Biathlon | 07 aprile 2021

Edoardo Mezzaro, allenatore della juniores ed ingegnere edile con un sogno: un impianto per il biathlon nella sua Cogne

L'allenatore valdostano ha parlato della sua esperienza nella nazionale juniores, dell'utilizzo di uno strumento come lo scatt e infine del suo progetto per un impianto per biathlon e sci nordico nella sua Cogne

Edoardo Mezzaro, allenatore della juniores ed ingegnere edile con un sogno: un impianto per il biathlon nella sua Cogne

Unire la passione per lo sci nordico ed il biathlon alla propria carriera accademica. È quanto ha fatto Edoardo Mezzaro, da tre anni nello staff tecnico della nazionale juniores e giovani di biathlon. Il ventisettenne di Cogne, ex fondista e biatleta, ha completato il suo percorso di studi di Laurea Magistrale in ingegneria dei sistemi edilizi presso il Politecnico di Torino con una tesi dal titolo “Progetto preliminare per la realizzazione di un impianto sportivo per la pratica del biathlon nel Comune di Cogne”. La sua realizzazione sarebbe utilissima, ovviamente, anche allo sci di fondo perché secondo il Dottor Edoardo Mezzaro, soltanto mettendo a disposizione una struttura completa anche per gli allenamenti si potrebbe poi riuscire ad attirare sulla località un interesse nazionale ed internazionale, riuscendo ad ospitare più spesso delle gare FIS.

Nell’occasione lo abbiamo contattato e ne è nata questa intervista, nella quale abbiamo cercato anche di conoscere meglio questo giovane allenatore, il suo percorso sportivo, le soddisfazioni ottenute con la squadra juniores, fino ad arrivare ovviamente alla sua tesi di laurea e ad un sogno che cambierebbe non poco la realtà valdostana nel biathlon e nello sci nordico.

Buon pomeriggio Mezzaro. Può raccontarci come è arrivato da Cogne, località senza una struttura per il biathlon, ad entrare a far parte dello staff tecnico azzurro?
«Ho inizianto praticando sci di fondo, anche se il biathlon mi è sempre piaciuto, come a molti bambini di Cogne, che vorrebbero tanto avere la possibilità di cimentarsi in questa disciplina. Fino alla categoria Allievi ho praticato lo sci di fondo con lo Sci Club Gran Paradiso, poi ho conosciuto Zenoni, allenatore del Bionaz-Oyace, che mi ha proposto di andare da loro a provare. Non me lo sono fatto chiedere due volte, così ho iniziato a praticare biathlon con loro. Ho quindi cominciato tardi, praticamente subito con la calibro ventidue. Dopo cinque anni senza grandi risultati, sono passato dall’altra parte del cannocchiale diventando allenatore. Mi sono tolto anche diverse soddisfazioni alla guida dello Sci Club Bionaz-Oyace, in particolare con Nicolò Betemps e suo fratello Simone. Nel 2018 è poi arrivata la telefonata di Mirco (Romanin, ndr), che avevo conosciuto agli Italiani, al quale serviva un allenatore giovane da affiancare a Fabio Cianciana. Così è iniziata questa bellissima avventura».

Cosa ha imparato in questi primi anni nella nazionale juniores?

«Tantissimo, anche perché mi sono ritrovato in una realtà molto diversa rispetto a quella dello sci club, dal momento che in nazionale ti trovi già a contatto con degli atleti professionisti, in quanto più o meno tutti sono già all’interno di un corpo sportivo. È un’altra tipologia di lavoro, completamente diversa. L’esperienza allo sci club mi ha dato tanto, è una gavetta che ti aiuta molto ad entrare nel mondo degli allenatori ed anche successivamente. La nazionale è il livello successivo, ti apre degli orizzonti che in altre realtà non potresti vivere. Entri a contatto con il biathlon internazionale, contesti che altrimenti non vedresti. Puoi lavorare con altri strumenti e professionalità. Grazie alla nazionale, ho anche avuto l’opportunità di vivere l’esperienza con Niccolò Campiani, che mi ha dato tanto, facendomi conoscere tante cose sullo SCATT».

Ci può parlare proprio dello SCATT, con il quale avete lavorato tanto nella nazionale giovanile?
«Lo scatt è uno strumento che nasce per il tiro a segno e sta prendendo piede nel biathlon. Tutte le nazioni di punta ormai lo utilizzano. Si tratta di un sensore ottico che ti permette di vedere come ti muovi sul bersaglio. Lo attacchi alla canna del fucile, mediante una calibrazione di un minuto ti rende sullo schermo del computer un tracciato sul bersaglio, così puoi vedere come ti comporti. In base al tracciato puoi fare delle analisi, vai a capire se ci sono errori ed in base a ciò vi associ una causa e vai a correggerla. Secondo noi, dopo tre anni che lo usiamo, è uno strumento veramente importante ed utile. Per esempio la Francia due anni fa lo usava a Bessans, ma anche Russia o Norvegia lo fanno».

È stata un’esperienza positiva?
«Per quanto riguarda la squadra junior si. Spesso i ragazzi chiedono di poterlo utilizzare anche nel corso dell’inverno. È uno strumento che a volte serve loro pure per avere sicurezza. Se uno è particolarmente teso il giorno prima della gara e non ha vissuto una giornata positiva in allenamento, fa puntamento una decina di minuti e vede cosa sta facendo, capisce dove sbaglia ed eventualmente si corregge. Insomma è utile anche per togliere l’ansia».

Parliamo della stagione appena conclusa; ancora una volta la nazionale juniores e giovani si è tolta tante soddisfazioni.
«Sinceramente non me l’aspettavo perché la stagione è stata travagliata. Abbiamo avuto tanti problemi in generale, a causa di alcuni casi covid, gli stop forzati, quei problemi che sono emersi per noi e per tutte le varie squadre. Non mi sarei aspettato che avremmo ottenuto dei risultati del genere, è stata una bella sorpresa. Non si può che essere soddisfatti, perché i nostri atleti sono stati bravissimi. Anche al Mondiale siamo riusciti a fare bene con tutta la squadra e questa è stata per noi la cosa più importante. Anche chi non ha vinto delle medaglie ha dimostrato di poter gareggiare ad alto livello».

Dall’esterno avete dato sempre l’idea di essere un gruppo molto affiatato. Quanto è importante che vi sia un ottimo ambiente all’interno dello staff tecnico?
«Credo sia la base per costruire qualcosa di importante. Per far funzionare le cose è necessario che lo staff sia affiatato ed unito. La cosa principale è trasmettere agli atleti serenità, altrimenti il lavoro ne risente. Siamo riusciti a trasmettere questo messaggio agli atleti, che a loro volta sono stati bravi nel creare un bel gruppo, rendendo così al massimo».  

Passiamo ora alla sua tesi di laurea. Come è nata l’idea di proporre un progetto per la realizzazione di un impianto sportivo per il biathlon nel Comune di Cogne?
«In questi anni, girando per l’Italia e l’Europa, mi sono reso conto che Cogne, malgrado abbia un comprensorio sciistico tra i più belli del panorama nazionale ed internazionale per il chilometraggio delle piste e l’ambiente circostante che può offrire, ammirato anche in occasione della Coppa del Mondo di fondo del 2019, è purtroppo indietro anni luce nelle strutture. Ho notato che le località più prestigiose di sci nordico e biathlon hanno strutture all’avanguardia, mentre da noi non abbiamo nulla, siamo rimasti allo stadio di vent’anni fa. Per la tesi magistrale, sapendo di dover fare un lavoro lungo di sei mesi, volevo quindi fare qualcosa che mi coinvolgesse anche emotivamente. A quel punto mi sono chiesto perché non pensare a qualcosa per il mio territorio. Dal momento che ogni stadio dello sci nordico per essere completo deve avere un poligono di biathlon, l’ho voluto inserire. Ho avuto la fortuna di trovare un professore che mi ha appoggiato l’idea di un progetto preliminare per la realizzazione impianto biathlon e sci di fondo. Ho seguito il regolamento IBU, le normative del CONI e le direttive ministeriali, che sono le normative cardine che regolano l’impiantistica sportiva in Italia. La mia idea è che una realtà, che abbia l’intenzione di affacciarsi al mondo del biathlon e dello sci nordico, debba creare innanzitutto un polo che funzioni dal punto di vista dell’allenamento. Se la struttura è completa per ospitare gli allenamenti, getta già le basi per andare avanti, altrimenti non riuscendo a fornire una qualità di allenamento elevata, non può puntare ad avere altre manifestazioni nazionali ed internazionali. Il lavoro della mia tesi era volto a progettare una struttura che avesse tutti gli standard per ospitare qualsiasi tipo di manifestazione».

Questo progetto potrebbe avere un seguito? C’è la possibilità concreta che da qui si possa realmente arrivare ad un impianto sportivo per sci nordico e biathlon nella sua Cogne?
«Diciamo che la mia voleva essere anche una sfida in questo senso. Purtroppo non so quanto in realtà ci sia l’interesse di portare avanti un discorso del genere nel nostro territorio. Tuttavia, spero che questo progetto possa mettere la pulce nell’orecchio a qualcuno affinché si valuti la possibilità di investire di più su delle strutture di sci nordico a Cogne. È un peccato avere questo splendido comprensorio, senza la possibilità di ospitare con continuità delle competizioni della Coppa del Mondo di sci di fondo o altre gare perché non abbiamo strutture all’altezza. Magari questa mia provocazione potrebbe far ragionare qualcuno. Tanti genitori della zona mi chiedono di far nascere un movimento di biathlon a Cogne, vorrebbero che ci fosse un poligono di tiro. Potenzialmente sarebbe un bacino eccezionale per il movimento. Ma da solo non posso fare nulla, servono delle strutture, magari sarebbe interessante già avere anche un piccolo poligono provvisorio di tiro per iniziare».

Anche perché abbiamo visto ai Campionati Italiani in Val Martello che il movimento valdostano è molto vivo.
«Ci sono tanti sci club che praticano il biathlon, ma la maggior parte arrivano fino all’aria compressa. Purtroppo per andare avanti con la calibro 22 bisogna appoggiarsi per forza al comitato. Le uniche due località con poligoni regolamentari sono Bionaz e Brusson. Quest’ultima però ha un poligono un po’ obsoleto senza la pista da skiroll. Speriamo che almeno Bionaz concluda a breve i 2,5 km di pista di skiroll, per diventare funzionale al cento per cento, in modo da avere un polo ben attrezzato per potersi allenare. Nonostante questi limiti strutturali, l’interesse per il biathlon è crescente. Pensate che l’ASIVA ha portato in Val Martello forse più di quaranta atleti, una cosa eccezionale perché fino a pochi anni fa andavamo con appena due pulmini».

Anche in Piemonte la situazione è simile. Tra l’Est e l’Ovest dell’arco alpino c’è tanta differenza.
«Vero, perché ad Est sono stati più lungimiranti, è proprio quello il discorso. Come ho detto in precedenza, chi vuole costruire un impianto in grado di ospitare delle competizioni, deve farlo innanzitutto pensando agli allenamenti. Una struttura del genere porterebbe grandi vantaggi anche all’economia dell’intera comunità, in quanto tante squadre italiane ma anche dal Nord Europa potrebbero recarvisi per allenarsi, prenotando anche gli alberghi. Ciò che fa girare l’economia attorno ad una struttura sono gli allenamenti, con le squadre in raduno, gli atleti, i comitati, i vari staff tecnici, i genitori, che fanno girare hotel e ristoranti. Per riuscirci bisogna fornire delle strutture in grado di dare determinati servizi, come una pista da skiroll, che possa offrire delle condizioni ottimali di allenamento. Gli altoatesini, i trentini, ma anche i friulani, sono stati più lungimiranti rispetto a noi dell’ovest, hanno capito come far funzionare le cose. Pensate quanto sarebbe ambita Cogne, poco sopra i 1500 metri, per allenarsi ad una buona quota».

Giorgio Capodaglio

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