Sci di fondo | 26 novembre 2020

Sci di Fondo e Covid, Marco Selle: "Ecco come ci siamo organizzati per ridurre i rischi, sperando che basti"

Il direttore tecnico dello sci di fondo ci ha spiegato nei dettagli come la nazionale azzurra si è preparata per ridurre il rischio di contagi e soprattutto evitare di trovarsi con tutta la squadra in quarantena

Sci di Fondo e Covid, Marco Selle: "Ecco come ci siamo organizzati per ridurre i rischi, sperando che basti"

Con la qualificazione alla sprint in tecnica classica di Ruka partirà venerdì mattina la Coppa del Mondo 2020/21 di sci di fondo. Sarà la prima gara di una stagione lunga e sicuramente molto travagliata, a causa dell’emergenza covid-19 che condizionerà non poco le competizioni. Nella tradizionale intervista pre-stagionale con il direttore tecnico della nazionale di sci di fondo, Marco Selle, ci siamo concentrati esclusivamente su questo argomento, cercando di capire come l’Italia del fondo si sta muovendo per ridurre il rischio al contagio, ma soprattutto per provare ad evitare, per quanto possibile, di ritrovarsi esclusa da un evento di Coppa del Mondo, come accaduto la scorsa settimana alla Svezia nello sci alpino. Purtroppo, anziché parlare dello stato di forma degli atleti e delle aspettative in vista della stagione che porterà al Mondiale di Oberstdorf, la triste realtà attuale ci ha portato a parlare di questo.
        
Buon pomeriggio Selle. Dal punto di vista organizzativo, com’è stata la marcia d’avvicinamento all’inizio della stagione?
«Chiusa in fretta e furia la stagione precedente, superato il lockdown e le iniziali difficoltà per ripartire, dal primo raduno allo Stelvio in poi le cose sono andate piuttosto bene nel corso dell’estate, anche perché la situazione covid era andata via via tranquillizzandosi. Non abbiamo avuto particolari intoppi extra sportivi fino a Ramsau, se non qualche infortunio come quelli subiti da Pellegrino e Laurent. Cose che capitano in preparazione. Da ottobre in poi le cose sono cambiate, come è accaduto in ogni ambito lavorativo e nella quotidianità di tutti noi, è salito il numero di positivi e lo stato d’allerta. Anche noi abbiamo iniziato ad avere le prime esperienze dirette con questo virus e siamo stati costretti a cambiare il nostro approccio al lavoro e l’organizzazione interna. Sapevamo che dal momento in cui si sarebbe iniziato a fare test molecolari per accedere alla coppa del Mondo, avrebbero potuto uscire positività asintomatiche e di conseguenza rischiare di fermare buona parte della squadra.
Come sempre abbiamo messo al centro la salute di atleti e tecnici, ma ci siamo mossi per salvaguardare anche i rispettivi contatti diretti, sperando che basti. Fortunatamente, la FISI ci ha dato le risorse necessarie per svolgere la completa attività e i giorni di raduno, soprattutto per quanto riguarda il gruppo Milano-Cortina 2026, sono stati superiori rispetto alla media delle altre stagioni»
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In che modo vi siete organizzati?
«Nell’avvicinamento al circuito di coppa del Mondo soprattutto, visto che negli altri circuiti non sono per ora previsti tamponi molecolari obbligatori, abbiamo creato delle piccole bolle all’interno delle squadre stesse in modo che se qualcuno si fosse ammalato non avrebbe pregiudicato agli altri, o nel peggiore dei casi l’avrebbe fatto a pochi altri, la possibilità di proseguire l’allenamento. Fino ad oggi, durante i raduni non abbiamo riscontrato alcun caso di covid. Quindi almeno da questo punto di vista l’organizzazione per ora ha retto. Siamo però consapevoli che con un calendario scellerato, nel quale ci saranno tredici o quattordici località che ospiteranno la Coppa del Mondo, tra viaggi e spostamenti le possibilità di entrare in contatto con il virus aumentano. L’abbiamo purtroppo già visto con la Svezia dello sci alpino femminile o il salto austriaco. Diciamo che ci siamo organizzati affinché l’eventuale positività di una persona del nostro gruppo non pregiudichi a tutta la squadra la possibilità di gareggiare. La squadra ha bisogno di ogni componente per poter gareggiare ad alto livello, soprattutto gli skimen. Abbiamo cercato di avere pronto qualcuno da far subentrare ad un possibile positivo e non compromettere il loro lavoro».

Immaginiamo che il suo lavoro da direttore tecnico sia molto cambiato nel corso di questa stagione.
«Purtroppo si, questo nuovo impegno ha richiesto tante energie, ha tolto a me e i tecnici diverso tempo solitamente dedicato all’attività agonistica e tecnica. Mi sono occupato di molte cose che in una stagione normale non esistono. Sotto questo aspetto l’impegno è raddoppiato. Organizzare le trasferte è diventato complicatissimo e richiede molto tempo ed attenzione. Bisogna studiare attentamente le regole sanitarie e restrittive di ogni singolo paese, soprattutto per i viaggi via terra con i pulmini con il materiale che deve attraversare diversi stati, ognuno con le proprie regole in continua evoluzione. Siamo diventati, nostro malgrado, degli esperti su questo argomento sia a livello nazionale che internazionale. Ho un rapporto quotidiano con il dottor Filippo Balestrieri che si interfaccia con la commissione medica federale. Purtroppo questa emergenza si evolve in un senso o nell’altro sempre molto rapidamente, al punto che ogni giorno bisogna stare sul pezzo e pronti ad eventuali cambiamenti e stravolgimenti. Non si può mai abbassare la guardia. Ogni giorno arrivano notizie di spostamenti di gare, cancellazioni e altre notizie che ti costringono a cambiare la programmazione delle trasferte. Se una volta si pianificava tutto di mese in mese, ora lo si fa su base quotidiana. Dal punto di vista personale, questa situazione mi ha messo a dura prova. Stiamo tutti spendendo tantissime energie, soprattutto mentali. Abbiamo tanti atleti che sono sotto la nostra responsabilità ed è come avere sempre dei figli fuori casa, come era già accaduto a marzo quando avevamo Pellegrino in Canada con alcuni tecnici e non sapevamo se sarebbero riusciti a fare le gare, ma soprattutto a tornare per la cancellazione dei voli o il rischio di rimanere lì in quarantena».

Abbiamo visto quanto accaduto alla Svezia nello sci alpino. C’è quindi il rischio che in caso di positività di una persona dello staff venga bloccata tutta la squadra? Cosa si può fare per evitarlo?
«A differenza di quanto accade nel calcio, che ha protocolli diversi come altri sport professionistici, in caso di positività noi dipendiamo dalle autorità sanitarie locali. Ogni paese ha le sue norme. In realtà in esse è scritto che, in caso di positività, viene fermato e isolato chi è risultato essere un prime contact del positivo. Abbiamo dovuto informarci molto bene e nel dettaglio sulle situazioni che portano ad essere giudicato un primo contatto, quindi ci siamo organizzati di conseguenza, augurandoci che ciò funzioni. Abbiamo cercato di creare numerose piccole bolle che in caso di positività coinvolgerebbero un numero limitato di tecnici o atleti. È uno sforzo che sta coinvolgendo tutti, nessuno può sottrarsi a questa richiesta, perché la mancanza di rispetto delle regole anche di un solo componente della squadra potrebbe pregiudicare tutto il sistema organizzativo. Ora non so come sia andata con la Svezia, ma con la struttura che abbiamo creato sono fiducioso che, toccando ferro, riusciremo ad evitare di finire in una situazione per cui tutta la squadra sia un contatto diretto di un positivo. In Finlandia sappiamo che una persona viene considerata contatto diretto se sta per almeno 15 minuti a meno di due metri senza le necessarie misure di scurezza. Abbiamo stabilito un buon rapporto con il responsabile del Covid Center di Kuusamo che è figlio dell’ex allenatore della squadra azzurra Lepisto, il quale ci ha dato preziose informazioni».

Nel particolare come vi siete quindi organizzati?
«Limitare i contatti anche tra noi, al massimo si entra in contatto con il compagno di stanza quando non potremo avere una stanza singola. In molte occasioni, come accaduto anche questa volta, cercheremo di viaggiare su voli diversi, così se su un aereo è presente un positivo non viene fermato l’intero team. Nell’organizzazione delle stanze abbiamo utilizzato le stesse bolle presenti nei viaggi. Non mangeremo tutti assieme, abbiamo con noi una cuoca, Marta, che ha già fatto tutte le procedure di accreditamento, tampone compreso, che ha messo in pratica una sorta di take away dei pasti all’interno delle diverse case in cui alloggerà la squadra. So che è una situazione pesante per tutti noi, mentalmente non sarà facile, toglie quel clima famigliare che si crea negli alloggi che utilizziamo da anni esternamente alle strutture messe a disposizione dal comitato organizzatore, ma è l’unico modo per tutelare la bolla. Dobbiamo essere però drastici per limitare i rischi, sperando ovviamente che tutto questo basti per evitare contagi e lo stop della squadra. Per ora non è stato necessario testare il sistema, se succederà confidiamo che possa reggere. Ma ovviamente non possiamo mai esserne certi».

Quindi mi sembra di capire che, facendo un esempio, Pellegrino e Rastelli non si incontreranno per tutto il weekend di gara.
«Io spero si incontrino venerdì pomeriggio nella finale della sprint (ride, ndr). A parte gli scherzi, se si incontreranno non sarà sufficientemente a lungo e così da vicino per essere giudicati un contatto diretto».

Logisticamente parlando, come vi siete organizzati con gli skiman?
«Questo è un aspetto importante. Diciamo che per il lavoro nelle skiroom, abbiamo deciso di dividere il team in almeno due gruppi di skiman, affinché se uno risultasse positivo non finirebbero tutti in quarantena. Se perdessimo tutti i tecnici sarebbe impossibile proseguire. Ma è il sistema che stiamo utilizzando tutti noi, cerchiamo di essere a contatto il meno possibile. Questa prima trasferta, essendo anche distante, va affrontata con la massima serietà. Poi ovviamente c’è sempre l’imponderabile e dovremo essere anche fortunati. Speriamo».

A Davos ,potrebbero unirsi al gruppo atleti assenti a Ruka. Saranno inseriti quindi in una nuova bolla?
«A Davos, vista la breve distanza, ogni atleta arriverà con il proprio mezzo. Ognuno dovrà poi vivere nel sistema che utilizzeremo a Ruka».

Come dovranno comportarsi gli atleti fuori dalle gare?
«Abbiamo chiesto a tutti un grande sacrificio. Non abbiamo voluto creare allarmismi o ansie, ma abbiamo invitato tutti a prendere la cosa con la dovuta serietà. Anche fuori dai raduni e le gare, dovranno sforzarsi di cercare di evitare contatti con un numero elevato di persone e non mettere a rischio tutto il sistema da noi creato. La stagione dello sci di fondo è breve, un atleta non può permettersi di perdere un mese su quattro».

C’è il rischio di dover rinunciare a qualche tappa nel corso della stagione? In una situazione come questa, per esempio, l’evento di Nove Mesto a tre giorni dal Mondiale sembrerebbe alquanto pericoloso.
«Dovremo certamente fare un ragionamento di questo tipo. Bisognerà muoverci sempre in base all’evoluzione della pandemia. Sinceramente ora stiamo ragionando soltanto da qui a Dresda, siamo concentrati sui primi tre weekend di gara. Poi analizzeremo come comportarci dal Tour de Ski in poi. Ovviamente il Mondiale è l’evento più importante della stagione, quindi se dovesse essere necessario, faremo delle scelte per privilegiare quell’appuntamento. Spero di poter tornare presto a parlare di sport, di agonismo e commentare i risultati delle gare. Ci vorrà ancora del tempo lo sappiamo, come siamo consapevoli del privilegio che abbiamo di poter continuare a coltivare la nostra passione in un periodo dove molti hanno problemi ben più grossi dei nostri».

Giorgio Capodaglio

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