Sci di fondo | 01 aprile 2019

De Bertolis: "Essere granfondisti deve diventare una prima scelta"

Il trentino, 40 anni, dice basta all'agonismo. Nel 2016 fu 20° alla Marcialonga. Si dedicherà in toto al Team Trentino Robinson Trainer

De Bertolis: "Essere granfondisti deve diventare una prima scelta"

È la gara nel nome di Adolf Erik Nordenskiöld’s e si disputata dal 1884 nel nord della Svezia. Il primo vincitore, Pavva-Lasse Nilsson impiegò 21 ore e 21 minuti. Andreas Nygaard, quest’anno, poco meno di quattordici. È la gara più lunga al mondo sci da fondo ai piedi e, non a caso, ha associato il nome Red Bull, brand che sposa gli sport estremi. Ed è la gara che Bruno De Bertolis, il numero uno dei granfondisti italiani delle gare del Visma Ski Classics, ha scelto per dire basta a competizioni e pettorali, a cronometri e coppe. A 40 anni e con un passato in Coppa del Mondo Cross-country prima e nelle granfondo poi.

Bruno: perché questa gara per decidere di appendere gli sci al chiodo?

“Perché sono un pazzo furioso. Ho appena finito i 220 chilometri e se non mi vengono in mente altre follie davvero smetto qui”.

Che gara è la Nordenskiöldloppet?

“È una giornata che vale una scuola di vita: dal Paradiso all’Inferno e ritorno. In quei 220 chilometri ti passa di tutto per la testa. Soffri, gioisci poi soffri di nuovo e, alla fine, piangi. Come ho fatto io quando ho visto il mio amico e compagno di tante scorribande Loris Frasnelli ad un chilometro e mezzo dal traguardo”.

Come si preparano 220 chilometri?

“Non lo so. Ho fatto quel che ho potuto: allenamenti da quattro, cinque ore massimo. Forse il segreto sta che li ho sempre fatti bevendo solo acqua, in deplezione di glicogeno che è poi stata la situazione che ho ritrovato in gara”.

Andamento lento e lungo per preservare muscoli e cuore?

“Si, ci vuole una buona velocità di crociera tra il lento e il medio. I miei muscoli e il mio cuore hanno retto bene ma non le mie mani. Dopo cinque ore ho iniziato a spingere con il palmo di entrambe le mani aperto perché non riuscivo più a stringere il bastoncino e così sono arrivato al traguardo. Questa gara è un’esperienza mentale: dopo un po’ entri in sintonia con te stesso e con la gara. Al 130° chilometro ero da solo, ho guardato il cartello e mi sono detto: manca solo più una Vasaloppet ed è fatta”.

Bruno: è davvero l’ultima?

“Si, è l’ultima. È un mondo che mi ha dato tanto e al quale devo tanto. È arrivato il momento di passare del tutto dall’altra parte della barricata e di seguire la squadra. Ci ho messo cuore, voglia, passione ma ora basta con le gare. Resto legato alla Marcialonga, la mia Marcialonga (nella quale chiuse 20° nel 2016) e la Vasaloppet”. 

E adesso?

“Adesso cerco di prendermi ancora più cura del Team Robinson Trentino Trainer. Siamo una squadra piccola ma cerchiamo di fare tutto come i top team. Quest’anno Justyna Kowalczk ci ha detto che eravamo sulla strada giusta: è stata una carica pazzesca”.

Elicottero, diretta tv, sponsor, maglie di leader, spettatori lungo il percorso: possono essere il futuro del fondo?

“Le gare del Visma Ski Classics stanno crescendo in fretta e acquisiscono, anno dopo anno, più interesse e più seguito: difficile, al momento, dire se potranno sostituire il fondo classico. C’è un progetto che stiamo perseguendo: vorremo che essere granfondisti possa diventare una prima scelta e non un rimedio nel caso la carriera classica non abbia uno sbocco”.

Bruno: rimpianti?

“No, nessuno. Certo, smettere è dura se hai il fuoco sacro della passione. Proverò ad incanalarla da un’altra parte”. 

Luca Casali

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