D fondo D tiro | 30 dicembre 2019

Federico Pellegrino, il feeling svizzero e un'Italia che prova il cambio di passo

Erano quasi 7 anni che l'Italia non classificava 5 azzurri a punti in una sprint. I nomi cambiano ma il trait d'union rimane sempre lui.

Dalla Val Müstair a Lenzerheide, da un 2° posto di Federico Pellegrino a un altro. Sempre Svizzera grigionese e sempre Tour de Ski, ma in mezzo 7 anni nei quali lo sci di fondo italiano ha fatto tanta fatica complessivamente.

Il 1° gennaio del 2013, "Chicco", sulla tecnica e durissima pista di Dario Cologna andava a prendersi il podio superato solo da Finn Hågen Krogh, il 2° della carriera dopo il lampo di Liberec 2011 quando era solo ventenne.

Un feeling incredibile quello con le gare elvetiche per il poliziotto di Nus: 12 podi di Coppa del Mondo su 28 totali ottenuti fra Davos e le due località citate in precedenza.

Pellegrino è uno che non ama perdere e la sua tempra agonistica lo dimostra, ma anche i risultati: curiosità vuole che proprio in Svizzera a Davos sia arrivato l'unico 3° posto della carriera, oltretutto in classico, sempre nel 2013 qualche settimana prima dei Mondiali della Val di Fiemme.

Non è bello parlare dei "se" e dei "ma", ma (appunto) è un dato statistico incontestabile che se non fosse arrivato Johannes Høsflot Klæbo, le vittorie in Coppa del Mondo nella carriera del leader della squadra azzurra (13° di sempre con 13 affermazioni più 1 titolo mondiale) sarebbero già più di 20.

Klæbo e Pellegrino viaggiano in tandem con ben 10 "doppiette" (8 in Coppa del Mondo e 2 nobilissime sprint come quella olimpica di Pyeongchang 2018 e iridata di Seefeld 2019). Solo in una di queste occasioni, Dresda 2018, l'azzurro è riuscito a superare il norvegese. Le volte che sono stati assieme sul podio invece ammontano a 12 con l'highlight della vittoria mondiale di Lahti 2017 e sempre l'amata pista finnica nel 2018. In entrambe le occasioni il rivale fu 3°.

Bisogna rendere però giustizia a Pellegrino perché ha saputo quasi sempre cogliere l'attimo sia nelle pochissime gare sbagliate sia in assenza di Klæbo.

Ovviamente il

 

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