Cepparo Renato
Inventore delle “non competitive”, gli hanno scippato anche la paternità della Stramilano
Negli anni ’60, se ti mettevi a
correre per strada o in un parco pubblico, ti prendevano per matto, o per un
“originale”
nella più benevola delle ipotesi. Oggi, invece, 50 mila persone la
prima domenica di aprile si mettono in maglietta e pantaloncini per sgambare
attraverso le vie di Milano bloccando il traffico e facendo regolarmente
imbestialire gli automobilisti costretti ad attendere il loro passaggio. Il
gusto di far fatica, un tempo patrimonio di pochi atleti agonisti, si è
trasformato in un fenomeno di massa. Di business nel caso della Stramilano. E
tutto per merito di Renato Cepparo, imprenditore meneghino dalla vita
avventurosa che, alla bella età di 88 anni passa ancora tutta la giornata al
lavoro nella sua azienda, la Cinehollywood, che ha ceduto ai figli e, non appena
può, corre, scia e cammina. E’ il suo modo di interpretare una filosofia di vita
tutta propria e adeguarsi al sottotitolo del mensile VAI, da lui fondato e
diretto per una decina d’anni e poi passato di mano, che gli è servito a
trasformare in marciapodisti un popolo di santi, poeti, navigatori e sedentari.
Di Renato Cepparo, personaggio genuino e quindi scomodo in un mondo di furbi, pochi adesso si ricordano: eppure è l’inventore delle “non competitive”, fenomeno divenuto di moda, cominciato il 18 ottobre 1971 con la Milano-Proserpio di 43 km. Un migliaio di concorrenti, partenza a mezzanotte in piazza Istria, zona Niguarda, superstrada fino a Giussano, illuminata dai falò di copertoni delle “lucciole” in cerca di clienti, con la nebbia che avvolgeva il percorso fin quasi a Erba, dove la strada comincia a salire verso la Vallassina. Un successo che fece nascere l’idea della Stramilano del 14 marzo 1972, anch’essa in notturna con oltre 4.000 partenti rispetto ai 3500 previsti, prologo di quella diffusione a macchia d’olio che prese l’avvio dopo la “Marcia dell’Amicizia” di circa 10 km, svoltasi contemporaneamente in 54 città italiane il 14 novembre di quello stesso anno all’insegna del motto “Camminiamo anche per chi non può camminare”. Mille lire di iscrizione, con il ricavato totalmente devoluto alle sezioni locali dell’UILDM (miodistrofici) e dell’ANFFaS (subnormali). Complessivamente 36 milioni e rotti distribuiti in quell’occasione. Un appuntamento che si sarebbe ripetuto negli anni seguenti e che da allora trovò imitatori ovunque e con scopo non sempre benefico.
Nessun dubbio sulla paternità
di tutta questa attività podistica: gli anziani se ne ricordano se non altro
perché scoprirono solo allora il piacere di divertirsi sudando e faticando in
allegra
compagnia, e ci sono libri e articoli che ne parlano. Eppure, ancora sul
“Giornale” del 21 marzo 2003, l’invenzione della Stramilano viene accreditata a
due dirigenti del gruppo sportivo Fior di Roccia, che invece se ne appropriò in
seguito continuandone poi la promozione fino a stabilizzarla sui 50.000
partenti, facendone la corsa popolare più affollata del mondo. Un millantato
credito, del quale Renato Cepparo non ha chiesto rettifiche che pure gli
sarebbero dovute. Ormai l’amarezza di vedersi sottratta la paternità di tante
iniziative è una costante compagna della sua vita non solo sportiva, condotta
anche in momenti tragici all’insegna del motto “ciò che sanno fare gli altri
debbo saperlo fare anch’io”. E quello che ha fatto lo ha riassunto nel libro
La vita è un trampolino, uno degli 8 pubblicati, edito nel 1997, che il
“cartoonist” Bruno Bozzetto così commenta: “Tutti prima o poi si trovano su un
trampolino …. Questo stupendo libro dimostra in modo esemplare che talvolta ci
si può tuffare anche senza aver la certezza che sotto ci sia l’acqua”.
Un “tuffo nell’ottimismo per giovani dai 15 ai 90 anni”, dedicato alla moglie Maria, che si legge d’un fiato tanto è scritto in modo piacevole, ammantando di un umorismo che ricorda lo stile di Guareschi anche nelle vicende più tragiche, in un italiano tanto perfetto che nessuno immaginerebbe che l’autore ha fatto solo la quinta elementare e che la sua cultura enciclopedica è frutto delle tante esperienze vissute e della voglia di imparare che lo ha accompagnato per tutta la vita. Membro del Collegio periti, è stato consulente tecnico del Tribunale di Milano nel settore cinematografia, spettacolo e riconoscimento di voci.
Classe 1915, orfano di padre a 5 anni, approda a Milano con altri sei fra fratelli e sorelle, poiché la mamma aveva trovato un lavoro da cuoca in una pensione al Casoretto. “Dormivamo tutti in un box per auto, di 6 metri per 5. Alla sera aprivamo le brande e non restava un solo centimetro per posare i piedi. Il cesso era dalla parte opposta del cortile e per andarci dovevo camminare sui corpi degli altri. Allora mi misero nel letto più vicino alla porta. Senza riscaldamento, con vento e neve che entravano dalle fessure. Dormivamo vestiti, lo dico con una certa vergogna; in un posto così o sopravvivevi o morivi”.
A 12 anni, per contribuire al mantenimento della famiglia diventa garzone dai fratelli Vignali, un emporio di droghe e coloniali. E comincia a fare sport. “Poco distante stava sorgendo il campo sportivo Mario Giuriati dove vedevo giovani, anche della mia età, che si allenavano sulla pista di carbone. Con quelli che lavoravano come me, ci si allenava alla sera, dopo cena. Una decina di chilometri tutte le sere, che ci fecero conoscere, tanto che fummo convocati dal Gruppo Rionale Fascista Baldini per una selezione in vista del Gran Premio dei Giovani. Fu l’inizio della mia attività sportiva”.
Un incidente in ditta, con una cassa di una quarantina di chili che gli sfugge dalla schiena mentre sale una scala e, rotolando, per poco non finisce addosso al datore di lavoro rotolato a sua volta dagli scalini per evitare di essere investito, lo costringe a darsi alla fuga in vestaglia. Molla il lavoro di gran corsa perché se quello lo prende lo accoppa, e così finisce questa sua prima esperienza, ma trova immediatamente un’altra occupazione: manovale in una fabbrica di apparecchiature radio. Si iscrive alla scuola serale di radiotecnica e in due anni da manovale diventa caporeparto. Con l’istituzione del sabato fascista, nelle ore impiegate nel servizio preliminare segue un corso radiotelegrafisti e contemporaneamente, con la gioventù del Littorio, si impegna nello sport. Corsa in montagna; prima esperienza una gara a squadra da Lecco alla capanna Monza e ritorno.
La guerra con i sommergibili tascabili e la prigionia: il turismo in grigioverde di Mussolini
La prima cartolina precetto nel
1936 dà inizio a quello che Renato Cepparo
chiama il turismo in grigioverde
inventato da Mussolini: radiotelegrafista prima in Libia, poi negli alpini al
confine con la Francia, e infine sul fronte russo, nel Mar Nero, a Yalta, con i
sommergibili tascabili. Dopo l’8 settembre 1943 è a Costanza in Romania, dove
l’intera squadriglia viene smilitarizzata e avviata in un campo di
concentramento dal quale lui e altri se la svignano raggiungendo la
Transilvania. Qui trovano momentaneamente lavoro in una segheria, ma vengono
nuovamente confinati in un campo di concentramento a Oesti finché, con la
capitolazione della Romania, finiscono in mano ai russi. Per qualche mese la
fantasia e l’arte di arrangiarsi tipica degli italiani aveva permesso al gruppo
di vivere in condizioni decenti grazie a baratti, commerci e intrallazzi di
vario genere e di mettere addirittura in piedi uno spettacolo teatrale che
portava sul palcoscenico della scuola italiana di Bucarest la parodia della vita
quotidiana nel lager n. 15. Trova anche l’occasione di darsi all'alpinismo.
Partendo con due compagni di prigionia dal campo di concentramento, senza
attrezzature adeguate e con scarsi viveri, scala il Negoiul, 2.494 metri, la più
alta vetta delle Alpi Transilvane, impiegando sette giorni fra andata e ritorno.
Con i russi le cose cambiano e
quando, con i tedeschi ormai in rotta in tutti i Balcani, l’ambasciatore e
l’addetto militare italiani concordano il rimpatrio dei prigionieri,si accorgono
che invece che dirigersi a ovest, verso l’Italia, il treno punta verso l’est e
poi a nord, verso quello che doveva essere un centro di smistamento ed era
invece il campo di concentramento di Sluzc, da dove poi vengono trasferiti al
lager di Starie Doroghi. Ci sarebbero rimasti sei mesi, fino al 15 settembre
1945. Dieta a base di zuppa di miglio, neppure fossero galline, con il risultato
di
perdere 18 chili di peso e ridursi a pelle e ossa. A sollevare almeno lo
spirito, come era già avvenuto in Romania, la replica del teatrino. “Il
colonnello viene a sapere che mastico di elettronica e mi chiede di aggiustargli
la radio. Detto fatto. Impazziva dalla gioia. Spasiba, spasiba; cosa posso fare
per te? Vorrei una sigaretta e un pianoforte per organizzare lo spettacolo. Tre
giorni dopo arriva un camion e i soldati con la stella rossa scaricano il
pianoforte; gli strumenti vado a prenderli in un altro lager. Lo spettacolo è un
successo strepitoso. Cascò il teatro; cioè cascarono molti spettatori per la
fragilità della panche che non potevano reggere un pubblico così numeroso.
All’esecuzione di canzoni del repertorio classico e popolare e a coretti di
montagna si alternano scenette scontate e di sicuro effetto per un pubblico
bonaccione come il nostro. Ne parla persino Primo Levi nel suo libro La
tregua. Se non mandano in Siberia te non ci mandano nessuno, si
complimentò”.
Rimpatriano insieme, 34 giorni
di viaggio su una tradotta che non segue la via più diretta ma compie uno slalom
attraverso sette nazioni, tanto infestato di pidocchi che neppure l’impatto con
il DDT riesce ad eliminare la fastidiosa compagnia. Cencioso e tanto malridotto
che quando suona alla porta di casa lo prendono per un barbone che chiedeva
l’elemosina. “Tentai di cancellare tutti i ricordi del passato concentrandomi
sul presente. Dopo qualche giorno di ambientamento alla vita travagliata
dell’immediato dopoguerra e un’educata rieducazione all’uso del materasso, fui
pervaso dal bacillo virulento del fare. I primi due anni di vita civile sono
stati sicuramente i più densi di attività eterogenee della mia intera esistenza.
Sentivo dei campanelli che mi suonavano nella scatola cranica. Dovevo fare e
feci o, almeno tentai di fare. Cominciai col vendere carta da imballo ai negozi,
ma scarseggiava la merce da incartare. Mi affiancai ad un cugino come commesso
viaggiatore per vendere bicchieri e stoviglie a bar e ristoranti, ma tornavo a
casa alla sera con ordini scarsi e sbronzo degli aperitivi che dovevo sorbirmi
come promozione presso ogni cliente. Feci il sindacalista dell’Ufficio Reduci,
passai alla vendita di scarpe da uomo, cominciai a collaborare con dei
giornali. Il Sanbartolomeo dell’Associazione reduci, Lo Scarpone; collocai
articoli anche ai quotidiani La Notte, Corriere Lombardo, Milano Sera. Poco dopo
ho acquistato a rate una macchina fotografica con il flash e mi sono lanciato
come fotocronista. Uno dei pochi a farlo in quel tempo con foto e testo. Lavorai
per Tempo, Visto e Sport Illustrato, e iniziai la collaborazione con il
settimanale umoristico Il Travaso delle idee”.
Riprende l’attività sportiva correndo in montagna e con gli sci di fondo per lo sci club Penna Nera la cui sede è in fondo ad un cortile in via Napo Torrioni, nei pressi della Stazione Centrale. Due grandi locali, qualche tavolo, seggiole a volontà e un bar senza pretese. Vi si dà convegno una gioventù che ha una gran voglia di vivere e di divertirsi per recuperare il tempo perduto con la guerra. Si trovano la sera del giovedì per organizzare, oltre alle corse e alle gare di sci, gite del fine settimana su camion attrezzati con panche. Per quanto il suo interesse fosse rivolto all’agonismo, Renato non disdegna di partecipare alle varie narcisate, castagnate, ciliegiate, vendemmiate. E’ così che conosce Maria, segretaria del capo personale della Edison; suo usciere è Ermanno Olmi del quale in seguito sarebbe diventato collaboratore in campo cinematografico e amico sincero. Maria dà una svolta alla sua vita. “Presi una cotta folle. Due occhi dolci caratterizzati da un lieve strabismo di Venere. Quando li vedevo provavo una sensazione che mi rimescolava dentro. Una creatura minuta che emanava dolcezza, dietro la quale però intuivo una fermezza di carattere e una determinazione che la rendevano affascinante. Diede una svolta alla mia vita: invece di frenare i miei entusiasmi, li alimentò, forte di un buon senso che servì a calibrare i miei passi”.
Diventa radioamatore, comincia a collaborare con la RAI e la Radio Svizzera Italiana scrivendo testi umoristici per riviste radiofoniche. Contemporaneamente conosce Enrico Lorenzetti, allora famoso corridore motociclista della Guzzi, che lo ospita sulla sua vettura quando gira l’Europa per gareggiare. Inizia così a piazzare servizi fotografici e cinematografici e quindi documentari girati con tre automezzi acquistati con soldi presi a prestito e attrezzati per l’intero ciclo di lavorazioni cinematografiche, dalla ripresa allo sviluppo, alla stampa, al montaggio e alla sonorizzazione delle pellicole formato 16 mm. Effettua riprese in centri di provincia del Nord e li proietta la sera stessa nella più prestigiosa sala cinematografica locale. Incassa una percentuale sul biglietto d’ingresso della sala, dove il documentario viene proiettato in coda al consueto film in locandina e in più può contare sulla sponsorizzazione della birra Pedavena.
Si avvicina l’avvento della
televisione e lui l’anticipa seguendo il Giro d’Italia e presentando la sera
stessa il filmato della tappa al pubblico della città d’arrivo della corsa .
Speaker in diretta Enzo Tortora, che segue il giro come inviato della RAI. E’ il
momento del miracolo economico e il suo spirito di intraprendenza la porta a
realizzare, senza il becco di un quattrino, progetti a prima vista
irrealizzabili: uno stabilimento cinematografico, una tipografia, una
piantagione di caffè in Kenia, uno stabilimento per la produzione di moviole,
un centro di produzioni televisive, la Universal Video Corporation. Le ultime
sue creature sono la società Cinehollywood e la Educationalvideo, case editrici
di videocassette e DVD di produzioni proprie e internazionali. La sua prima
azienda, la New Recordfilm, stabilimento cinematografico leader europeo per i
formati 35 mm, 16 mm, 8 e Super 8, nel 1974 la cede alla Technicolor per
finanziare la prima spedizione italiana in Antartide. Un’impresa che merita un
discorso a parte. C'è poi da dire che ha collezionato nel tempo oltre 200
apparecchiature per la riproduzione del suono e delle immagini statiche e
dinamiche (foto e film) sino a realizzare un vero e proprio museo che donò poi
alla Cineteca Italiana di Milano, unitamente a 16o film d'epoca in bianco e nero
e colorati a mano.
Dalla marcia di Nimega sboccia l’idea delle “non competitive”
E’ sempre in giro e quando è a
casa non ha un attimo di sosta, ma trova ugualmente il tempo per praticare i
suoi sport preferiti,
la corsa e lo sci di fondo, ai quali avvia anche i figli.
In Olanda, alla la marcia di quattro giorni di Nimega, scopre le manifestazioni
di massa e gli viene l’idea di lanciare qualcosa di analogo anche in Italia.
Propone ai figli e ad un gruppo di amici di fare tutti insieme una sgambata un
sabato notte da Milano a Proserpio, dove ha una villetta nella quale passa il
fine settimana. “Sono 43 km: un’oretta in macchina, una follia a piedi.
Partiti passo passo, arrivammo a destinazione alle prime luci dell’alba, stanchi
ma soddisfatti. L’unica a cedere al trentacinquesimo chilometro fu Dorina, una
ragazza sarda che ci era di aiuto in casa. Fu caricata di peso sul fuoristrada,
guidata dal nostro angelo custode Maria, e portata a destinazione quasi in
letargo. Per tre giorni rimase a letto come inamidata. La Milano-Proserpio può
essere considerata la pietra miliare delle marce non competitive che poi dagli
anni ’70 divennero per l’Italia un costume”.
La Milano-Proserpio viene
ripetuta l’anno successivo con un migliaio di concorrenti e sull’onda
dell’entusiasmo Cepparo organizza una serie interminabile di manifestazioni
popolari, dalla Stramilano che, precisa nella sua autobiografia, gli fu
espropriata proditoriamente, alla Marcia nazionale dell’Amicizia, alla Cavalcata
della Val di Fiemme, alla Su e giù per la Val Canonica e decine d’altre,
coinvolgendo nel moto centinaia di migliaia di persone in tutta Italia. Per
informare e tenere unita questa ingente massa dà vita al mensile “Vai, corri,
cammina e scia, organo ufficiale di chi ama il moto e la natura”, un hobby
che gli costa centinaia di ore di fatica e un sacco di soldi, e costituisce la FIASP, Federazione Italiana Amatori Sport Popolari, che coordina questo
movimento di manifestazioni podistiche non competitive e che ha sede presso la
rivista sulla quale lancia decine di iniziative. Della FIASP è stato presidente
per tre anni e ne è ancora presidente onorario.
Si dà un gran da fare nelle più
diverse discipline come promotore e come concorrente. Organizza il primo
campionato italiano di skiroll ( e per questo nel 1968 viene premiato
dall’Accademia del.lo Skiroll con lo Skiroll d’oro) e il campionato italiano di
sci di fondo su pista di plastica, in 5 prove, approfittando anche del fatto che
ne aveva attrezzata una di 400 metri nel giardino della sua villetta di
Proserpio, mettendola a disposizione degli appassionati. In campo alpinistico
promuove il Brevetto Ortles e il Brevetto Adamello, organizzato insieme al CAI,
della cui commissione cinematografica è stato fondatore e direttore per 5 anni,
con un itinerario rievocativo della Guerra Bianca del primo conflitto mondiali.
Per quanto riguarda lo sci di fondo
organizza grandi raid sulle nevi nordiche
dopo aver partecipato, a 62 anni, alla Vasaloppet in Svezia e alla Corsa del
Catrame in Finlandia. Qui, dopo aver chiesto e ottenuto l’assistenza dello sci
club di Oulu, organizza a sue spese un raid di 320 km in quattro giorni con gli
sci da questa cittadina a Rovaniemi al Circolo Polare Artico, ripetuto per 5
anni, e il raid Norvegia-Svezia, di 110 km, da percorrere in due giorni. Per
questa attività sportiva e organizzativa viene inserito della più alta
onorificenza finlandese dal presidente Kekkonen. Naturalmente continua anche a
gareggiare: a 63 anni, all’Arena di Milano, contribuisce a stabilire il record
della 24 x 1 ora degli ultraquarantenni, a 64 e 65 anni si classifica secondo
degli ultraquarantenni nella staffetta Manager Trophy 100 x 1 km ed a Foppolo,
si classifica secondo nella staffetta e terzo nella gara individuale del
campionato italiano di fondo dei giornalisti.
E’ solo questione di intraprendenza ….
Un paio di esempi che dimostrano sino a che punto possa spingersi l’intraprendenza e il carattere di questo personaggio.“Volere è potere?” gli chiede il giornalista Stefano Lorenzetto in un’intervista pubblicata il 14 gennaio 2001 e lui così risponde: “Nel ’69 vedo Armstrong e Aldrin sulla Luna e mi metto in testa di produrre la storia delle conquiste spaziali. Vado all’ambasciata sovietica di Roma, chiedo del rappresentante della Sovexsport Film. Me lo porto in trattoria a Trastevere, lo faccio bere e alla fine gli metto in tasca un rotolo di dollari. Adesso mi fa arrestare, penso io. Invece dopo qualche tempo mi consegna tutte le immagini girate dai russi e mi presenta il cosmonauta Anatoli Soloviev. Prendo le mie belle “pizze” arrivate da Mosca e volo a Washington, alla cineteca dello Smithsonian Museum. Avrei questa roba, dico agli americani. Quelli si mettono alla moviola e strabuzzano gli occhi. Sa, c’era ancora la guerra fredda. Propongo uno scambio: voi vi mettete in archivio queste immagini , però mi date le vostre. Ancora adesso Jeffrey Hoffman, l’astronauta che mi invitava ai lanci dello Shuttle, mi tira le orecchie: “Renato, Renato, ma dove hai trovati quei filmati? Non li ho neppure io alla Nasa”.
Rientrato dalla spedizione al
Polo Sud nella quale ha messo tutto il suo patrimonio, deve praticamente
ricominciare da capo.
“Ho conosciuto Silvio Berlusconi. Non sapevo neanche
chi fosse. Telemilano, da cui poi nacque Canale 5, aveva cominciato a
trasmettere da poco. Si trattava di potenziare l’ascolto. Andai al Mip TV di
Cannes e feci man bassa del meglio che veniva offerto. In un giorno acquistai
programmi per 2 milioni di dollari. Berlusconi mi riconosceva una percentuale
sugli sconti che riuscivo a strappare e voleva assumermi a tutti i costi. Ma io
alla fine strappai l’accordo con le mie provvigioni sugli affari conclusi e ci
salutammo da buoni amici. Non me la sentivo di lavorare per lui perché gli piace
tenere il boccino. Cercai anche di spiegarglielo: dirigere non vuol dire
comandare ma delegare. La mattina dopo mi regalò una copia dell’Utopia di
Tommaso Moro, personalizzata con il mio nome. Però riconosco che sono fatto a
modo mio. Ho un debole per le fughe. Me ne sono andato anche dall’Ordine dei
giornalisti. Dopo quasi mezzo secolo di iscrizione ho restituito la tessera: non
potevo accettare che l’etica professionale fosse andata a farsi benedire. Mi
sono dimesso anche dal Rotary. Non mi piaceva l’ambiente. Io aiuto te e tu aiuti
me. Meglio Noivoiloro, il centro sociale di Erba. Il sabato e la domenica vado
là a ritemprarmi. Ospita 35 disabili: spastici, down, tetraplegici. Ho fatto
installare a mie spese un centro di produzione e post-produzione di audiovisivi
e gli ho insegnato a fare le riprese: adesso filmano i matrimoni e si guadagnano
qualcosa. Ho cercato di fare qualcosa anche presso l’ospedale di Circolo di
Varese, nel reparto di cui è primario il dott. Elson Cenci, finanziando
l’attrezzatura tecnica di un centro di rieducazione per ragazzi sordastri”.
Ma lei non si arrende mai? gli chiede ancora il giornalista. La risposta: “Avevo già venduto alla Cbs un eccezionale reportage girato in Afghanistan da Fausto Biloslavo, Gian Micalessin e Almerigo Grilz, il giovane freelance che fu poi ucciso negli scontri in Mozambico. Al momento di montare il servizio scopro che mezzo sonoro è saltato perché una mina aveva danneggiato il microfono. Che faccio? Mancavano tre ore alla trasmissione. Mi metto a doppiare l’intervista in un afgano tutto mio. In sottofondo il fattorino, il ragioniere e l’elettricista della ditta parlano in dialetto milanese. Mixo tutto con spari e sibili tratti dal nostro repertorio. Il giorno dopo hanno chiamato dalla Cbs per complimentarsi ….”
Vende l’azienda per pagare di tasca sua la prima spedizione italiana in Antartide
Della neve e del Grande Nord,
come abbiamo visto, Renato Cepparo è sempre stato innamorato: “Da anni
frequentavo il Grande Nord, scrive nella sua biografia, richiamato dal
fascino delle immense foreste, dai grandi silenzi, dal sole di mezzanotte e, più
a nord, in Islanda e Groenlandia, dalle distanze ghiacciate e dai monti sui
fiordi che mi ricordavano i racconti dei grandi esploratori che mi
appassionavano in gioventù. Avevo percorso migliaia di chilometri ad alte
latitudini e navigato fra i ghiacci, ma un grande richiamo mi giungeva
dall’altra parte della terra, l’Antartide. Ero stato affascinato dalle imprese
di Amundsen, di Scott, di Shackleton e dei tanti avventurosi pionieri che
l’avevano esplorata, ma alla base del mio interesse, al di là dello spirito di
avventura esplorativa, c’era il desiderio di portare anche il nostro Paese
fisicamente alla ribalta di questo misterioso continente”.
Dall’Anno geofisico 1957-1958, quando era stato firmato il Trattato dell’Antartide tra dodici grandi Paesi per la sua regolamentazione, il Continente Bianco era diventato un grande banco di ricerca scientifica. Da allora altre 7 nazioni si erano aggiunte alle prime 12 aderendo al Trattato, e le scoperte si erano susseguite rivelando la grande ricchezza del sottosuolo antartico. La presenza italiana sino a quel momento (eravamo nel 1974) si era limitata a brevi puntate di sportivi o di scienziati, ospiti di basi straniere, che avevano svolto ricerche in collaborazione con gli studiosi che li ospitavano o portato a termine qualche scalata, ma una vera e propria spedizione italiana, completamente autonoma con un programma esplorativo e di studio non era stata ancora organizzata. Evidentemente c’erano difficoltà oggettive ed economiche ingenti se nessuno aveva concretizzato un così ambizioso progetto.
“A farmi scattare la molla fu la lettura di un libro fantascientifico di Flavio Barbiero, un ufficiale di Marina, il quale sosteneva che l’Antartide era già stata abitata dall’uomo in ere lontanissime. Fu semplicemente un pretesto per farmi partire. Decisi di vendere la New Record Film al miglior offerente per disporre del capitale necessario e mi dedicai con impegno alla pianificazione dell’impresa. Eravamo agli inizi del 1974. Vendetti l’azienda alla Technicolor lasciando ai miei figli l’Istituto Europa, selezionai tutte le candidature che mi pervennero sino a costituire un gruppo di 15 uomini con incarichi specifici. Due geologi, un biologo e medico della spedizione, un paleoclimatologo, 4 alpinisti di cui due operatori cinematografici, due sub, un operatore radio e cinematografico alpinista, un cuoco tuttofare, un magazziniere operatore radio, riservandomi il ruolo di capo spedizione, operatore cinematografico e radio. Come sempre nei momenti cruciali, la compagna della mia vita mi fu al fianco collaborando con entusiasmo e con una comprensione che superava ogni aspettativa, in quanto si rendeva conto che stavo dilapidando i nostri averi in una delle mie pazze idee”.
Informato il nostro Ministero
degli Esteri dei fini del programma, ottenendo sulle prime un pieno appoggio,
Cepparo vola in Argentina
per prendere accordi. Viene accolto favorevolmente dal
colonnello Vaca, capo del Dipartimento Antartico del suo paese, e sottoscrive
con un armatore di Buenos Aires il contratto di noleggio di un’imbarcazione di
500 tonnellate di stazza netta. Contemporaneamente si era provveduto ad
accatastare in appositi magazzini 25 tonnellate di materiali, compresa la base
prefabbricata, e ad organizzare un campo di prova al Plateau Rosa per il
collaudo delle attrezzature e della motoslitta. Tutti i materiali vengono poi
avviati a Montevideo.
Alla fine di novembre del 1975, a un mese dalla data di partenza, scoppia la bomba: l’Argentina, senza dare spiegazioni, vieta la spedizione e precisa via telex che l’armatore era stato arrestato in quanto, come ex ufficiale della Marina Militare,non avrebbe potuto noleggiare la sua nave ad una spedizione straniera “clandestina”. In sostanza l’Argentina aveva posto arbitrariamente il veto alla spedizione perché organizzata da un Paese non aderente al trattato, e il nostro Ministero degli Esteri brilla per il suo disinteresse invitandoli a desistere e minacciando Cepparo di ritirargli il passaporto. “Decidemmo di partire ugualmente: oltre ai capitali era in gioco anche la nostra dignità. Mancava la nave e ne noleggiai una in Norvegia, la Rig Mate di 900 tonnellate, che ci raggiunse a Lisbona da dove salpammo il 22 dicembre 1975. Tappa a Montevideo per imbarcare i materiali e quindi in una settimana di navigazione raggiungemmo l’Antartide puntando verso l’isola King George , gettando l’ancora nell’Admiralty Bay, una vasta baia protetta dal vento dove, in una valletta denominata Conca Italia, venne edificata la base dedicata a Giacomo Bove, ufficiale della marina Italiana reso famoso da una spedizione nei mari nordici e che nel 1885 aveva convinto gli argentini a organizzare la prima spedizione all’Antartide, affidata al suo comando ma fallita per il naufragio della nave. Rientrato in Italia, aveva lasciato la Marina e si era suicidato a soli 35 anni”.
La piccola ma solida
costruzione dispone di comodi alloggi per dieci persone, conta su una sala
soggiorno-mensa,
un vasto e attrezzato laboratorio per ricerche biologiche,
geologiche e meteorologiche, oltre che su scorte di viveri per 6 mesi, 6.000
litri di benzina per i gruppi elettrogeni e per i motori fuoribordo, 5.000 litri
di gasolio per il riscaldamento. La stazione radio consente il collegamento con
il resto del mondo e con le altri basi antartiche. Mentre i ricercatori iniziano
il loro lavoro nella zona circostante la base, sub e alpinisti si trasferiscono
con la nave ancora più a sud per portare a compimento sia il programma di
ricerche subacquee, sia l’attività alpinistica esplorativa con la conquista di 7
cime vergini. A testimonianza dell’opera svolta verranno pubblicati un libro
della Fratelli Fabbri Editore e tre volumetti scientifici a cura dell’Università
di Genova che aveva dato il patrocinio alla spedizione e del Museo di Storia
Naturale di Milano. Il documentario cinematografico di 4 puntate sarebbe stato
mandato in onda dalla RAI per ben tre volte. Tre mesi di permanenza e quindi il
rientro in Patria. Come da programma, si fa dono della Base Giacomo Bove al
Ministero degli Esteri Italiano nelle mani dell’allora ministro Arnaldo Forlani
il quale, con lettera del 6 novembre 1976 manifesta il suo gradimento del dono,
esprime le felicitazioni ai componenti della spedizione e informa che ”il
Governo avrebbe intenzione di donarla al governo argentino nel quadro, però, di
garanzie per eventuali futuri suoi programmi di ricerca ed esplorazione in
Antartide o di altre missioni scientifiche italiane, d’intesa con le autorità
italiane e argentine”.
Quali fossero queste garanzie argentine lo scopre un anno dopo il vice capo spedizione Flavio Barbiero. Nel corso di una puntata a Conca Italia constata che la base non c’è più: con la costruzione sono scomparse anche le attrezzature scientifiche e le scorte di viveri; è rimasto solo il muretto perimetrale che sosteneva il fabbricato. L’alto comando antartico argentino aveva mandato i militari ad asportare base e contenuto senza che il governo italiano, una volta venutone a conoscenza, facesse una piega. Renato Cepparo, allora, si rimette in pista. Fonda la SIRA, Società Italiana Ricerche Antartiche, alla quale aderiscono i vecchi compagni di spedizione e tanta altra gente, e contatta un noto imprenditore che gli mette a disposizione 7 miliardi , mentre un’azienda torinese gli offre due prefabbricati modulari per ricostruire la base nello stesso posto di quella distrutta dagli argentini. Programma la nuova spedizione e, il 5 aprile 1981, presenta al CNR e ai Ministeri degli Esteri e della Ricerca Scientifica la relativa relazione con la quale si impegna a dirigere la spedizione e a costruire la base fissa senza alcun costo per il Governo. Una grossa occasione che i Ministeri accolgono con freddezza, mentre inizialmente al CNR trova appoggio dall’addetto ai contatti con l’estero e delegato all’Artide ing. Capeti. Ma è poi lo stesso ing. Capeti a comunicargli che il CNR ha elaborato un proprio progetto. “L’ho letto quel progetto, dice poi Renato Cepparo in un’intervista al “Giornale”. Una cosa faraonica, che prevedeva perfino la costruzione di un rompighiaccio, del tutto inutile dal momento che laggiù le spedizioni si possono fare benissimo nei mesi in cui il mare è libero dai ghiacci. Costo preventivato 117 miliardi: una follia”. Tanto più se si pensa che in seguito di miliardi ne sono stati stanziati 230.
La spedizione antartica, partita da Genova tra inni e bandiere e con la benedizione del ministro Granelli, fa incavolare Cepparo che nel frattempo, con tutti gli ostacoli burocratici incontrati, aveva rinunciato alla sua spedizione. “M’ero quasi rassegnato, ma ora la spedizione antartica del CNR mi ha fatto saltare la mosca al naso. Ho visto alla TV la partenza della spedizione: mezzi cingolati, elicotteri, un rompighiaccio noleggiato in Norvegia quando si poteva tranquillamente usare una nave della nostra Marina Militare, materiale di sopravvivenza abbondante … e il tutto per andare a insediarsi in una zona antartica, la baia di Ross, presso McMurdo, dove americani e inglesi hanno già costruito addirittura una piccola città con chiesa e cinematografo. La “mia” base , almeno, aveva il vantaggio di essere in una zona relativamente isolata, interessante dal punto di vista geominerario, non ancora studiata a fondo. Perché buttare via in questo modo il denaro dei contribuenti?”. La stessa domanda se la pongono 5 parlamentari (Poli Bortone, Rallo, Aloi, Tremaglia e Sospiri) del MSI-DN, indirizzata ai Ministeri degli Esteri, della Ricerca Scientifica e del Tesoro, senza ottenere risposta come l’altra dozzina già presentata sull’argomento. Dopo ben tre spedizioni del CNR nella zona del mare di Ross, setacciata da americani e neozelandesi che vi risiedono già da trent’anni, gli esiti scientifici risultano scontati o quasi fallimentari. In compenso si viene a sapere da Polar News, notiziario di assoluta obiettività e specifica conoscenza settoriale, che alcuni ricercatori di una spedizione tedesca, analizzando un campione del fondo marino prelevato sul lato meridionale dell’isola King George, hanno appurato la presenza di ingenti depositi di petrolio. Proprio nella zona dove Cepparo aveva costruito la prima vera base italiana in Antartide, riportando poi in Italia i fossili che ha donato al Museo dell'Antartide di Trieste e al Museo Navale di Imperia….