Biathlon | 03 aprile 2021

Biathlon – Fabrizio Curtaz: “Portare avanti l’attività è stato fondamentale; grazie al coraggio e al buonsenso di tutti ce l’abbiamo fatta”

Prima parte di una lunga intervista al direttore tecnico della nazionale italiana di biathlon: "Siamo partiti con tante incertezze, ma una volta toccata per mano l'organizzazione perfetta dell'IBU ci siamo tranquillizzati"

Biathlon – Fabrizio Curtaz: “Portare avanti l’attività è stato fondamentale; grazie al coraggio e al buonsenso di tutti ce l’abbiamo fatta”

Nessuna pausa per Fabrizio Curtaz, che terminata una durissima stagione a causa dell’emergenza covid-19, complicatissima dal punto di vista organizzativo e mentale, è già al lavoro per pianificare la prossima stagione dopo i Campionati Italiani in Val Martello, occasione per parlare con tecnici ed atleti, e l’incontro con il presidente Roda, avvenuto a Milano martedì scorso per gettare già le basi sulla stagione olimpica. Nel frattempo, il direttore agonistico del biathlon italiano è tornato anche nel suo ufficio, presso la Polizia di Frontiera di Aosta, dove presta servizio. «Devo essere sempre grato al mio capo che mi dà l’opportunità di seguire la nazionale di biathlon nel corso della stagione – ci tiene a far sapere Curtazed a tutti i colleghi che mi danno una mano. Sono veramente grato a tutti loro per l’aiuto».

Lo disturbiamo per un’intervista a bocce ferme, tornando sulla stagione appena conclusa ed ovviamente con lo sguardo rivolto al futuro. Una lunga chiacchierata durata oltre un’ora, nella quale abbiamo affrontato diversi temi, a partire dalle difficoltà organizzative causate dall’emergenza covid e lo stress di una stagione con tante variabili, ma anche di un movimento, quello del biathlon italiano, che ha saputo andare avanti senza fermarsi ed è apparso in grande salute come dimostrato dai tanti partecipanti alle competizioni in Val Martello.

Di questo parliamo nella prima parte dell’intervista, mentre domani pubblicheremo l’altra metà, dedicata all’aspetto sportivo. Un commento sui risultati degli azzurri nella stagione appena conclusa, le motivazioni di alcune decisioni ed uno sguardo al futuro, a quello prossimo che significa Pechino 2022 ma anche più lontano, quando alcuni big potrebbero decidere di lasciare.

Buon pomeriggio Curtaz. Partiamo dai Campionati Italiani dello scorso weekend. In Val Martello abbiamo visto tanti partecipanti nelle categorie giovanili, in particolare quella aspiranti. È il segno di un movimento in salute?
«Nella categoria Under 17 i partecipanti sono aumentati in maniera considerevole. Non mi sarei aspettato un così alto numero di atleti al via, anche perché non dimentichiamoci che in questa categoria le spese iniziano ad aumentare. Addirittura abbiamo visto maggiori iscrizioni tra le ragazze rispetto ai maschi, una cosa che non accade spesso. Se consideriamo anche l’anno che stiamo vivendo, vedere tanti giovani atleti e tante giovani atlete al via è ancora più significativo. Negli sport invernali, rispetto ad altre discipline, abbiamo avuto la fortuna di avere la possibilità di continuare a fare allenamenti, perché si praticano all’aperto. Inoltre, non avendo bisogno di impianti di risalita, lo sci di fondo e di conseguenza il biathlon, grazie anche alla presenza di tanta neve, hanno visto l'avvicinamento di tanti giovani. Mentre lo sci alpino faceva fatica, tanti bambini hanno provato lo sci di fondo ed alcuni si sono cimentati nel biathlon con l’aria compressa, imparando a conoscere il nostro mondo».  
Anche per questo motivo portare avanti l’attività è stato importante. Si sarebbe aspettato di riuscire a disputare tutta la Coppa Italia?
«Sicuramente, per come si erano messe le cose a novembre, è stata quasi una sorpresa essere riusciti a disputare la stagione al completo. È andato sempre tutto molto bene. Ovviamente qualche problema c’è stato nel corso della stagione, qualcuno è entrato in contatto con il virus ed è stato costretto a fermarsi, ma nelle nostre manifestazioni non abbiamo mai avuto problemi grandi al punto da pensare di sospendere l’attività. Ciò vuol dire che tutti hanno usato il buonsenso. Nessuno ha tirato la corda di fronte ad una situazione incerta mettendo a rischio gli altri. Un’eventuale focolaio in una tappa di Coppa Italia avrebbe rappresentato un grande problema, ma questo non si è verificato grazie proprio al comportamento di tutte le società, dei Comitati e dei Corpi Sportivi. Non sarebbe stato certo banale fermare l’attività per alcune settimane. In questa maniera abbiamo anche offerto un po’ di normalità ai ragazzi, che hanno potuto allenarsi e gareggiare, proseguendo l’attività che fanno ogni anno. Per questi giovani è stato importante, soprattutto considerati i problemi della scuola e di conseguenza il calo delle interazioni sociali. Lo sport a questo livello è sempre stato importante anche per questo aspetto e abbiamo tenuto viva l’attività proprio per loro. Altre nazioni non sono riuscite a farlo. Pensate alla stessa Francia, che non ha avuto l’opportunità di organizzare delle gare ufficiali. I loro giovani di interesse nazionale hanno svolto soltanto delle gare test non ufficiali, mentre gli altri sono rimasti tagliati fuori. In Austria hanno iniziato l’attività a gennaio, quando da noi c’era la tappa di Coppa del Mondo ad Anterselva. Anche in Germania hanno avuto grossi problemi a fare un’attività costante, ogni tanto sono stati costretti a fermarsi. Non dico che siamo stati più bravi degli altri, anzi credo che siamo stati soprattutto più fortunati e alla fine siamo riusciti a fare tutto. Ma sicuramente abbiamo dimostrato coraggio e se ci siamo riusciti è stato grazie al buonsenso di tutti».  

Con la nazionale italiana avete subito avuto un’esperienza diretta con il covid nel corso della preparazione. Può raccontarci di come avete vissuto quel momento?
«Per noi è stato uno shock, un momento difficilissimo da affrontare, anche perché prima con la squadra Junior e successivamente con la A abbiamo avuto quelle positività proprio a fine ottobre, quando eravamo ormai a ridosso della stagione. Questo ha scombussolato tutto, sia nell’animo che nei programmi. Ci siamo posti tante domande ed essendo al primo contatto diretto con la malattia, avevamo anche diversi timori su ciò che sarebbe accaduto. Quanto successo ci è servito da lezione, abbiamo toccato con mano il problema e capito meglio come affrontarlo».

Passiamo alla stagione internazionale. Com’è stato il circuito della Coppa del Mondo nell’anno della pandemia?
«Siamo partiti per la Finlandia che nella testa avevamo ancora la nostra bruttissima esperienza di ottobre e novembre, oltre alle difficoltà sportive del mancato raduno in Scandinavia. Siamo arrivati lì con tante incertezze, non sapendo come sarebbe stata gestita la situazione, a parte il programma ed i protocolli che l’IBU ci aveva già mandato. Dal punto di vista emotivo, la prima tappa in Finlandia è stata difficile perché eravamo tutti in questo albergo ed avevamo paura di ciò che sarebbe successo in caso di positività, lo stress era altissimo. Mentalmente è stata dura, sembrava più importante la negatività che le gare stesse. Poi abbiamo toccato con mano la gestione dell’IBU, quasi perfetta fin da subito. Anche per loro era nuova esperienza, ma già nella seconda settimana le cose si erano stabilizzate. Sono stati lungimiranti e perfetti nella gestione del covid per tutta la stagione. Tutto ha funzionato, l’attenzione è sempre stata alta ed al centro di tutto sono stati messi gli atleti, i tecnici, tutti i protagonisti. Hanno organizzato le cose affinché anche in caso di positività si potesse evitare di bloccare una squadra intera. Sono stati anche molto rigidi, soprattutto all’inizio, ma è stato l’atteggiamento vincente. Per esempio, se notavano che qualcuno non rispettava le regole, mandavano una mail la sera stessa minacciando di mandarlo a casa».

L’IBU è riuscita quindi a facilitarvi un po’ le cose?
«Certamente, in una situazione difficile come questa, sono riusciti ad aiutare moltissimo le squadre. A noi già il fatto che i tamponi da fare in occasione delle tappe di Coppa del Mondo fossero sempre eseguiti dall’IBU ed a carico loro ha aiutato tantissimo in termini di budget, altrimenti sarebbero partite cifre altissime. A carico nostro erano i tamponi per la partenza e anche per il raduno pre mondiale, ma fortunatamente l’IBU ha messo a carico proprio i tamponi fatti in Coppa del Mondo, Mondiali Junior ed IBU Cup. Pensate che in queste competizioni solo noi ne abbiamo fatti circa 610. Potete quindi capire quanto l’associazione ci abbia aiutato. L’IBU ha affrontato molto seriamente anche questo aspetto dell’emergenza. Se non l’avesse fatto, tante nazioni sarebbero andate in difficoltà, non tutti avrebbero potuto sostenere determinati costi. Per tutta la Coppa del Mondo, l’IBU ha avuto uno staff preposto soltanto ai tamponi. Ovviamente c’era anche il personale del posto che eseguiva il tampone, ma utilizzando gli strumenti già comprati dall’IBU e collaborando con lo staff che si spostava in ogni località della Coppa del Mondo organizzando tutto.
In questa maniera il sistema è migliorato settimana dopo settimana, ma soprattutto non ci siamo mai trovati spiazzati come accaduto magari in altri sport, dove ad occuparsi dei tamponi erano gli organizzatori locali, ognuno con il proprio sistema.  Qui, invece, il sistema non è mai cambiato ed abbiamo effettuato solo tamponi molecolari, in gola, che sono anche meno invasivi rispetto al rapido. Tutto è stato organizzato al meglio. Ad esempio, noi avevamo avuto due positività a Kontiolahti, riscontrate in realtà su due persone che erano appena guarite dal covid. Abbiamo fornito subito tutta la documentazione e spedito tutto. Nel frattempo, grazie al loro sistema di tracciabilità, avevano già comunicato chi avrebbe dovuto essere messo in isolamento. Poi, in appena quindici minuti, ci hanno comunicato che era tutto a posto e coloro che avevano avuto la positività non sono stati più tamponati per un mese»
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Ovviamente è cambiata anche la quotidianità degli atleti, fatta di tamponi e settimane chiusi in albergo. Come hanno reagito?
«All’inizio tutte queste novità hanno creato un forte stress per l’incertezza. Una volta capito come funzionava il tutto, ci siamo automaticamente adattati. Alla fine, pur stando di più in albergo, la vita non è cambiata un granché, perché in Coppa del Mondo un atleta è concentrato sulle gare, non va a fare il turista. La vita di un atleta è allenamento, gara, tempo in camera per recuperare, massaggi e pasti. Ecco, magari è cambiato che nel giorno di riposo nelle altre stagioni ci si faceva un giro, ma la vita è rimasta quella. Anzi, alcuni aspetti sono diventati più semplici, come quello mediatico, che è stato snellito e velocizzato. Una volta che gli atleti hanno percepito come funzionassero le cose, è andato tutto bene, la testa si è liberata».

Domani la seconda parte dell'intervista in cui si parlerà della stagione degli azzurri.

Giorgio Capodaglio

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