Biathlon - 13 marzo 2020, 19:01

Da Kontiolahti, il racconto di Thomas Bormolini: "Ci alleniamo e gareggiamo ma una volta in camera la testa è rivolta solo all'Italia e stiamo male; un invito a tutti: usiamo intelligenza e buonsenso, restiamo a casa"

L'azzurro a Fondo Italia: "Seguiamo le news dall'Italia e stiamo male; qui in Finlandia non si sono resi conto della gravità del problema, non ci sono controlli, come si è visto anche ieri in pista"

Foto di Flavio Becchis

Foto di Flavio Becchis

Sono a Kontiolahti, tantissimi chilometri lontano da casa, impegnati in quella che è diventata l’ultima tappa della Coppa del Mondo di biathlon, si allenano come sempre, gareggiano, ma una volta tornati in camera la testa è soltanto all’Italia, all’emergenza legata alla diffusione del nuovo coronavirus (COVID-19), corrono subito a informarsi il più possibile, non tolgono l’attenzione da tv e web per capire cosa sta accadendo nel paese che amano. Anche per gli azzurri del biathlon è una situazione molto particolare, difficile da gestire anche emotivamente.

Ne abbiamo parlato contattando telefonicamente Thomas Bormolini, una volta tornato in camera dall’allenamento, mentre in sottofondo è alto il volume della tv accesa dal suo compagno di squadra Lukas Hofer, pronto a sentire gli ultimi aggiornamenti dall’Italia. Per una volta non gli abbiamo chiesto di commentare le sue buonissime ultime prestazioni, né della storica cinquina azzurra qualificata per l’inseguimento, per questo ci sarà tempo più avanti.

Ciao Thomas. Come state vivendo a quasi tremila chilometri da casa, quanto sta accadendo in questo periodo?
«Soprattutto in questi ultimi giorni siamo molto colpiti da quanto sta accadendo, soprattutto da noi in Italia. Insieme a Lukas Hofer, mio compagno di stanza, ogni sera ci aggiorniamo e ci fa male lo stomaco nel vedere crescere di continuo il numero di positivi e decessi. Ci siamo resi conto che la situazione è veramente seria. Le cose cambiano di ora in ora, quando partiamo al mattino per allenarci abbiamo delle notizie, poi torniamo in camera e le cose sono cambiate».

La tappa conclusiva della Coppa del Mondo è stata cancellata, quindi anche voi chiuderete questo weekend.
«Crediamo sia giusto finire la stagione qui in Finlandia, perché bisogna rispettare e rendersi conto di quanto sta accadendo in tutto il mondo. Devo dire, però, che qui ci troviamo a vivere una situazione un po’ particolare, perché ho come l’impressione che i finlandesi non si siano ancora resi veramente conto della gravità di quanto sta accadendo. Ho notato che non ci sono molti controlli, anche ieri, pur avendo chiuso le tribune, abbiamo visto che erano presenti tante persone in pista. Qui la gente si sente protetta e sicura, non si è resa conto che questo non è il modo migliore di affrontare una tale situazione. È come se vivessero su un altro pianeta».

Preoccupati per il viaggio di ritorno, visto che la situazione è in continua evoluzione anche negli spostamenti?
«In realtà partiremo lunedì con un charter, ci è stato già organizzato tutto, quindi sotto questo punto di vista stiamo tranquilli. Certo visto l’evolversi della situazione, con diversi paesi che chiudono i confini da un momento all’altro, non si sa mai».

Come fate a mantenere la concentrazione necessaria per affrontare le gare?
«Ti dico la verità. Quando indossi pettorale e carabina, l’attenzione devi per forza porla sulla gara, al risultato, alla competizione. Alla fine abbiamo corso in una situazione molto simile già la settimana scorsa a Nove Mesto, quando gli spalti erano vuoti e sulle cronache si parlava giustamente di quanto sta accadendo. Quindi alla fine andiamo in pista e facciamo la gara al meglio che possiamo, ma una volta in camera, la nostra attenzione è focalizzata su quanto sta accadendo e ci mettiamo nuovamente alla ricerca di notizie. Comunque tutto questo durerà ancora poco, poi da lunedì saremo a casa e ci resteremo per far finire tutto questo al più presto».

Hai notato atteggiamenti diversi da parte degli altri nei vostri confronti in quanto italiani?
«Trovo inutile concentrarmi sulle reazioni degli altri. Noi siamo in albergo tutti assieme, prendiamo come sempre le giuste precauzioni. Non ho sentito alcuna battuta o qualcosa di discriminatorio nei nostri confronti. Ovviamente nel mondo siamo visti da molti come i portatori del virus e certamente c’è meno gente in questo periodo che viene a bersi il thè con noi a cena. Comunque ho avuto modo di scambiare qualche parola con altri atleti, pure se le occasioni non sono state tante, ma questo accade anche durante le altre tappe. Però per esempio ieri ho chiacchierato con Bauer nel corso del defaticamento».

Sembrano passati secoli dal Mondiale di Anterselva.
«Davvero, possiamo dire che la normalità per noi biatleti sia finita prima di Nove Mesto, quando si capiva che il finale della stagione sarebbe stato traumatico. Ma oggi il biathlon è l’ultimo dei problemi. Anzi, mi piacerebbe dire una cosa a coloro che leggeranno questo articolo».

Certo Thomas, fai pure.
«Voglio cogliere l’occasione per dire che inizialmente anch’io sono stato uno dei polli che avevano sottovalutato questa situazione, ma mi stavo sbagliando di grosso. Ecco, non sono nessuno per dire agli altri cosa devono fare, ovviamente, ma credo che noi giovani dobbiamo essere intelligenti in questo momento, non pensare che questa malattia non ci toccherà, che non possiamo ammalarci o per noi sia più facile guarire. Dobbiamo riporre le ali che crediamo di avere, scendere sulla terra ferma e capire che possiamo essere un pericolo per gli altri, che pur stando bene se infettiamo un’altra persona, la mettiamo in difficoltà. Ci vuole del buonsenso. Sono un atleta e io per primo farò fatica da lunedì a restare fermo a casa, ma è quanto dovrò fare. In questi giorni leggo tanta gente che esce per fare attività sportiva o che si lamenta perché si annoia a casa e non sa come spendere il proprio tempo. Poche storie, è un sacrificio che va fatto a ogni costo, dobbiamo tutti metterci in testa che è importante restare a casa. Rendiamoci conto che c’è chi sta perdendo la vita e gli ospedali sono pieni all’inverosimile con tutte le conseguenze che ciò comporta. Ho 28 anni, probabilmente se prendessi questa malattia potrei combatterla, ma allo stesso tempo potrei anche trasmetterla a chi ha meno forze di me per farlo. Voglio che tutti noi diventiamo consapevoli del problema e responsabili nei confronti delle persone che possono essere in difficoltà. Bisogna aiutarci tra noi e far prevalere il buonsenso. Passerà tutto e allora potremo tornare a uscire nuovamente, di tempo per farlo ne avremo tanto. Ma in questi momenti bisogna capire cosa conta davvero».

Giorgio Capodaglio

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