Biathlon | 12 aprile 2021

Biathlon - Patrick Oberegger a Fondo Italia: "Basta guardare Eckhoff negli occhi per capire quanto è sicura di sé"

L'allenatore italiano della Norvegia femminile ha parlato al termine di una stagione trionfale: "Eckhoff e Røiseland sono rivali in pista ma fuori si rispettano; Tandrevold? Caratterialmente mi ricorda Wierer"

Biathlon - Patrick Oberegger a Fondo Italia: "Basta guardare Eckhoff negli occhi per capire quanto è sicura di sé"

Dal suo arrivo alla guida della squadra, la Norvegia femminile di biathlon è cresciuta costantemente nei risultati. Dai sei podi della stagione 2017/18, l’ultima con Patrick Oberegger ancora alla guida della nazionale italiana, si è passati ai 12 del 2018/19, per poi salire ai 25 del 2019/20 fino addirittura ai 33 della stagione 2020/21. L’ultimo è stato un anno trionfale per il team norvegese allenato dal coach italiano. Tiril Eckhoff ha vinto 13 gare stagionali, sfiorando il record di 14 che appartiene a Forsberg, è arrivata la vittoria della generale di Coppa del Mondo con Eckhoff davanti a Røiseland, delle coppe di specialità sprint e pursuit sempre con Eckhoff davanti a Røiseland, la sorpresa della Coppa della mass start finita a Tandrevold ed ovviamente il successo nella coppa per nazioni. Al Mondiale di Pokljuka sono poi arrivati a livello individuale due ori ed un bronzo per Eckhoff ed un argento ed un bronzo per Tandrevold, più il successo nella staffetta, in quel caso grazie anche ad una solida prova di Lien. Il tutto senza considerare anche gli ottimi risultati ottenuti dalle staffette miste.

Patrick Oberegger è stimatissimo in Norvegia, ogni scetticismo sull’affidarsi ad un tecnico straniero è svanito grazie ai risultati ed alla gratitudine nei suoi confronti che le atlete manifestano spesso pubblicamente, in particolare Tiril Eckhoff. Lo contattiamo quindi per sentire le sue impressioni sull’ultima stagione, mentre è ancora in Norvegia, non potendo venire in Italia a causa delle restrizioni per l’emergenza covid. Dal caldo della sua casa, mentre fuori dalla finestra scende una copiosa nevicata che imbianca Oslo anche in aprile, Oberegger ci racconta questa bellissima ma anche stressante stagione.

Buon pomeriggio Oberegger. È stata per lei una stagione ricca di soddisfazioni, ma prima vorrei parlare di un altro aspetto, quello legato alle novità che vi siete trovati ad affrontare a causa della pandemia. Da quel punto di vista che stagione è stata?
«Sicuramente molto intensa dal punto di vista mentale. In particolare per me, che in tutta la stagione sono tornato a casa in Italia una sola volta per per appena cinque giorni, soltanto per sistemare alcune pratiche burocratiche. Mi sono quindi focalizzato unicamente sul lavoro. Se nelle altre stagioni all’interno del nostro team eravamo già soliti lavorare a stretto contatto, quest’anno l’abbiamo fatto ancora di più, perché anche qui ci sono tante limitazioni, quindi gli atleti stessi hanno avuto poche occasioni di avere contatti sociali con gli altri. Anche nei raduni eravamo sempre chiusi all’interno dell’albergo senza alcun contatto con l’esterno. È stato così per tutto l’inverno. È stato difficile per gli atleti, ma anche per noi allenatori, in quanto pure noi avremmo bisogno ogni tanto di avere del tempo libero per staccare, bere una birra con persone anche di altre squadre e parlare di altri argomenti che non siano per forza il biathlon. In questa stagione, invece, la nostra vita è stata soltanto albergo e stadio. Alla fine era un po’ pesante per noi e per gli atleti. Fortunatamente in questi anni si è cimentato un bel rapporto all’interno della squadra anche tra noi tecnici, è nata una bella amicizia con Siegfried Mazet. Mi auguro però che la prossima stagione sia diversa perché ci siamo adattati a questa situazione che toglie qualità alla vita. Ed io sono stato anche fortunato, noi tutti del biathlon lo siamo perché almeno possiamo stare all’aria aperta a fare sport e abbiamo potuto anche lavorare. Anche sotto questo aspetto, se si fosse fermato tutto sarebbe stato un problema per i nostri atleti, che non fanno parte di corpi militari e possono guadagnare solo attraverso sponsor o montepremi. Nessuno qui avrebbe la certezza dello stipendio ogni mese senza gareggiare. Quindi siamo stati veramente fortunati nel poter svolgere la nostra attività».

In una stagione del genere, senza la possibilità di interagire con l’esterno, immagino che creare un ottimo ambiente all’interno della squadra fosse ancora più fondamentale.
«Senza alcun dubbio. Quando abbiamo fatto il raduno a Lavazè, non potevamo interagire con altre persone o uscire dall’albergo al di là dell’allenamento. Così abbiamo organizzato diversi momenti per stare assieme, come karaoke, quiz serali, sfide tra allenatori ed atleti. Sturla (Lægreid, ndr) suona la chitarra, quindi lo abbiamo sfruttato per i quiz musicali, lui suonava e le squadre dovevano indovinare la canzone. Anche nel corso dell’inverno non è mai mancato il tavolo per giocare a carte. Organizzare questi momenti aiuta, altrimenti ognuno sta chiuso sul telefono. Invece è bello creare un ambiente unito anche con gli skiman. Ovviamente il tutto fatto nel rispetto delle le norme da seguire perché la sicurezza è fondamentale».  

Lo scorso anno ci eravamo lasciati parlando della reazione di Eckhoff ad una Coppa del Mondo che le era sfuggita di un soffio. Sinceramente dopo le prime due gare a Kontiolahti ho pensato che non si fosse ripresa dalla batosta dell’anno prima, invece dalla seconda settimana in poi è stata una marcia trionfale. Come ha fatto?
«È riuscita a portare in gara ciò che abbiamo fatto in allenamento, una cosa tutt’altro che banale. Probabilmente il finale della passata stagione l’aveva un po’ condizionata nel primo appuntamento, anche perché si era ritrovata a gareggiare subito nel luogo dove aveva lasciato la Coppa del Mondo pochi mesi prima. Nel corso degli anni Tiril ha accumulato alcuni brutti ricordi legati a determinate località e ogni volta ha bisogno di metterseli alle spalle. In passato era Hochfilzen per la delusione del Mondiale 2017. Poi una volta vinto e conquistato quel poligono e quello stadio, se lo lascia alle spalle e guarda avanti. A Kontiolahti è stato forse il momento clou della sua stagione, perché dopo quelle due gare abbiamo parlato a lungo cercando di trovare una via d’uscita ai problemi evidenziati. Già nella sprint della seconda settimana, pur non vincendo, ha visto un miglioramento ed è tornata a credere in se stessa. Poi con la vittoria nella pursuit si è messa tutto alle spalle. Ma c’era anche un altro aspetto che l’aveva condizionata nel primo weekend».

Quale?
«Immagino che tutti abbiate imparato a conoscere Tiril. È una ragazza che ama la socialità, stare in compagnia delle persone. Quando siamo arrivati in Finlandia è rimasta scioccata dalla situazione, ogni atleta doveva stare da solo nella sua stanza. Inoltre noi della nazionale norvegese non eravamo molto soddisfatti dell’organizzazione di quella prima settimana, non ci sentivamo molto al sicuro. Così siamo sempre rimasti a mangiare in stanza, senza mai uscire. Questa situazione l’aveva mandata in difficoltà, per lei era difficile restare da sola in stanza, non incontrare gli altri, non avere un momento di socialità. Ai dubbi sulle difficoltà al poligono dell’anno precedente si sono sommate anche le problematiche covid. Parlandoci, siamo però riusciti a raddrizzarla, l’abbiamo fatta concentrare sulle cose importanti. Ce l’ha fatta, si è sbloccata e da lì è partito il suo treno, ha iniziato a viaggiare e non si è più fermata».  

Quest’anno Eckhoff è stata veramente dominante, ha alzato ulteriormente le proprie percentuali e trovato ancora maggiore continuità. Cosa è cambiato?
«Le percentuali al tiro sono il frutto del lavoro che ha svolto negli ultimi tre anni. È sempre salita gradualmente di livello, facendo uno step più piccolo il primo anno, perché bisognava innanzitutto che trovasse il feeling giusto. Il tiro non è una cosa che puoi sistemare da un giorno all’altro. Inoltre ha anche iniziato a credere molto in se stessa, nelle sue capacità e si vede. Queste cose le faceva già sempre più sovente in allenamento. Ma l’ultimo step era quello più difficile, ripeterle con la stessa continuità anche in gara. Sapete, in allenamento ci sono tanti campioni, ma in gara è tutt’altra cosa, in quanto ti trovi a vivere delle situazioni che non puoi riprodurre lontano dalle competizioni ed allenare, devi saperti adattare alle situazioni che trovi, accettarle, sfidarle. La sua sicurezza le ha consentito di affrontare queste situazioni in maniera diversa. Lo si nota dal suo sguardo prima di una competizione o di un poligono. Forse nemmeno lei riesce a spiegarsi fino in fondo questo cambiamento».

Cosa vi siete detti quando a Nove Mesto ha vinto matematicamente la classifica generale della Coppa del Mondo?
«Dopo la gara sono andato a prenderla allo stadio perché aveva dovuto effettuare il controllo antidoping. Quando è salita sul pulmino ha fatto partire un urlo. Non è una cosa da Tiril, almeno non in questo periodo, perché non ha più gli sbalzi d’umore di una volta, i suoi tanti alti e bassi. Anche quando le cose vanno male ci ragiona tanto, ma non si butta giù. Analizza la situazione e come risolvere il problema. Anche quando va bene, non esagera più nell’esaltarsi. Pure sotto questo aspetto è più costante. In questa maniera, se le cose vanno male è molto più facile il giorno dopo ripartire da zero e tirarsi su, perché è andata male una gara non un’intera stagione. In quel caso, però, si è lasciata andare a questo urlo. L’unica cosa che le ho detto è che senza quel poligono dello scorso anno, quella delusione vissuta a Kontiolahti, oggi non si godrebbe così profondamente questa vittoria. Quando siamo tornati in albergo, avevamo quasi subito una riunione con tutte le ragazze, come si fa sempre per parlare della gara. Sono andato a chiamarla in camera e l’ho trovata sul letto che piangeva come una bambina. In quel momento deve essersi sbloccato tutto in lei, perché all’arrivo nemmeno si era accorta di aver vinto la Coppa del Mondo. Non avevamo fatto alcun calcolo, perché avevamo detto che li avremmo fatti soltanto alla vigilia dell’ultima tappa. Ha quindi scoperto di aver vinto la coppa soltanto quando è stata intervistata dopo la gara. Ha quindi realizzato tutto dopo. Quelle lacrime sono state belle, perché credo che la Coppa del Mondo sia il massimo per ogni atleta, in quanto significa essere stati costantemente i migliori per tutta la stagione, non soltanto in una gara come al Mondiale».

L’altra faccia della medaglia è Marte Olsbu Røiseland. Anche lei puntava alla Coppa del Mondo, ma nella seconda parte di stagione è stata nettamente sconfitta da Eckhoff. Alcuni la ritengono un po’ la delusione della stagione. Cosa pensa della sua annata?
«È la stessa cosa che tanti dicono anche di Johannes Bø, ma nessuno guarda alla costanza che Marte ha avuto nel corso di tutta la stagione. Andiamo a vedere quante top ten ha fatto. Sinceramente io da allenatore posso solo essere felice della sua stagione perché se non avesse vinto Tiril, la coppa sarebbe andata a Marte. Il mio obiettivo era proprio quello, che a vincere la coppa fosse una norvegese. Entrambe meritavano questa soddisfazione, anche dopo quanto avevano fatto nella stagione precedente. Quest’anno Tiril aveva qualcosa in più, era imbattibile, anche se Marte è riuscita a sparare meglio rispetto allo scorso anno. Devo però ammettere che dopo la pausa natalizia non era la solita Marte, soprattutto dalla seconda settimana di Oberhof sembrava che le mancasse qualcosa, ciò ha influenzato un po’ tutta la sua prestazione. Forse ha pagato la troppa voglia di vincere la classifica generale, come penso sia accaduto anche a Hanna Öberg. Marte probabilmente ha pensato troppo a quel pettorale giallo, una cosa che nel corso della stagione può portare via tante energie. In questo senso Tiril era più tranquilla, era entrata nel mood di far bene gara per gara, consapevole che poi la generale sarebbe stata la logica conseguenza di tutto questo. Ma al di là di questo, Marte ha fatto una stagione straordinaria, di una costanza impressionante. Alla fine poi, quando ha visto che non era più possibile vincere la coppa, non ha comunque mollato, ci teneva a vincere almeno una gara e ce l’ha fatta. Per lei era importante tornare ad essere la migliore».

Com’è il rapporto tra le due?    
«La cosa che più mi ha fatto piacere è stata proprio vedere il rispetto tra queste due ragazze. Anche se lottavano per gli stessi obiettivi ed avevano uguali ambizioni, fuori dalla pista erano sempre rispettose l’una con l’altra, avevano un dialogo costante sempre con i toni giusti. Poi in pista si è rivali ed è giusto così. Nessuna di loro ha mai saltato una staffetta o fatto qualcosa che potesse creare discussioni in squadra, anzi il loro atteggiamento ha aiutato a creare gruppo ed inserire al meglio le due giovani Lien e Knotten. Hanno messo da parte gli interessi personali per il bene della squadra. Ciò mi è piaciuto moltissimo ed anche in questo senso Marte è stata bravissima, ha accettato che Tiril quest’anno ne avesse più di lei».

Parliamo anche di Tandrevold, altra atleta che si è confermata in crescita, nonostante quello spavento avuto ad Oberhof, vincendo addirittura la coppa di specialità mass start.
«Con Ingrid ho parlato molto proprio nei giorni scorsi facendo il resoconto della stagione. Le ho detto che nell’atteggiamento è molto simile a Dorothea (Wierer, ndr), perché è tanto impulsiva ed estroversa. A volte tende a parlare ancor prima di pensare, è calda, ha un forte temperamento. Le ho anche detto che sembra quasi italiana (ride, ndr). Parliamo di un’atleta ancora giovane, che ha appena 24 anni, ma già da diverse stagioni è sempre lì nella top ten. Quest’anno ha avuto alcuni alti e bassi come sempre, anche legati alla salute, ma ha avuto la capacità costante di uscire sempre dai problemi più forte di prima. Quando contava abbiamo visto la miglior Ingrid della stagione per percentuali e forma fisica. Ha ancora 24 anni e tanta strada da fare. Gli alti e bassi fanno parte della crescita di un’atleta giovane, anche se lei non vuole sentirselo dire. È molto determinata, con le idee chiare e a volte ha la testa un po’ troppo calda per quello che chiede il biathlon, quando vede e annusa la possibilità di ottenere un grande risultato dimentica un po’ il lavoro fatto per arrivare fino lì. Ovviamente questo è un aspetto su cui lavorare. Lei è diversa da Tiril, che in realtà è una ragazza molto riflessiva, ragiona tanto prima di agire. Invece, lei è tanto impulsiva, fa parte di quel gruppo di atlete che possono fare tutto o niente e ti richiedono tanto come allenatore, ma sulle quali vale la pena investire le proprie energie perché possono darti delle grandi soddisfazioni. Ingrid ha il temperamento da sportiva, con il lavoro giusto può compensare ogni mancanza e fare risultati».
    
Passiamo al resto del gruppo. Personalmente sono rimasto piacevolmente colpito dall’impatto avuto da Lien, soprattutto in occasione del Mondiale di Pokljuka.
«Ida era al primo anno con noi e non avevo subito grandi aspettative, nonostante fossi consapevole delle sue potenzialità. Già lo scorso anno aveva vinto in IBU Cup e conoscendo anche il suo passato da fondista sapevo che aveva un gran motore. Per noi era importante migliorasse al tiro e lì mi sta sorprendendo, perché sta imparando molto velocemente, pur ripartendo quasi da zero. Al Mondiale di Pokljuka dovevamo inizialmente andare in staffetta con Knotten, che purtroppo in Slovenia non era però arrivata nelle sue migliori condizioni, così abbiamo schierato lei. In una situazione di stress, viste le aspettative sulla squadra, Ida ha dimostrato di saper reggere la pressione, è rimasta calma e tranquilla. Secondo me può diventare molto competitiva. Ovviamente c’è ancora della strada da fare, ma si è inserita benissimo nel gruppo. È bello lavorare con un’atleta del genere. Anche Karoline (Knotten, ndr) era al primo anno con noi. È una grandissima tiratrice, ma ha avuto diversi alti e bassi nelle prestazioni sugli sci. È una biatleta completa che sa farsi trovare pronta. Potresti svegliarla alle due di notte e dirle improvvisamente che deve fare una staffetta e lei andrebbe. Purtroppo ai Mondiali non stava bene. Quest’anno è anche salita sul podio, ma anche quella situazione abbiamo dovuto gestirla bene, in quanto a volte un atleta può pensare troppo presto di essere già su un certo livello perché è riuscito a chiudere al terzo posto in Coppa del Mondo, immaginarsi più in alto di quanto non sia in realtà. Questa ragazza lavora però tantissimo, è professionale e sono convinto che si toglierà tante soddisfazioni. Per quanto riguarda Emilie Kalkenberg, lei ha avuto un problema fisico ad inizio stagione, così a gennaio l’abbiamo mandata in IBU Cup ed è tornata in Coppa del Mondo dopo gli ottimi risultati di Obertilliach. Ad Östersund ha ottenuto i migliori piazzamenti in carriera. Un grande finale di stagione».

Anche per la prossima stagione allenerà le stesse atlete. L’obiettivo è dare continuità al lavoro?
«Devo dire che è stato facile far confermare la squadra. Ad inizio stagione avevo subito chiesto ai miei responsabilo di avere la possibilità di lavorare con le stesse ragazze per più di una stagione, in quanto avevamo due nuove atlete in gruppo e ci vuole del tempo. Insomma ci tenevo ad allenarle fino alla stagione olimpica. Alla fine, però, non c’è stato nemmeno bisogno di discuterne, in quanto queste sei sono state le atlete che hanno ottenuto i migliori risultati. Non vedo l’ora di ripartire con loro tra poco».

Nella prossima stagione il mirino sarà puntato sulle Olimpiadi?
«Sicuramente ci sarà chi di loro darà la precedenza alle Olimpiadi, ma è importante che alcune atlete provino innanzitutto a fare bene per tutta la stagione. Soprattutto le giovani hanno bisogno di crescere e fare esperienza piuttosto che di ottenere la medaglia o il risultato. È importante imparare a reggere una stagione intera tra viaggi e tanti impegni, crescere gara per gara. In ogni caso ancora devo parlare con tutte, quindi ancora non abbiamo stabilito le priorità. Magari chi ha già vinto tante medaglie mondiali, potrebbe essere molto stimolata dall’obiettivo olimpico».

Lo scorso anno siete venuti in Italia nel mese di ottobre allenandovi a Lavazè. Considerato che le Olimpiadi sono in quota, vi rivedremo ancora nel nostro paese?
«Per noi quello di Lavazè è stato un raduno molto importante. Al di là del lavoro fisico, era fondamentale lavorare in quota anche al tiro. Ci siamo trovati benissimo lì e sicuramente torneremo nel mese di ottobre. In realtà era pianificato anche un raduno a giugno o luglio, ma al momento non abbiamo certezze, dobbiamo vedere come evolve la pandemia. Sicuramente quello di Lavazè è stato per noi il miglior periodo di allenamento della stagione e siamo stati anche fortunati nel trovare la neve. Qui in Norvegia non abbiamo la possibilità di allenarci a questa quota. Per questo motivo puntiamo a fare due o tre stage del genere, ma dovremo fare purtroppo anche i conti con la realtà, quindi vediamo cosa sarà fattibile o meno. Purtroppo non possiamo prendere una macchina ed andare lì, come magari succede alle squadre alpine. L’Italia è una meta molto apprezzata dai nostri atleti, non soltanto per la quota, ma anche per il meteo e soprattutto in autunno per la luce. Avere una giornata più lunga aiuta molto anche mentalmente».

Giorgio Capodaglio

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