Biathlon | 12 maggio 2020

Biathlon - Conosciamo il giovane Marco Barale: "L'ingresso in nazionale accresce le mie motivazioni""

Il piemontese, vincitore di un oro e un argento (staffetta mista e single mixed) alle recenti Olimpiadi Giovanili di Losanna, è entrato a far parte della squadra Juniores e Giovani

Marco Barale (Foto: Olympic Information System)

Marco Barale (Foto: Olympic Information System)

È uno dei tanti volti nuovi della neonata nazionale Juniores e Giovani 2020/21, composta quasi esclusivamente atleti nati dal 2000 in poi. Il nome di Marco Barale, però, non suona nuovo agli appassionati di biathlon, dopo le sue grandi prestazioni alle Olimpiadi Giovanili di Losanna, nelle quali è stato uno dei grandi protagonisti. Prima la medaglia d’argento vinta in coppia con Linda Zingerle nella single mixed relay, poi lo splendido oro nella staffetta mista, insieme sempre alla giovane sudtirolese e ai valdostani Martina Trabucchi e Nicolò Betemps, che l’ha visto decisivo nell’ultima frazione con un’ultima serie di altissimo livello per velocità e precisione. Il giovane cuneese dello Sci Club Entracque Alpi Marittime, però, si è tolto anche la soddisfazione di vincere un oro e un argento ai Campionati Italiani e comportarsi molto bene nel corso di tutta la Coppa Italia.

L’abbiamo contattato per farci descrivere da lui le emozioni provate per questo ingresso nella nazionale azzurra Juniores e Giovani, tornare sulle tante soddisfazioni avute nell’ultima stagione ma soprattutto conoscerlo meglio.

Ciao Marco, complimenti per l’ingresso nella nazionale Juniores e Giovani. Come hai reagito quando ti è stato comunicato che avresti fatto parte di questa squadra?
«Intanto grazie mille per i complimenti. Mi ha chiamato Mirco Romanin la scorsa settimana per darmi questa bella notizia. Lì per lì non mi sembrava vero. Sono felicissimo e non vedo l’ora di iniziare questa nuova esperienza».

A chi hai fatto la prima telefonata dopo aver ricevuto questa notizia?
«Nicolò Betemps (ride,ndr). Mi trovavo fuori con la mia ragazza, quando Mirco mi ha chiamato, e ho deciso di telefonare a Nicolò, in quanto ci eravamo detti che ci saremmo sentiti se fossimo stati inseriti nel gruppo della nazionale. Poi ho subito chiamato mio padre, mia madre, Amos Pepino, che mi allena da quando sono bambino, e gli altri allenatori del Comitato FISI AOC».

In stagione hai vinto un oro e un argento ai Campionati Italiani, un oro e un argento alle Olimpiadi giovanili e infine è arrivato ora l’ingresso in nazionale; erano tutti obiettivi che ti eri posto la scorsa estate?
«No, sono andato ben oltre le mie aspettative. Al via della passata stagione, mi ero prefissato di vincere delle medaglie agli Italiani, anche perché oggi sono molto importanti per un eventuale arruolamento, oltre a far bene in Coppa Italia e qualificarmi per gli YOG. In Svizzera ero andato per vivermi al meglio quella esperienza ed esprimermi al massimo delle mie possibilità, ma sono andato oltre le aspettative. Non pensavo certo di conquistare due medaglie, tra cui un oro, e chiudere anche sesto la sprint. Sinceramente a inizio stagione non pensavo nemmeno che l’anno successivo sarei entrato a far parte della squadra Juniores e Giovani. Ovviamente nel corso della stagione, però, il pensiero un po’ lo avevo fatto, ne parlavamo anche spesso con Nicolò (Betemps, ndr). Alla fine la convocazione è arrivata per entrambi e sono felicissimo».

Immagino che il momento più bello della stagione sia stato il trionfo nella staffetta mista di Losanna.

«Certamente, la medaglia d’oro agli YOG è stata speciale, così come tutta l’esperienza vissuta in questa competizione internazionale, in quanto non mi era mai capitato di provare delle emozioni del genere. Essere l’ultimo frazionista, poi, mi faceva sentire grosse responsabilità, sapevo che sarebbe stata dura. Mentalmente non è facile gestire un’ultima frazione quando tutto il peso della squadra è sulle tue spalle e in caso di errori puoi mandare in frantumi il lavoro fatto dagli altri componenti del gruppo. Alla fine, però, sono riuscito a sgombrare la mente dai pensieri, all’ultimo poligono ho sparato benissimo e il giro conclusivo è stato bellissimo, unico. Non riesco nemmeno a descrivere le emozioni fantastiche mentre mi trovavo sul rettilineo finale e vedevo i miei compagni lì che mi aspettavano. È stato splendido, poi, vincere questa medaglia con quei tre compagni di squadra, in particolare Nicolò, con il quale sono diventato amico, e quel team».

In quattro domande hai citato Nicolò Betemps già in tre risposte; siete così amici nonostante spesso vi troviate a battagliare tra voi per vincere medaglie?
«Verissimo, negli ultimi due anni siamo stati sempre vicini a livello di rendimento, lui è uno dei miei più grandi avversari tra gli atleti del 2003. La scorsa estate, però, nel corso dei raduni del progetto YOG, abbiamo avuto modo di conoscerci bene e siamo diventati grandi amici. Mi trovo davvero in sintonia con lui e sono felice che siamo entrati in squadra insieme. In pista c’è rivalità, ma fuori posso ben dire che abbiamo una bella amicizia».

Per te sarà un cambio importante, visto che lavorerai con dei nuovi tecnici come Romanin, Cianciana e Mezzaro.
«Ho avuto modo di lavorare con loro già la scorsa estate, anche se sicuramente in quantità minore rispetto a quanto farò adesso, ed erano presenti anche agli YOG. Mi sono trovato subito benissimo con loro, mi piace davvero tanto il modo in cui lavorano. Anche da questo punto di vista, questa nuova esperienza è un grande stimolo per me. Da una parte mi dispiace, ovviamente, non allenarmi più con i miei allenatori storici, ai quali devo tutto, ma sono molto curioso e stimolato da questa esperienza, dallo scoprire metodi e idee nuove. Inoltre sono consapevole dell’alto valore dei tecnici che mi guideranno e della squadra in cui entrerò a far parte. Aver visto, poi, i miglioramenti fatti dal mio amico Steo (Stefano Canavese, ndr) nel corso della stagione, mi dà grande fiducia e tante motivazioni».

Torniamo indietro nel tempo: ci racconti i tuoi inizi?
«Ho cominciato da piccolissimo praticando lo sci di fondo. Nel frattempo vedevo i più grandi, Luca Ghiglione e Andrea Baretto, per esempio, che si allenavano e sparavano. Questo mi ha sempre incuriosito, così appena c’è stata la possibilità ho voluto provare anch’io. L’aria compressa mi piaceva proprio tanto, poi quando sono entrato nella categoria aspiranti, mi è venuto un forte dubbio: sci di fondo o biathlon? In entrambe le discipline stavo ottenendo degli ottimi risultati. Nel fondo mi piaceva tantissimo fare le sprint, ma presto mi sono accorto che se non toccavo il fucile per una settimana stavo male. A quel punto ho capito che la scelta era naturale, volevo essere un biatleta. E pensare che nel mio ultimo anno nel fondo vinsi la sprint degli Italiani, l’oro in staffetta e giunsi anche quarto nell’individuale in alternato. Il fondo mi piaceva e anche tanto, ma il biathlon mi ha sempre affascinato di più».

Come tutti hai iniziato per divertimento. Quando hai capito che si stava trasformando in qualcosa di più?
«Sono sempre stato molto competitivo, sin da piccolo ogni sport che facevo non volevo mai perdere. Con il passare del tempo ho visto che nel fondo e nel biathlon andavo molto bene, così li ho praticati sempre più seriamente. Il momento in cui ho capito di voler provare a seguire il sogno di una carriera nel biathlon è legato alle mie prime gare di calibro 22. Andai a gareggiare in Coppa Italia, quando ero in realtà ancora un giovane dell’aria compressa, e giunsi subito terzo. In quel momento mi innamorai di tutto l’ambiente e capii di voler diventare un atleta ed essere anche molto competitivo. Da quel momento in poi mi sono impegnato ancora di più».

Su quali aspetti ritieni di dover migliorare e qual è secondo te il tuo punto di forza?
«Sono consapevole che, essendo molto giovane, devo crescere tanto in ogni aspetto del nostro sport. Al momento ritengo che la mia miglior dote sia la voglia di emergere. Voglio diventare un atleta molto competitivo, una cosa che mi dà tanta motivazione a non mollare, quando attraverso dei momenti difficili. Invece un mio punto debole è legato alla mia difficoltà nel mantenere, quotidianamente e per tutta la stagione, la routine necessaria alla vita di un biatleta. È una cosa per me difficile, complicata, ma so che fa la differenza».  

Chi è il tuo idolo nel mondo del biathlon?
«È sempre stato Martin Fourcade, perché è lui l’atleta che guardandolo mi ha fatto appassionare a questo sport. Poi ho tanti punti di riferimento, anzi cerco di osservare un po’ tutti. Per esempio lo scorso anno, quando eravamo in raduno a Bessans con il Comitato AOC, era presente anche la nazionale francese, così ebbi l’occasione di vedere all’opera Jacquelin e Fillon Maillet, due straordinari campioni, e mi fermai ad osservarli. Ecco è importante guardare e cercare di rubare con gli occhi qualcosa ad atleti che hanno tantissimo da insegnarti, prendere da loro degli spunti».

Qual è il tuo sogno nel cassetto?
«Non lo svelo, vedremo più avanti. Innanzitutto l’obiettivo più a breve termine è sfruttare al meglio questa opportunità e raggiungere risultati, anche per fare in modo che il biathlon diventi un lavoro. Da lì in poi fisserò obiettivi più grandi».

L’ingresso in nazionale è un grande passo: vuoi ringraziare qualcuno?
«Innanzitutto devo ringraziare la mia famiglia, sono consapevole dei notevoli sforzi che hanno fatto e stanno tuttora facendo per me. Dico grazie poi ad Amos Pepino, allenatore dello Sci Club Entracque Alpi Marittime, che mi ha allenato sin dagli inizi insegnandomi tanto. Con lui ringrazio anche Roberto Biarese, che mi ha portato a fare biathlon, Alessandro Fiandino, Rachele Fanesi e Tommaso Custodero, tutti allenatori fantastici»

Giorgio Capodaglio

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