Canins Maria

A fine dicembre del 1995 Maria Canins ha chiuso con il ciclismo. A 46 anni (è nata il 4 giugno 1949 a Badia e risiede a La Villa) non ha più rinnovato la licenza da senior B. Il ciclismo agonistico, quello attuale del frequenzimetro e delle metodologie, dei medici che invece di curare fanno i preparatori o, peggio ancora gli "stregoni", non faceva più per lei che ha sempre vissuto lo sport come passione, come divertimento, come mezzo per vedere il mondo al di fuori delle sue montagne della Val Badia.

A fare la differenza, nello sci di fondo, come nella corsa in montagna, negli skiroll e nel ciclismo, è stata la sua gran classe, un fisico di ferro, la capacità di adattarsi a qualsiasi situazione e alle condizioni più avverse sempre con il sorriso sulle labbra di chi, comunque vada, è soddisfatto di quanto ha ottenuto.

Non ha però attaccato la bici al chiodo: ha lasciato il mondo delle corse per passare fra le file anonime delle decine di migliaia di cicloamatori. La bicicletta, che è stato ed è il suo mezzo di spostamento abituale, ha contato troppo nella sua vita perché potesse essere messa da parte. Con la mountain bike ha continuato le sue passeggiate fra i boschi della Val Badia e con la bici da corsa scala sempre i passi dolomitici che, per vent'anni, sono stati il suo abituale terreno di allenamento. Sempre e ancora in compagnia del marito Bruno, che l'ha portata allo sport agonistico facendole da allenatore, accompagnatore e meccanico. Un unico rammarico: quello di non poter avere al suo fianco, sugli sci o in bicicletta, la figlia Concetta che pure, da bambina, aveva dimostrato di saperci fare. Studentessa universitaria, è di quella generazione che certe fatiche preferisce evitarle.

Mi parve giusto, nel momento in cui la mamma volante" staccava la spina dell'agonismo, ricordare su una rivista specializzata quale donna eccezionale sia stata Maria Canins. E mi sembrò doveroso che a farlo fossi io che Maria l'ho conosciuta da vicino, quando ancora faceva fondo, studiandone per anni ogni mossa per trovare un punto debole che non c'era. Si era verso la fine degli anni '70 e la Canins era tornata alla grande nel mondo dello sci per riprendersi quel titolo italiano che Sonia Basso, sulle nevi di casa, ad Asiago, le aveva strappato nel 1977 con una rimonta finale incredibile e che, anche l'anno successivo, causa la maternità, aveva dovuto lasciare a Guidina Dal Sasso. Il 1979 doveva essere l'anno del riscatto. L'unica a poterla contrastare era la Dal Sasso; la Basso, dopo una stagione da dimenticare, costituiva un'incognita legata a quello che io, diventato nel frattempo quasi per caso suo allenatore, sarei riuscito a cavar fuori da questa ragazza meno dotata di classe e di tecnica, ma con una volontà di ferro e, quel che più conta, una gran serietà nell'allenamento e una disciplina assoluta nelle metodiche di preparazione.

Il suo solo vantaggio era l'esperienza maturata al mio fianco nei test degli sci, delle solette e delle scioline, che sono fondamentali per fare risultato nel fondo.

I campionati assoluti quell'anno si svolgevano a Passo Coe, sopra Folgaria, nel Trentino. La quota, 1800 metri, e una tormenta di neve mista a pioggia, rendevano ancor più dura una gara che già si svolgeva su un percorso massacrante di per se stesso. Favorite d’obbligo Canins e Dal Sasso, outsider Basso. Ma proprio l'outsider, per una serie di concomitanze favorevoli, questa volta le mise sotto entrambe. Su quella neve  papposa, che richiedeva spinta di gambe più che di braccia, lei che veniva dalla corsa campestre poteva giocarsi le sue carte. Era stata programmata per arrivare al massimo della forma proprio per quell'appuntamento, e per di più si trovò ai piedi un paio di missili. Un prototipo della Spalding per neve bagnata, con soletta di teflon, che avevo avuto modo di provare personalmente alla Marcialonga in condizioni ambientali analoghe. Per tutti era stata la Marcialonga più lenta della storia; per me la più gratificante come piazzamento (nei primi 250, senza un allenamento particolare) e la più veloce, grazie appunto a quel particolare tipo di sci che il reparto corse della Spalding mi aveva dato da testare e ad un mixer di scioline studiato per quel tipo di neve.

Ebbene, Sonia Basso in quella 10 chilometri praticamente non ebbe avversarie: nelle discese e sul piano, dove contava lo scorrimento, i suoi sci ave­vano una marcia in più, sulle salite ci mise invece del suo e vinse con 42" sulla Canins e più di un minuto e mez­zo sulla Dal Sasso. Un miracolo della tecnologia e di una preparazione scien­tifica che era allora nelle conoscenze di pochi, ed io fortunatamente ero fra loro. Mentre i mariti delle due bat­tute, entrambi allenatori e istruttori federali, non riuscivano a capacitarsi di questo inopinato successo e pensa­vano neppur velatamente ad aiuti chi­mici, Maria Canins accettò la sconfit­ta con il suo eterno sorriso sulle labbra.­ Conoscendoci meglio, negli anni successivi saremmo diventati amici, specialmente del marito quando capì che anche un giornalista che faceva l'allena­tore per hobby poteva avere cono­scenze tecniche uguali se non supe­riori a quelle di un allenatore di pro­fessione. E’ solo questione di impara­re il mestiere, "rubando" quei segreti che nessuno ti insegna, e di disporre di relazioni e conoscenze a livello scientifico e tecnologico, sparse un po' in tutto il mondo, che si maturano at­traverso scambi di competenze e che sono sicuramente più facili al giornalista­ specializzato che non al tecnico.

Maria Canins ciclista nacque sulle nevi di Oslo, quasi per caso. Ai Mond­iali del 1982 ci era andata, e con lei Manuela Di Centa, solo dietro un compromesso strappato all'allora presi­dente della FISI, Gattai. Un mezzo ricatto. L'unico modo di mandare ai Mondiali due grandi atlete che la dire­zione agonistica del fondo non voleva neppure prendere in considerazione. Le donne, allora, venivano ritenute buone solo per tutt'altro genere di sport.

Ero venuto a conoscenza che gli atle­ti della nazionale azzurra per la prima volta avevano fatto ricorso all'autoemotrasfusione. Il professor Conconi, che già tanto aveva contribuito ai successi­ dell'atletica leggera, era stato cooptato anche dalla FISI. Per Scifondo, una rivi­sta specializzata di cui ero direttore, avevo quindi scritto un articolo in cui dicevo che, dopo al­meno un decennio di magre, per la pri­ma volta i fondisti azzurri avrebbero ricominciato a fare risultati. Era troppo­ presto per entrare in zona medaglia, ma­ quelle sarebbero arrivate in seguito.­ E spiegavo il come e il perché.

L'avvocato Gattai, venutone a conoscenza, cercò di impedire la pubblicazione di questo articolo. Uno scandalo nell'imminenza dei Mondiali non era certo il miglior viatico per la trasferta di Oslo. Ma l'editore, Maria Grazia Marchelli, ex azzurra dello sci, mi diede pieno appoggio lasciandomi libertà di scelta se pubblicarlo o meno. Intermediaria la stessa Marchelli, arrivammo ad un compromesso: la FISI mandava ai Mondiali Di Centa e Canins (e pagava il viaggio al marito allenatore ... ), e io rinunciavo a quello che si poteva a giusta ragione considerare uno "scoop". L'importante era essere riuscito a mandare ad Oslo le due ragazze: la Di Centa, che consideravo un po' come la mia figlioccia, e la Canins che stimavo. Dai loro risultati avrei potuto verificare la validità di un movimento femminile di cui ero l'unico sostenitore; in FISI lo si sopportava, boicottandone lo sviluppo, perché proprio non se ne poteva fare a meno. E fu a Oslo che “gli altri” scoprirono Manuela Di Centa e se ne fecero paladini.

Ai Mondiali Maria Canins (foto sotto nella 5 km) si comportò bene, ma sotto le sue potenzialità. Però più di tanto non poteva fare senza una preparazione finalizzata a questo appuntamento e su quelle nevi fredde che non si addicevano alle sue caratteristiche.

Fu nella camera sua e di Manuela, dove ci si ritrovava abitualmente dopo la mia quotidiana perlustrazione sulle piste di Holmenkollen per visionare il percorso della gara del giorno successivo, che nacque l'idea della Canins ciclista. Si parlava di esperienze di ciclismo come sport alternativo per i fondisti nella bella stagione, da abbinare alla corsa e allo skiroll, e a Maria scappò fuori che lei in bicicletta ci andava da un pezzo. E forte per di più. Tanto forte che, una volta, nei giro dei 5 colli dolomitici, il marito Bruno, che pure era un atleta, restò secco, tanto da prendere anticipatamente la via di casa. Fu allora che le consigliai di provare con il ciclismo: con quello che offriva il panorama femminile, avrebbe potuto tranquilla­mente dire la sua e ricavarne più sod­disfazioni che non nello sci.

Così, nel mondo delle due ruote, ir­ruppe il "ciclone Canins". Divenne su­bito la capofila del movimento e ai Mondiali di Goodwod, quelli che con­sacrarono vincitore Giuseppe Saron­ni, fu medaglia d'argento. La tattica di gara non sapeva neppure che fosse; non era abituata a stare in mezzo al gruppo dove certe cattiverie sono all'ordine dei giorno: le donne sono si­curamente più carognette degli uo­mini in fatto di scorrettezza sportiva.

Non era ancora sicura dei suoi mezzi e delle sue possibilità. Così lasciò an­dar via l'inglese Jones, che non era certo più forte di lei, e quando partì all'inseguimento era troppo tardi.

Fu l'inizio di una splendida carriera che conta sei titoli italiani su strada, quattro a cronometro, uno nell'inse­guimento su pista, due bronzi e un al­tro argento ai mondiali su strada, l'oro nella cronosquadre del 1988. Ma, quel che più conta, un Giro d'Italia e due Tour (1985‑1986). Poi la seconda gio­vinezza in MTB, con i titoli mondiali del 1991 e del 1993.

Al Tour Maria ha letteralmente di­strutto Jeannie Longo, che è stata si­curamente la più forte ciclista di tut­ti i tempi. Per prendersi la rivincita su una Canins ormai trentasettenne, la francese avrebbe dovuto fare mesi di preparazione specifica e scientifica sulle Alpi, e perdere parecchi chili di peso. Contro la Canins di allora non c'era niente da fare: in salita, ma anche a cronometro. Sui passi alpini e pire­naici riuscì a mandare i delirio i tifosi francesi, che l'adottarono come già avevano fatto con Coppi. Un passo, in salita, che gli stessi professionisti le invidiavano. Quando partiva in pro­gressione, per le avversarie era notte. Si sarebbero riviste solo al traguardo. Distacchi che furono patrimonio esclusivo di campioni come Bartali, Coppi,­ Merckx. Cercarono, ma inutilmente, di batterla in ogni modo: rendendole dura la vita in mezzo al gruppo, costringendola a tenere gli occhi aperti se non si voleva trovare per terra, tentando addi­rittura in più occasione dì buttarla fuo­ri strada. Il colpetto di gomiti, la sban­data o la frenata improvvisa. Le rus­se, in questo, erano maestre.... Ma lei non si lasciò mai condizionare. Nell’intervista che segue la spiegazione dell’abbandono del ciclismo.

 

NON MI DIVERTIVO PIU’

 

Perché hai lasciato?

«Gli anni passano per tutti. Non mi pareva più ragionevole continuare con le corse su strada. Il ciclismo, così come è oggi, non è più un divertimento. E io lo sport l'ho sempre fatto prima di tutto per divertirmi. Lascio con un po' di nostalgia il mondo che mi ha dato tutto, ma senza rimpianti. Quando è il momento di voltare pagina, bisogna farlo».

Nessun rimpianto, dunque…

No, bisogna saper essere obiettivi. Da queste parti siamo abituati a stare con ì piedi per terra. Dalla vita, nel mio piccolo, ho ottenuto tutto, anche quello che mai avrei sperato. Adesso è venuto il momento di tirare il fiato. Sia chiaro, però: lascio solo le corse su strada. In bici continuerò ad andare, Non rinuncio alla passeggiate o alle compagnie di amici che condividono la mia passione.

E’ come per lo sci: quando ho lasciato l'agonismo, ho continuato con qualche maratona. Per stare con gli altri, in un ambiente che mi è sempre piaciuto e praticare lo sport che mi ha fatto conoscere, non per vincere. E’ con questo spirito che sono tornata anche alla Marcialonga.

Però con lo sci hai ingoiato più di un boccone amaro...

Si, qualche cattiveria me l'hanno fatta. Il peggio è stato nel 1984, quando non mi hanno mandato a Seraievo, alle Olimpiadi. Quell'anno andavo forte. Avevo già 34 anni ma agli Assoluti ho vinto tutte e tre le gare: 5‑10‑20 km Non era la prima volta, ma in quel momento volavo. Mi piacevano le piste, che avevo provato l'anno prima. Quando poi, seguendo le gare alla TV, ho visto che c'era anche quella neve molle, fatta per gente di fatica come me, il magone è stato doppio. Il groppo mi è rimasto Non dovevano farmi uno scherzo del genere.

Il momento più esaltante?

Quando ho vinto il primo Tour e sul podio mi sono trovata a fianco di Hinault, con la mia bambina in braccio... Mi hanno commosso gli applausi. Non finivano mai. Ho pianto dalla felicità. Eppure ero una straniera che aveva battuto una francese. Ma sai come sono i francesi: nazionalisti sì, ma entusiasti. Non ci sono frontiere se chi vince ha dimostrato di essere forte e leale. Per questo sono sempre tornata volentieri al Tour, anche quando avevo già 38 e 39 anni e sapevo di non avere più nessuna possibilità dì vincere. Era come se corressi fra la mia gente. E Hinault, che grande campione e che grande uomo! E’ stato il primo a complimentarsi con me che in quel momento gli portavo via una fetta del suo trionfo, ad abbracciarmi.

Quante vittorie hai ottenuto?

 Sinceramente non lo so dire. Non lo ricordo; è Bruno che tiene il conto, aggiornando ogni volta un suo libretto. A grandi linee ricordo i due Tour, il Giro, il Mondiale a squadre, i due Mondiali di Mountain Bike, 11 titoli italiani su strada, 12 di fondo più 3 a staffetta. Di fondo potevano forse essere di più, ma è solo dal 1981 che si corre su tre distanze diverse. Prima c'era solo la 10 km oppure la 5 km.

E l'anno che ricordi di più?

Sicuramente il 1982. Ho partecipato a due Mondiali, nello sci e nel ciclismo, e ho vinto il campionato italiano in quattro specialità diverse: fondo, ciclismo su strada, corsa in montagna, skiroll.

La tua più grande avversaria?

Sicuramente la Longo, che ha avuto una carriera eccezionale. L'ho sempre rispettata come atleta, non l'ho mai capita come donna. Indecifrabile. Vedi che soffre, che cerca qualcosa ma non si sa cosa, che non è contenta di se stessa. Eppure ha avuto tutto, compreso un marito meraviglioso. Ecco, forse le è mancato quel figlio che ha sempre cercato senza riuscire ad averlo, che le avrebbe riempito la vita. Fra noi c'è stata una grossa rivalità, ma più da parte sua. Io ho addirittura fatto il tifo per lei agli ultimi Mondiali.

Il momento più brutto...

Ce n'è stato più d'uno. L'esclusione dalle Olimpiadi invernali per una “bega” del presidente Gattai con mio marito Bruno, le cadute che mi hanno impedito di vincere il campionato del mondo individuale. Mi sono rifatta con la cronometro a squadre, ma è un'altra cosa. Poi qualche cattiveria che non mi meritavo proprio. Ho sempre mandato giù e continuato per la mia strada. Ho un carattere forte, come la gente di montagna,

Cosa devi allo sport?

Tutto ed è per questo che ho sempre affrontato la fatica con serenità, con il piacere di farla, senza per questo essere masochista, poiché sapevo che mi avrebbe aiutata a realizzare qualche sogno, oltre che l'avvenire mio e della famiglia. Ho sempre desiderato vedere posti nuovi e con lo sport ho girato il mondo. Le Olimpiadi di Los Angeles mi hanno permesso di vedere Disneyland; con i Goodwill Games ho potuto andare a Disneyworld. Evidentemente dentro di me c'è l'animo di un'eterna bambina. Sono dunque grata a chi mi ha aiutato nella mia attività. Mio marito per primo, che per me ha affrontato tanti sacrifici e rinunciato a sue legittime ambizioni.

C'è qualche altro cui senti di dovere riconoscenza?

 Sì, a tutti quelli che mi sono stati vicini in questi anni. I miei compaesani di La Villa per primi. Mi hanno accettata in tempi in cui si guardava con un certo sospetto alle donne che fanno sport, specialmente quelli di fatica, e mi hanno sempre accolto con entusiasmo ogni volta che sono tornata dal Tour o dai Mondiali. Il Comune mi ha addirittura donato un pezzetto di terra sul quale ho costruito una casetta. Ci ho investito i nostri risparmi.

Come è maturata questa decisione di mollare?

Ci pensavo da tempo. L'età, prima di tutto, anche se le gambe girano ancora. In fin dei conti tre gare le ho vinte anche nel '95. Poi quel senso di disagio che provavo in mezzo al gruppo quando vedevo che, tranne me, la Spadaccini e la Pizzolotto, sono tutte giovanissime. Ci sono anche la Chiappa e la Bonanomi che fanno parte della generazione di mezzo, ma le altre potrebbero essere tutte tranquillamente mie figlie. Ero tornata a gareggiare su strada convinta di poter essere d'aiuto a qualche compagna di squadra, ma ho provato solo delusione. lo corro per divertimento, queste ragazze d'oggi invece non sanno cosa significhi divertirsi facendo fatica. Si allenano quattro–cinque ore, arrivano stravolte, mangiano e si mettono a dormire. Io questo non l'ho mai fatto né l'avrei sopportato. Mi sono sempre allenata per tutto l'anno, senza mai pause, cambiando sport, ma non più di 2–3 ore al giorno. Il divertimento piace quando è corto; quando ci si sente stufi non ci si diverte più. La vita non è solo bicicletta...

Cosa ti senti di consigliare alle tue ormai ex colleghe...

Che cambino mentalità, che guardino allo sport come divertimento e non come costrizione. Ma, più di tutto, che imparino a correre per se stesse prima che per far perdere le avversarie.

 

I RISULTATI NEL CICLISMO

 

Ha iniziato l'attività ciclistica nel 1982  concludendola nel 1995, collezionando 210 vittorie. Un record!  Continua ancora a livello amatoriale, partecipando alle granfondo, anche di MTB. 

Le vittorie più importanti:

 

2 Tour de France (con 15 vittorie di tappa)

4 Tour de l'Aude (4 vittorie di tappa)

2 Giri della Norvegia (2 vittorie di tappa)

1 Giro del Colorado (2 vittorie di tappa)

1 Tour de la Drome (2 vittorie di tappa)

4 Giri dell'Adriatico (7 vittorie di tappa)

2 vittorie nel Gran Premio di Francia a cronometro

4 vittorie nella cronometro internazionale di Les Herbières

1 Giro della Sicilia (1 vittoria di tappa)

6 volte campionessa italiana su strada

4 volte campionessa italiana a cronometro

1 volta campionessa italiana inseguimento su pista (km 3)

1 volte campionessa italiana Cross Country MTB

2 volte campionessa mondiale Cross Country MTB

1 volta campionessa mondiale 50 km a squadre

3 volte medaglia d'argento ai campionati del mondo su strada

2 volte medaglia di bronzo ai campionati mondiali

2 partecipazioni alle Olimpiadi: a Los Angeles nel 1984, piazzandosi 5°, e a Seul 1988, volata di gruppo

Ha inoltre collezionato 83 secondi posti in 3 Tour de France, un Giro del Colorado, un Giro della Norvegia, un Giro de l'Aude, e un Giro d'Italia. 

 

I RISULTATI NEL FONDO

 

Ha iniziato a fare gare di fondo, con il marito Bruno Bonaldi quale allenatore, a 25 anni, collezionando 140 vittorie. I successi più significativi:

15 titoli italiani assoluti sulle varie distanze (5-10-20 km)

Lama di Mocogno – 1976 – 5 km e staffetta 3x5 km

Passo Coe – 1977 – staffetta 3x5 km

Passo Coe – 1979 – staffetta 3x5 km

Cogne – 1980 – 5 km

Cogne – 1981 – 5-10-20 km

Asiago – 1982 – 10 km

Passo Coe – 1983 – 10-20 km

Schilpario – 1984 – 5-10-20 km

Castelrotto – 1985 – 5 km

Ha vinto la Settimana Internazionale della Valsassina, dell'Alto Adige e di Forni di Sopra.

Nel 1982, in Cecoslovacchia, miglior piazzamento femminile in Coppa del Mondo. Ai Mondiali di Oslo 23° nella 5 km, 28° nella 10 km e 20° nella 20 km.

Nel 1983 si piazza nelle prime 10 alle Preolimpiche di Seraievo.

20 volte campionessa mondiale veterani (over 30).

Nel 1997 e nel 1999 campionessa mondiale di triathlon invernale (corsa, MTB e fondo).

 

 Granfondo

 

Vasaloppet 1985 – 1a

Marcialonga – 10 vittorie consecutive: 1979-1980-1981-1982-1983-1984-1985-1986-1987-1988

Millegrobbe – 6 vittorie: 1982-1983- 1988- 1996-1997-1998

Dobbiaco-Cortina – 7 vittorie: 1980-1981-1984-1985-1988-1991-1992.

Maratona Val Casies – 9 vittorie: 1986-1987-1988-1989-1991-1992-1994-1995-2000.

Ski Marathon della Pusteria – 14 vittorie: 1976-1980-1981-1982-1985-1986-1987-1991-1992-1993-1994-1997-1998-1999.

Non c'è bisogno di troppi commenti né aggettivi per inquadrare la Maria Canins fondista. Ha vinto tutto quello che si poteva vincere in un momento difficile, nel quale il fondo femminile godeva di scarsa considerazione e di ancor meno appoggi. Le donne erano considerate una specie di coreografia delle N.G, le 4 Nazionali Giovani alle quali venivano abbinate, e ai campionati assoluti ove Maria ha letteralmente spopolato. Sul piano internazionale non ha raccolto le soddisfazioni che avrebbe meritato non per inferiorità specifica rispetto alle avversarie, ma perché non ha mai avuto modo di prepararsi come questi appuntamenti avrebbero meritato. Ai Mondiali di Oslo, nel 1982, ci è andata per caso, a seguito di quel compromesso raggiunto con il presidente Gattai. Era la più anziana  della nazionale, fatta di giovanissime, che però non era stata presa in considerazione dal direttore agonistico Azittà. Maria, del resto, non era ancora in forma perché il suo traguardo stagionale erano gli assoluti, che si sarebbero svolti ad Asiago quasi un mese dopo. Approfittando dell'insperata occasione, ci è andata lo stesso, ma i risultati, ovviamente, ne hanno risentito. Aveva già 33 anni, ma era sempre la più forte fondista italiana. Manuela Di Centa, stella emergente, la batteva solo sulla distanza più breve, quella dei 5 km, ma nulla poteva fare sui 10 e sui 20 km, distanze più congeniali per la Canins. Il suo anno migliore il 1984, con i campionati italiani assoluti a Schilpario, il paese natale del marito Bruno Bonaldi. Su quelle piste dure non ha trovato avversarie e si è assicurata tutti e tre i titoli. Ma questo non è bastato per mandarla alle Olimpiadi di Seraievo. Una vergognosa ripicca del presidente Gattai, infuriato per una lettera che Bruno Bonaldi gli aveva scritto, in termini certamente poco diplomatici, per chiedere maggiori garanzie e assistenza per la moglie che la FISI discriminava  da quando Maria si era data al ciclismo. “Pur con tutta la stima nei suoi confronti, disse Bruno Bonaldi in un’intervista, non potevo accettare che a preparare  gli sci di mia moglie fosse Nando Longoborghini, il tecnico che è allenatore e marito di Guidina Dal Sasso, compagna di squadra ma anche avversaria. E quando ho fatto valere le mie rimostranze, sicuramente esagerando nei toni, con la lettera che ho inviato al presidente Gattai, se la sono presa con Maria. Era stata lei ad aprire la strada al fondo femminile e l’hanno lasciata a casa dalle Olimpiadi di Seraievo dopo averla mandata l’anno prima alle preolimpiche”. Infatti Gattai, non potendosela prendere con il marito, ha impedito la partecipazione della moglie a quelle Olimpiadi che dovevano costituire il trampolino di lancio della Di Centa, che invece naufragò. Il bilancio della squadra femminile venne salvato solo in parte da un'ottima prestazione di Guidina Dal Sasso, decima nella 20 km. Dominatrice assoluta Marja Liisa Hamalainen, che vinse l'oro su tutte e tre le distanze. Gare rese massacranti da condizioni climatiche infernali, con massicce nevicate. L'ambiente ideale per Maria, che con quella neve fresca e molle e con la forma che si trovava avrebbe potuto dire la sua, ma le gare le vide solo per TV. Maria, allora, se la prese con filosofia, come ha sempre fatto con tutte le avversità, ma il rimpianto resta.

L'avv. Gattai, in questa occasione, si è comportato come il marito che, per fare un dispetto alla moglie, si taglia gli attributi. E' sì riuscito a penalizzare un'atleta che non si meritava certo un trattamento del genere, ma più ancora la Federazione perché Maria da Seraievo sarebbe potuta tornare con almeno una medaglia della 20 km, che sarebbe stata la prima non solo della storia del fondo femminile italiano ma anche della gestione Gattai per quanto riguarda il fondo. Un torto marcio anche all'immagine dello sport femminile italiano perché Maria, gareggiando a Seraievo, sarebbe stata la prima donna a partecipare, nello stesso anno, alle Olimpiadi invernali e a quelle estive. A Los Angeles, infatti, ci andò sei mesi dopo come ciclista.

Inevitabile, a quel punto, l'abbandono dell'attività agonistica federale da parte di Maria Canins per dedicarsi esclusivamente alle gran fondo: le ha vinte tutte, ripetutamente, lasciandosi alle spalle fior di maschi  a cominciare dalla mitica Vasaloppet. Mai un italiano è salito prima e dopo di lei sul podio di Mora. Maurilio De Zolt, che ci ha provato ripetutamente, è stato solo quarto. Una malaugurata caduta in piena volata, a mezzo chilometro dall'arrivo, lo ha tenuto giù dal podio.

 

Giorgio Brusadelli