto di gareggiare con loro. Inizialmente sono stata un po' restia, poi mi ha convinto e ho partecipato a un’altra gara, qualche giorno prima, per provare. Quindi ho preso parte al Mezzalama con loro. Qualche tempo dopo ho vinto una gara sulla Bisalta e questo mi ha motivato a fare sul serio, perché sono sempre stata competitiva».

Alla Coppa del Mondo sei arrivata tardi.

«Si, perché ho lavorato in banca fino al 2012. Il lavoro d’ufficio, però, mi stava stretto, così andai dal mio capo per licenziarmi, perché volevo gestire un bar a Sant’Anna di Vinadio. Lui mi convinse a non licenziarmi e prendermi soltanto un periodo di aspettativa. Qualche mese dopo, circa a novembre, ripresi a lavorare in banca, anche se non era quello che volevo. Proprio negli stessi giorni venni contattata dal CAI di Ceva, proprietario del Rifugio Malinvern, e mi venne proposto di prenderlo in gestione. Andrai a vedere il rifugio con mio marito e decisi immediatamente di accettare. Ci misi un po’, però, a dare le dimissioni definitive dalla banca, che arrivarono solo a febbraio, e, dopo due mesi in cui continuai a lavorare in banca per il passaggio di consegne, visto che ero lì da dodici anni, cominciai finalmente a fare ciò che volevo fin dall’inizio. Il lavoro al rifugio mi prende tantissimo tempo l’estate e per buona parte della primavera, ma ho molto tempo libero per allenarmi al meglio durante l’autunno e l’inverno».

Hai passato qualche notte insonne prima di prendere una decisione?
«Non ho sofferto tanto la scelta di lasciare la banca, perché sapevo di non voler più fare quel lavoro, mentre qualsiasi soluzione che significava stare in montagna, rappresentava il mio sogno. Poi questo rifugio è perfetto, perché è vicino alla mia casa. Non potevo trovare una soluzione migliore. La decisione, quindi, è stata semplice, mentre devo ammettere di aver passato delle notti insonni, quando dovevo comunicare la scelta di andarmene, perché avevo un ottimo rapporto con i miei colleghi, mi dispiaceva allontanarmi da loro, tanto che ci frequentiamo ancora. Questa è stata l’unica cosa difficile».

Ti saresti mai aspettata, quando hai disputato le prime gare di sci alpinismo, di arrivare a essere la leader della nazionale italiana?
«Non mi sarei mai immaginata di arrivare così in alto, anche perché non pensavo proprio di essere tanto brava in questo sport. I miei amici mi spingevano in maniera incredibile perché ci credessi e mi portavano con loro in quelle gare dove c’è più visibilità, proprio per farmi notare. Io pensavo di poter fare bene, ma non cosi tanto da arrivare in nazionale. Sicuramente il mio lavoro mi ha aiutata moltissimo, perché mi ha consentito di allenarmi al meglio e di essere più tranquilla, rendendo tutto più semplice».

Nel Mondiale del 2015 hai ottenuto due medaglie a squadre e un quarto posto nell’individuale: lì hai capito il tuo reale valore?
«Certamente quel Mondiale è andato meglio rispetto alle mie aspettative, mai avrei creduto di battagliare con Emelie Forsberg. Come in Val d’Aran, mi sono sentita in grande forma, una giornata in cui tutto è andato bene senza nemmeno capire perché. Sicuramente quel risultato mi ha messo ancora più motivazioni e fatto capire di avere grandi mezzi».  

Quali sono i tuoi obiettivi futuri?
«Sicuramente parteciperò alla prossima stagione con l’obiettivo di migliorarmi, come ho sempre fatto. Poi, però, mi fermerò, perché mi sono data un limite di tempo. Fosse per me continuerei ancora per cinque o sei anni, ma devo anche concentrarmi sul lavoro e poi voglio anche avere dei figli. Ormai il treno delle mamme giovani, però, l’ho perso (ride ndr), quindi un’altra stagione me la concedo, perché un anno in più o in meno cambia poco».

Come vedi il futuro dello sci alpinismo italiano femminile?
«Bene, perché l’Esercito ha iniziato a investire sulle donne. Alba (De Silvestro ndr) e Giulia (Compagnoni ndr) sono entrate, quindi per loro diventa un lavoro a tutti gli effetti. Io partecipo alle gare e lavoro, lo stesso vale per Elena (Nicolini ndr) e Martina (Valmassoi ndr). Al contrario nostro, queste ragazze, che hanno grande talento, avranno anche la possibilità di pensare solo allo sci alpinismo e fare i ritiri, che sono un valore aggiunto. Tra gli uomini il lavoro dell’Esercito ha portato dei grandi risultati e sono convinta che lo farà anche tra le donne. Il fatto che l'Italia si sia decisa a investire anche sulle donne è fantastico, perché le atlete possono pensare solo ad allenarsi. Mi sarebbe piaciuto avere questa possibilità, ma mi sono svegliata tardi (ride ndr)».

Qualche rimpianto?
«No, sono contentissima della mia vita e non la cambierei per nulla al mondo, anche perché mi piace non dover rispondere a nessuno, se non a me stessa».

Come vedi la possibilità dell’ingresso dello sci alpinismo ai Giochi Olimpici?
«Penso che sarebbe stato più bello se fosse entrato prima, perché per me lo sci e la neve sono la prima passione, tanto che se ci fosse la neve tutto l’anno, non mi stuferei. Quindi partecipare alle Olimpiadi invernali sarebbe il massimo per me. Tornando alla domanda che mi hai fatto, credo che lo sci alpinismo sia bello anche da vedere, perché la sprint è stata inserita proprio per far si che fosse più facile, per il pubblico, vedere cos’è lo sci alpinismo in pochi minuti. Spero entri alle olimpiadi, anche se dovesse farlo solo con la sprint, che non è lo sci alpinismo vero, come il Mezzalama o il Pierra Menta, ma un suo riassunto in breve. Certo, mi sarebbe proprio piaciuto se lo sci alpinismo fosse arrivato ai Giochi nel 2018».

La possibilità olimpica potrebbe spingerti a tornare alle gare dopo aver fatto un figlio?
«Ti dico la verità, la mia idea è di provarci, anche se dovrò convincere mio marito ad appoggiarmi (ride ndr). Nello sci alpinismo il range tra i trenta e i quaranta anni è buono per ottenere degli ottimi risultati, perché le gare sono lunghe e un atleta si conosce bene. Tutto è fattibile».

C’è una gara in particolare che vorresti vincere prima di fine carriera?

«Anche se quest’anno la vedo molto difficile, mi piacerebbe tanto vincere il Mezzalama. Un’altra gara da sogno è il Pierra Menta, che secondo me è la gara delle gare, quattro giorni su percorsi tecnici e lunghi, con tantissimo pubblico. È la mia preferita e quest’anno nemmeno ho potuto parteciparvi, perché ero infortunata».

In conclusione, ci sono delle persone che vuoi ringraziare per la tua carriera?
«Sicuramente tutti i miei amici, che mi hanno sempre appoggiato; mio martito per la pazienza e soprattutto perché mi lascia partire per le trasferte anche nel periodo lavorativo; infine mio padre, che mi sprona in tutto»

Giorgio Capodaglio

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