Cuel Antenore

L’amore per la fatica Antenore Cuel, di Folgaria (TN), classe 1922, l’ha vissuto per tutta la vita. Da fondista, fin da bambino, quando con due doghe di botte, quelle tonde, con le scarpe tenute con i cinghietti e uno spago dietro il tacco, si metteva sulle code di Modesto Port, un vicino di casa più vecchio di lui di 8 anni.   Poi nella carriera agonistica, che si è sviluppata in 3 tappe: 8 anni prima della guerra, dagli 11 ai 19 anni, quattro di guerra, fino ai 23 anni, quindi altri sette di gare, fino ai 30, quando ha smesso dopo aver vinto il campionato italiano di gran fondo, la 50 km a Canazei, essersi sposato e aver messo su un negozio.  La fatica gli piace anche adesso, da anziano che ha passato gli 80 da un pezzo. Un’età che non dimostra, alto e asciutto com’è, fisico sempre prestante. Lo diresti sulla sessantina.

 Il fondo ora lo fa con la bicicletta e la fatica è la sua compagna costante. Né potrebbe essere diversamente, considerato che vive a Folgaria. Dovunque vada, bene o male deve viaggiare in salita. Magari non durissima, ma certamente lunga.  Con la bici ha iniziato che di anni ne aveva 50. Con quella da corsa 90-100 km a giorni alterni. Vien su da Trento o da Rovereto con la sua Del Tongo con il telaio di titanio, a 9 rapporti, con il 39x26 come massimo, o se ne va per le mulattiere di montagna. Fino ad Asiago, Torero, Fiorentini, 40-45 km con la mountain bike. Non sono bastati due incidenti per togliergli questa passione che sconfina quasi in mania: due fratture alla testa e una al naso la prima volta, quando è stato investito, 4 costole rotte e 25 giorni di letto a due anni di distanza. Per venir via dall’ospedale ha dovuto firmare che lasciava il reparto sotto la sua responsabilità.

Gli anni migliori della sua vita, confessa, sono stati quelli passati come internato in Svizzera con mezza squadra azzurra. Dal 1943 al 1945, alla fine del conflitto. A militare era andato nel ’41: Aosta, Courmayeur, Cervinia. Alpino, naturalmente, Nucleo pattuglie sci veloci, dipendente dalla Scuola Militare Alpina dove lo avevano chiamato perché sapevano che correva. Dopo l’8 settembre, con il "rebalton", per evitare la rappresaglia dei tedeschi, è fuggito dalla caserma di Cervinia, calandosi con la corda da una finestra tanto in fretta da bruciarsi le mani per l’attrito. Con gli altri ha svuotato i magazzini portandosi via gli sci Persenico di cui erano dotati i discesisti, sono saliti al Plateau Rosa dove si è tenuta una breve cerimonia di addio e sono scesi a Zermatt. Con loro c’era anche Leo Gasperl, il grande discesista, che come austriaco veniva considerato un  disertore dai tedeschi.

Da Zermatt la gendarmeria li ha condotti a Müren. Una bella compagnia come testimonia una foto di quei tempi, che vede la pattuglia di internati in posa con alle spalle le mitiche montane che sovrastano la località: Jungfrau, Eigher, Mench. Ne fanno parte, fra gli altri, Zeno Colò e suo cugino Agostino, Silvano Alverà, Federico De Florian, Giuseppe Della Giacoma, i Compagnoni che poi se la filarono a casa loro. Colò e Alverà, discesisti, potevano partecipare alle gare di Wengen, i fondisti no. Gli avevano sequestrato gli sci, dovettero comprarseli con la diaria di 2 franchi di cui godevano gli internati. Lavorava, naturalmente, perché gli svizzeri non ti lasciano con le mani in mano. D’estate faceva il postino: distribuiva la corrispondenza negli alberghi.  Una pacchia comunque la vita in una stazione turistica come Müren, poiché la Confederazione risentiva poco del conflitto in corso in tutta Europa. Per tenersi allenati lui, Lacedelli e Contrini correvano su per le montagne stabilendo anche il tempo record di 1h40 per raggiungere la vetta dello Jungfrau, abbassando di ben 20’ il primato precedente.

Che fosse destinato a diventar fondista, del resto, lo aveva dimostrato da piccolo. Aveva neppure quattro anni quando con le sue doghe ai piedi seguiva il vicino di casa. Alle gare si appassionò perché passavano davanti alla porta di casa, a Francolini, dove abitava la sua famiglia. Contadini con 6-7 mucche nella stalla e qualche cavallo, che nella bella stagione tagliavano il fieno e facevano i boscaioli. Il primo paio di sci glielo regalò Pierina, la sorella più anziana, che aveva il fidanzato che li faceva. Di frassino, un lusso per quei tempi. Lavorava tutto il giorno, si allenava verso sera. Prendeva gli sci e andava fino alle Coe. 

Le sue prime esperienze agonistiche da balilla e da avanguardista. Il Comitato Trentino mandava allo sci club Folgaria l’attrezzatura. Sci e scioline. Skare e klister importate dalla Scandinavia, mentre quelle stick venivano da Sondrio, dalla Emme di Moriondo, o da Recoaro. Marca Soldà, come la lacca per gli sci da discesa. La base era la Rominger, svizzera. C’era la GIL (Gioventù Italiana Littorio) che organizzava l’attività sportiva. La prima uscita a Garmisch, che aveva poco più di 11 anni, a correre con i ragazzini della Hitlerjugend. Torneo 8 Nazioni, arrivò ottavo dopo aver perso uno sci. Ne aveva 13 quando, con altri due compaesani che avevano due anni più di lui venne mandato a Cortina per il Trofeo Dolomiti. Primi nella categoria juniores malgrado la rottura di uno sci.

Passato 2° categoria iniziò a girare per l’Italia. A Roccaraso la vittoria nel campionato dei giovani fascisti, seguito da un altro successo di prestigio all’Abetone. A Brentonico  si impose al mattino nella gara di fondo, e nel pomeriggio in quella di slalom. C’era dunque anche l’istinto della discesa: quando voleva, sapeva buttarsi in picchiata. Una volta a Chiavenna, nella fabbrica Persenico, Lacedelli, che vedeva in lui grandi qualità, cercò di spingerlo a cimentarsi nella specialità, ma rinunciò. Gli piaceva il fondo, con la fatica che comporta che si aggiungeva alla fatica del lavoro di tutti i giorni.   Avversari di quel tempo Federico De Florian, i Chiocchetti, Sommariva. Era forte, sempre nei primi 4-5, ma non un vincente come Federico, che pure inizialmente era riuscito a battere. Due "Valligiani" prima della guerra, due volte la Kurikkala, una staffetta a Madesimo, una gara internazionale al Sestriere.

 Troppo emotivo, sentiva la gara. Emozione che poi svaniva sotto sforzo, ma che a St, Moritz, nel 1948, nella gara di pattuglia delle Olimpiadi, lo fece partire infilando uno sci desto sul piede sinistro, costringendolo quindi ad una perdita di tempo per cambiarlo, mentre Costanzo Picco, Aristide Compagnoni e Giacinto De Cassan  andavano avanti. Li raggiunse in salita, cadde nella successiva discesa dove si erano accumulati 30-340 cm di neve fresca, andò in crisi.  Si poteva vincere e arrivarono quarti al traguardo, giocandosi quindi il podio. Colpa sua, lo ammette. Quattro anni dopo, a Oslo, ancora alle Olimpiadi, nella 50 km fu fregato dalla sciolina. Non teneva. Vinse Veikko Hakulinen, un mito di quei temp,i e lui fu 19°, subito dietro Severino Compagnoni. Fu l’Olimpiade dell’amico Zeno Colò, che vinse l’oro nella discesa libera, la prima vittoria italiana ai Giochi invernali.  

Un paio d’anni come allenatore mandato dalla Fisi in Friuli e alla fine lasciò l’ambiente del fondo perché il negozio di articoli sportivi che aveva messo insieme con la moglie e ricorrendo al prestito di un milione da una banca di Rovereto richiedeva tutto il suo tempo. Da allora non ha più infilato un paio di sci stretti ma solo attrezzi da discesa. Come maestro, il primo di Folgaria, poi direttore di quella scuola che contava fino a 60 maestri, finché non è arrivata quella di Costa,   incarico che ha mantenuto per 36 anni.

Sempre in attività anche da quando ha chiuso il negozio, lasciando che i locali di sua proprietà venissero occupati da una banca e da Benetton. Lui vive al piano di sopra, dividendo il suo tempo fra lo sci alpino che pratica tutte le mattine, la caccia e la bicicletta. Di solito esce tutto solo. Prepara la stagione sui rulli: un’attività che annoia ma tiene in forma la gamba e prepara il cuore a sostenere la fatica. E quello che riesce ancora a fare alla sua età lo abbiamo già detto.