Sci di fondo | 07 marzo 2021

Oberstdorf 2021 - Racconto e fotogallery di un pomeriggio surreale e drammatico per lo sci di fondo

Il racconto della caotica appendice della 50 km dei Mondiali di Oberstdorf, tra contatto, ricorsi, appelli e l'attesa degli atleti; un pomeriggio che ha scontentato ed intristito tutti; nessun vincitore, solo uno sconfitto: il fondo

Oberstdorf 2021 - Racconto e fotogallery di un pomeriggio surreale e drammatico per lo sci di fondo

Appena taglia la linea del traguardo inizia a disperarsi, alza il bastone rotto, non si capacità dell’oro sfuggito. Vorrebbe reagire, chissà quanta rabbia ha dentro, ma deve trattenersi perché dopo quanto accaduto a Lahti è sotto esame e un gesto oltre le righe gli costerebbe molto caro. Allora Alexander Bolshunov si appoggia sulla barriera nell'area di arrivo, proprio di fronte alle telecamere, mette la testa tra le braccia e si lascia andare in un pianto di rabbia. Nel frattempo, Johannes Klæbo è a terra a godersi il momento della sua definitiva consacrazione. Già, perché nell’assurdità del mondo moderno, un campione che sta infrangendo ogni record nel format di gara a lui più congeniale, la sprint, ha anche i detrattori che non lo giudicano all’altezza delle distance, non ritenendolo così tra i grandi del fondo. Come se uno sport non avesse mai il diritto di evolversi e debba restare sempre ancorato al passato. Ora è campione del mondo della 50 km, la gara regina dello sci di fondo mondiale, ha sorpreso tutti vincendo la competizione sulla carta più lontana dalle sue doti di sprinter.

Klæbo sa di aver fatto una prestazione straordinaria e condotto la gara come voleva, restando sempre con i migliori e resistendo all’attacco tardivo di Bolshunov, forse stanco dopo una stagione per lui ricca di gare. A due chilometri dal traguardo, ormai era chiaro che questa 50 km fosse destinata al fenomeno norvegese. Il russo ci ha provato, l’ha attaccato in salita, ha quasi creato un piccolo gap, ma non esiste fondista al mondo come Klæbo in discesa. Altro che materiali, il norvegese disegna traiettorie che gli altri nemmeno pensano. Così è stato anche oggi, quando è uscito dall’ultima curva al doppio della velocità rispetto al suo avversario. Il campione norvegese si è allargato sulla destra, stessa idea di Bolshunov, entrambi fuori binario ed ecco che si sono toccati. Il russo ha rotto il bastone, mentre Klæbo si è goduto gli ultimi metri fino e ha alzato le braccia in segno di vittoria.

Eppure il norvegese non sorride troppo, è come se senta nell’aria qualcosa di strano. Va ad abbracciare il suo avversario, gli dice qualcosa che un disperato Bolshunov non coglie, quindi indossa il pettorale di campione del mondo della 50 km, il suo quarto pettorale color oro di questo Mondiale. Fa tutto però in modo sobrio, senza particolari urli, ma forse è solo il suo modo di godersi questa particolare gioia: “Adesso la finiranno di dire che sono solo un velocista” afferma con orgoglio e senso di rivincita nei confronti di chi farebbe bene a rispettare certi campioni. Nel frattempo Bolshunov continua a camminare da una parte all’altra, in preda al nervoso, vorrebbe spaccare il mondo, distruggere l’altro bastone e gettare anche gli sci. Si dirige così alle spalle della tribuna fotografi ed inizia a camminare nuovamente da una parte all’altra. Anna Zherebiateva, sua futura moglie, lo segue, cerca di consolarlo assieme a Borodavko. Lui continua a parlare da solo, gesticola, fa un passo verso il suo allenatore e torna indietro. Dà un calcio al tendone che delimita l’area e si mette nell’angolo. Scoppia nuovamente a piangere, continua a gesticolare, mentre la fidanzata lo consola ancora. Nel frattempo Klæbo è al centro dell’area dove gli atleti si cambiano immediatamente dopo la competizione, parla con Iversen e restano davanti allo schermo dove vengono mostrate le immagini del finale. D’improvviso anche Bolshunov si ferma, alza lo sguardo e inizia anch’egli a riguardare quell’ultimo rettilineo. Poi riprende a gesticolare, il rammarico di un oro sfuggito. La Russia intanto ha già fatto ricorso, Klæbo lo sa e resta davanti allo schermo. Iversen ride, scherza col compagno, sembra quasi tranquillizzarlo, mentre per l’ennesima volta osservano le immagini. “Cosa vuoi che ti facciano?” sembra dirgli. Ma Klæbo forse è memore di tante decisioni particolari prese nel corso della stagione, quella responsabilità di ogni contatto data sempre a chi insegue, diventata follemente un dogma. I media scandinavi e russi corrono da una parte all’altra, poi d’improvviso Bolshunov abbandona l’area.

Il russo però non va dalla giuria, cosa che fa invece Egor Sorin, uno degli allenatori russi e marito di Tatiana Sorina. Pochi minuti dopo tocca a Klæbo recarsi dalla direzione di gara. Il norvegese cammina tra fotografi e telecamere, non parla, il passo veloce di chi inizia a temere il peggio. Quando esce sono nuovamente foto, telecamere e microfoni, ma Klæbo si allontana velocemente. L’attesa inizia ad allungarsi, la gara è finita da tempo, tanto che anche la security inizia ad abbandonare la mixed zone. Klæbo d’improvviso deve tornare in giuria, si ferma circa un minuto ed esce. Cammina veloce, non parla e questa volta, anziché tornare nell’area alle spalle della tribuna fotografi dove sostano gli atleti medagliati, fila dritto verso l’uscita. È chiaro: squalificato. Bolshunov da guarda fa sopra la scala, si trova all’ingresso della mixed zone, sempre vicino alla futura moglie ed al suo allenatore. Non esulta, il volto triste di chi non ha ottenuto ciò che voleva, bronzo o argento non cambia nulla, anzi, forse è ancora più infastidito per la vittoria di Iversen.

La FIS nel frattempo decide di procedere con la premiazione, Iversen, Bolshunov ed il neo bronzo Krüger vanno a ricevere la medaglia direttamente sul campo gara, come da tradizione dopo la 50 km. Il sorriso è tutto di Iversen, orgoglioso per la sua gara e per quella prima medaglia iridata individuale della carriera. Al di là del colore, per lui è comunque una vittoria. Bolshunov, invece, rifiuta di indossare l’argento, perché a suo parere l’oro doveva andare a lui o Klæbo, almeno così riferiranno i media russi dopo averlo intervistato. Il russo passa in mixed zone, si ferma un secondo con i media norvegesi grazie ad un giornalista russo che fa da interprete, ma non ha tanta voglia di parlare. In ogni caso lui è stato sconfitto e battuto si sente.

Ma non è ancora finita del tutto perché questa giornata surreale potrebbe avere una nuova coda se la Norvegia dovesse decidere di fare appello ad una commissione esterna della FIS, una giuria diversa rispetto alla commissione di gara odierna. È ciò che fece la Slovenia al Tour de Ski, riuscendo a far reintegrare Lampic da un’assurda squalifica a Val Müstair. La Norvegia ha 48 ore di tempo per fare appello e si starebbe già muovendo con i suoi avvocati per capire se ci sono le possibilità di vincerlo. Poi la commissione avrà 72 ore per dare un verdetto. Insomma gli atleti potrebbero conoscere la decisione finale della FIS direttamente ad Engadin.

Non sappiamo quale sarà la decisione finale, in quanto molto spesso in stagione abbiamo visto penalizzati gli atleti che procedevano da dietro, come accaduto anche a De Fabiani nella sprint. Una regola folle e sbagliata, che nel corso della stagione ha provocato tanto caos ed oggi ha reso surreale e triste il finale di un Mondiale che era stato bellissimo. Abbiamo visto gare entusiasmanti, atleti battersi fino all’ultima goccia di energia, andando anche oltre ai propri limiti. Questo triste finale non rende il giusto merito al loro grande lavoro e lascia spazio a chi ama creare fazioni anziché le rivalità, preferisce l'insulto all'atleta anziché l'ammirazione, lo scontro alla competizione. Tutte cose che purtroppo c'entrano poco con questo fantastico sport qual è lo sci di fondo. Oggi purtroppo nessuno ha vinto, nessuno ha festeggiato o era felice, ma sicuramente c'è un vecchio ferito in lacrime ed è questo magnifico sport, che lascia dietro di sé una lunga coda di polemiche anziché il ricordo di gare bellissime e campioni straordinari.

Giorgio Capodaglio

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