Confortola Silvio

 

Il Silvio Confortola lo ha fregato l'Ovomaltina. Era abituato a tutt'altro genere di rifornimenti in corsa e quella specie di beverone, che esordiva proprio in quell'occasione, gli impastava la bocca e gli scottava il palato. Roba per bambini o gente di città, non per montanari e gente di fatica. Meglio lo zabaione: con quello non sarebbe andato in crisi. Non avrebbe vinto ugualmente, né sarebbe salito sul podio alle Olimpiadi di St. Moritz, nel 1948, ma contava di fare una bella figura, di tenere il passo dei nordici per quanto avesse ormai 38 anni, tanti per un fondista di quei tempi. Silvio Confortola, di Uzza di Valfurva, era il più anziano di tutte le nazioni partecipanti; nell'ambiente lo chiamavano il "vecio" e, come tale, godeva del massimo rispetto. Ma per questo appuntamento, l'ultimo di una carriera iniziata tardi, si era preparato in modo particolare, fin dall'estate, intensificando quella preparazione a secco che, per motivi di lavoro, aveva sempre trascurato un po'. Con una famiglia numerosa da sfamare, non poteva perdere le opportunità che la bella stagione offre a chi fa il muratore. Niente ritiri, dunque, con il resto della squadra. Si allenava da solo, nella sua Valfurva, quel lembo di terra che, con neppure 2.700 anime, vanta oltre 90 titoli italiani di sci alpino e nordico. Più fondo che discesa. Si alzava al mattino presto per correre nei boschi, e riprendeva a sera tardi, quando la notte cominciava a scendere, e per essere ammesso alle gare con la nazionale si giocava il posto con le selezioni. In squadra ci tornava regolarmente, stagione dopo stagione, a suon di risultati.

 

Quelle Olimpiadi, però, pur senza l'ambizione del podio in una gara individuale, erano un traguardo speciale perché, svolgendosi a St. Moritz, nell'Engadina, erano vicine alla Valfurva. Per la prima volta sarebbe stata presente anche la moglie con i figli, insieme  a centinaia di valligiani che non si sarebbero lasciati scappare l'occasione di sorreggere con il loro tifo la fatica di Silvio Confortola e Severino Compagnoni, compagno di squadra nelle 8 staffette che hanno conquistato il titolo tricolore di specialità, ma fiero avversario, con il fratello Aristide, nelle gare individuali. Silvio era il solo superstite della staffetta che 11 anni prima, ai Mondiali di Chamonix, aveva conquistato la medaglia di bronzo. Al posto di Aristide Compagnoni questa volta c'era il fratello minore Severino; Giulio Gerardi e Vincenzo Demetz erano stati sostituiti da Vincenzo Perruchon e Rizzieri Rodeghiero. C'era la possibilità di far meglio o quantomeno di ripetere quella prestazione già esaltante, ma arrivò soltanto il sesto posto. Un piazzamento modesto per le aspirazioni con cui si era partiti.

Per uno della sua età e delle sue caratteristiche tecniche, i 10 km della frazione di staffetta erano una distanza troppo corta. Neppure il tempo di scaldarti ed eri già arrivato. Era diventata breve anche la 18 km: per questo non aveva avanzato la sua candidatura. Aspettava invece la 50 km, che alla quota di St. Moritz e con quel percorso duro e accidentato si prestava meglio ad un motore come il suo che, come un diesel, non saliva di giri ma era in grado di mantenere un'elevata velocità di crociera. Non in questa occasione, però: non abituato a quel tipo di carburante, finì per ingolfarsi proprio sul più bello e il rifornimento di soccorso familiare, a base di banane, risultò troppo tardivo. Arrivò “solo” 18°, che sarebbe stato ugualmente un buon piazzamento se cinque posti davanti a lui non fosse arrivaro il "Rode" di Asiago. Ma a pesargli sullo stomaco, ancor più che l'Ovomaltina, erano i 43 minuti e rotti di distacco che gli aveva inflitto Nils Karlssol, lo svedese vincitore della  gran fondo. I nordici l'avevano sempre battuto, ma mai con un simile divario. La spiegazione non poteva essere che una: tutta

colpa di quella brodaglia per bambini e gente di città ..... Una convinzione che si è tenuta dentro tutta la vita. Che è stata dura dura per riuscire a crescere i nove figli che la Vitalini Paolina, sposata il 14 novembre 1936, gli ha dato con la regolarità costante di un metronomo. Tante bocche da sfamare in una valle povera, facendo il maestro di sci, la guida alpina, il muratore. Sci alpino, naturalmente, perché fino agli anni '70 di allievi il fondo ne portava ben pochi. Fra questi anche chi scrive, che non aveva mai messo gli sci e doveva pur imparare a muovere qualche passo in vista della Vasaloppet del 1971.....

I figli li ha cresciuti tutti e bene, i 27 nipoti e la pletora di pronipoti ha potuto goderseli fin dopo i 90 passati quando un ictus lo ha immobilizzato su una carrozzella. Fra i figli la soddisfazione di vedere in nazionale Raffaele e, fra i nipoti Fabrizio Pedranzini, figlio di una sorella, e Antonella Confortola, figlia di Raffaele.

Una vita avventurosa, la sua, che Enrico Marta, l'editore di Fondo Telemark, così descrive in un'intervista pubblicata nel n. 3 della sua rivista del febbraio 1996.

Quanti titoli italiani ha vinto?

– Pur avendo sempre praticato lo sci da ragazzo e partecipato a numerose gare a livello provinciale e regionale, solo a 27 anni sono entrato a far parte della nazionale. Dal '37 al '50, in 14 anni della mia carriera, seppure interrotta dalla guerra, ho conquistato 8 titoli italiani: in pratica ne ho dedicato uno per figlio.

Chi erano i suoi più agguerriti avversari e quale ha stimato di più?

– Vincenzo Demetz, Giulio Gerardi e i fratelli Compagnoni, Aristide e Severino. Il mio preferito era Demetz perché con la sua tecnica e la sua potenza ha ottenuto risultati insperati, contrastando gli atleti nordici, dominatori nella disciplina. Inoltre, per serietà e tenacia, è stato un esempio e un incentivo per migliorare i miei risultati.

C'è un fatto simpatico di quegli anni che vuole raccontare?

– Sì. In una gara all'Abetone mi trovavo in testa quando mi comunicarono che era nata la mia quarta figlia. L'emozione mi tradì e persi la corsa. Comunque festeggiai, come se avessi vinto.

C'è qualche episodio triste?

 

– Purtroppo nel '38, a Garmisch, vidi il mio amico Giacinto Sertorelli uscire di pista in discesa e più tardi perdere la vita. Per quanto mi riguarda, nell'agosto del '56 fui colpito alla testa da una trave, che mi provocò la frattura della vertebra cervicale. Fui costretto a riposo forzato per cinque lunghissimi anni, ma con la mia tenacia e forza di volontà, aiutato da mia moglie e dai miei figli, riuscii a superare questo momento difficile.

Quali erano le sue doti principali: motore o tecnica?

– Senza dubbio la caparbietà e la forza fisica che supplivano ad una tecnica poco raffinata. La mia forza era nelle gambe, salita, nevi pesanti o poco battute come era una volta; ero meno forte nel piano o sulle nevi veloci dove servivano di più le braccia.

Ci parli della vostra staffetta ....

– La nostra staffetta, espressione di un piccolo paese di montagna che per anni non ebbe avversari, era composta da me, Compagnoni Mario, Compagnoni Severino e Compagnoni Aristide. Siamo rimasti solo io e Severino: Mario è morto diversi anni fa; Aristide, mio coetaneo del 1910, solo da pochi mesi. Eravamo forti su tutti i terreni, tutti più o meno sullo stesso piano, non c'era una sola frazione debole. Questo il motivo di tanti successi.

Qual è il campione di oggi che predilige?

– Non si può dimenticare Maurilio De Zolt che, sebbene abbia cessato da poco la carriera, è stato il più grande campione di durata nel tempo, con risultati che nessuno ha mai ottenuto oltre i 40 anni. Lui è stato addirittura campione del mondo a 44. Dopo di lui, senza alcun dubbio per bravura, modestia e per il prestigio che ha saputo dare all'Italia a livello mondiale, metto Silvio Fauner.

Cosa pensa dello skating?

– E' una tecnica affermata e diffusa nei giorni nostri, bella ed entusiasmante quanto quella classica in uso ai miei tempi. Nuova comunque è nell'evoluzione, offrendo il vantaggio di non sbagliare mai sciolina, facilitando all'atleta un'andatura più veloce.

Come va la sua salute?

– Fisicamente mi sento bene, anche se sto ancora soffrendo per la recente scomparsa di mia moglie Paolina, che mi ha lasciato solo ad affrontare le gioie e i dolori della vita.

Ha ancora sciato?

– Fino a 80 anni ho sciato; oggi seguo con interesse tutti gli sport e sono contento che fra i miei figli e nipoti numerosi insegnino o pratichino lo sci agonisticamente, cercando di seguire le mie orme. Inoltre mi diverto con i nipoti e i pronipoti sulle nevi di casa.

 

Le 8 staffette tricolori con i Compagnoni

 

Dopolavoro AEM Milano (Compagnoni Aristide, Compagnoni Mario, Confortola Silvio)  1938, Dopolavoro AEM Milano (Compagnoni Aristide, Compagnoni Mario, Confortola Silvio) 1939;  Direttorio Provinciale FISI – Sondrio (Compagnoni Mario, Compagnoni Severino, Confortola Silvio, Compagnoni Aristide)  1940;  Dopolavoro AEM Milano (Compagnoni Mario, Confortola Silvio,Compagnoni Severino, Compagnoni Aristide)  1941;   Sci Valfurva (Confortola Silvio, Compagnoni Mario, Compagnoni Severino, Compagnoni Aristide) 1946;  Sci Valfurva (Confortola Silvio, Compagnoni Mario, Compagnoni Severino, Compagnoni Aristide) 1947;  S.C. Bormio (Compagnoni Aristide, Confortola Silvio, Compagnoni Ottavio, Compagnoni Severino)  1950;  G.S. Moto Guzzi (Compagnoni Ottavio, Compagnoni Severino, Compagnoni Aristide, Confortola Silvio)