Biathlon | 25 novembre 2021

Biathlon - L'allenatore di tiro Klaus Höllrigl: "Le condizioni di Pechino non ci spaventano, da italiani sappiamo adattarci"

Credit: Per Danielsson - Projetkt P.

Credit: Per Danielsson - Projetkt P.

Alla vigilia della stagione abbiamo pensato di fare il punto della situazione sulla squadra azzurra di biathlon. Per farlo ci siamo affidati a Klaus Höllrigl, l’allenatore di tiro della nazionale italiana di biathlon in coppia con il responsabile Andreas Zingerle. Lunedì scorso, molto gentilmente il tecnico della Val Martello ci ha concesso parte del suo tempo prima di recarsi in Svezia insieme alla squadra azzurra in vista delle competizioni di Coppa del Mondo.

Höllrigl in estate ha allenato il sottogruppo composto da Lisa Vittozzi, Rebecca Passler, Michela Carrara, Thomas Bormolini, Patrick Braunhofer e Daniele Cappellari, ma ovviamente nei tanti raduni svolti insieme al gruppo guidato da Andreas Zingerle, ha avuto modo di guardare e confrontarsi sul collega anche su Wierer, Hofer, Windisch, Bionaz e Giacomel.

Buongiorno Höllrigl. Partiamo dall’ultimo raduno e dalle competizioni di Idre: che impressione ha avuto dagli azzurri?
«Ho visto delle belle cose al poligono. È stata per noi una rifinitura del lavoro svolto in estate, quando abbiamo fatto due blocchi anche in quota a Lavazè, dove l’arrivo al poligono è molto duro, al punto che forse nemmeno in inverno ne troviamo di così difficili. Proprio quei due blocchi di quota ci hanno dato la possibilità di crescere sul tiro in condizioni complicate. Ovviamente alle Olimpiadi potremmo trovare delle difficoltà simili, a causa della quota. Quei due blocchi lì ci hanno aiutato a crescere. A Idre, in allenamento o in gara, ho quindi visto da parte di tutta la squadra un bel tiro, i frutti del lavoro svolto in estate».

In estate il dt Fabrizio Curtaz, insieme a voi tecnici, ha deciso di dividere la squadra A in due sottogruppi. Ritiene che questa scelta si sia rivelata utile?
«Personalmente mi ha aiutato molto, sono sempre stato favorevole al lavoro con piccoli gruppi perché così non ci sfugge nulla. Se hai più allenatori ma un gruppo ampio, tendi a guardare tutti gli atleti e a volte qualcosa scappa, perché magari ci si trova in due a osservare lo stesso atleta. Insomma diventa più difficile lavorare con qualità. Invece con un gruppo piccolo formato da cinque o sei atleti, si riesce a lavorare molto bene sull’atleta e sui suoi punti deboli, si riesce a farlo migliorare attraverso un lavoro individualizzato. Penso che ormai si debba sempre fare così per mantenersi ai vertici in un panorama internazionale che è salito di livello».

Nonostante la divisione, lei e Andreas Zingerle avete continuato a lavorare insieme e darvi consigli?
«Certamente. Dopo i raduni, anche quando eravamo separati, ci confrontavamo sempre. Lo stesso abbiamo fatto successivamente, quando abbiamo iniziato a lavorare insieme e dopo ogni allenamento ci trovavamo a parlare dell’uno o dell’altro atleta, scambiandoci le nostre impressioni. Quando avevo dei dubbi o mi serviva un consiglio su un atleta per risolvere un problema, mi sono rivolto a lui e viceversa. Abbiamo cercato sempre di risolvere le cose in due. Ovviamente sbaglierei se non mi appoggiassi sulla sua grande esperienza. Ci siamo confrontati di continuo e ciò ci ha permesso di lavorare bene».  

In occasione delle gare di Idre, Lisa Vittozzi ha destato una bella impressione al tiro, sparando con precisione ed altissima velocità.
«L’anno scorso abbiamo lavorato tanto sulla base e abbiamo capito che per lei è possibile anche sparare più velocemente. Nel biathlon il primo obiettivo è quello di avere la massima possibilità di fare zero, il secondo è di farlo il più velocemente possibile. Abbiamo capito che lei è in grado di sparare in modo molto pulito in tempi molto corti. Se vediamo che un’atleta ha la stessa possibilità di fare zero scendendo di diversi secondi, allora deve avere il coraggio di farlo, per guadagnare qualcosa in ogni singolo poligono perché alla fine la somma potrebbe fare la differenza. Abbiamo abbassato il tempo d’esecuzione nel quale lei è comunque in grado di fare zero, se lo allungassimo avrebbe le stesse identiche possibilità di farlo, non maggiori. L’ho vista più sicura nei suoi mezzi, è convinta del lavoro che è stato fatto, convinta di avere un bel tiro e ciò la aiuterà a portare tutto questo nelle gare vere».

La scorsa settimana Dorothea Wierer ha affermato di aver cambiato più volte posizione di tiro nel corso dell’estate. Possibile che a trentuno anni, una biatleta forte come lei, cambi ancora?
«Doro è fatta così e lo sarà anche a settant’anni. Lei cerca sempre la perfezione, non si accontenta mai. L’anno scorso come percentuale ha fatto una bella stagione, sempre stringendo e allungando la cinghia. Cerca la perfezione. C’è stato un periodo in cui non era contenta della sua posizione e della stabilità. Abbiamo fatto delle leggere modifiche e ha ritrovato un buon feeling».

Lo stop forzato a poche settimane dal via, può rivelarsi un problema per Hofer?
«Luki è un grande tiratore, ha una splendida tecnica, è quello che lavora più di tutti, il suo materiale è sempre a posto. Magari è possibile che abbia bisogno di qualche gara per entrare in ritmo, ma sicuramente non bisognerà aspettare tanto per vederlo sui suoi livelli».

Nel suo sottogruppo erano presenti altre due donne: Michela Carrara, che già allenava, e Rebecca Passler, con cui ha lavorato per la prima volta. Che impressioni ha avuto da loro?
«Si, è il primo anno che alleno Reby. La ritengo un’atleta molto interessante. Anche sul tiro ha un grande talento, lo ha nel sangue. Ovviamente c’è da lavorare vista la giovane età, anche perché non è facile trovarsi vicino Lisa e Doro. In estate abbiamo lavorato tanto sulla tecnica ed è cresciuta. Come è normale che sia, quando lavori tanto su certe cose non è facile assimilarle subito. In estate ha quindi sofferto un po’, ma adesso ha ritrovato sicurezza.
Con Carrara il nostro obiettivo era di fare un biathlon più moderno, ha lavorato con tanta determinazione e grinta. Fino adesso abbiamo eseguito senza intoppi il programma che avevamo predisposto, è andato tutto liscio. Le prime gare saranno per lei molto importanti, in quanto deve portare in gara quanto fatto in allenamento, farlo diventare naturale. Abbiamo visto delle belle cose a Idre e siamo fiduciosi»
.

Parliamo dei tre uomini del suo sottogruppo. Bormolini lo vedremo con voi in Coppa del Mondo, mentre Braunhofer e Cappellari partiranno dall’IBU Cup.
«Nelle due gare di Idre, Bormo ha sparato sotto al livello mostrato in preparazione, dove ha avuto dei livelli di tiro altissimo con un’ottima percentuale di colpi presi, soprattutto a terra ha mostrato sicurezza. Ha lavorato tanto per migliorare le percentuali in piedi e anche su questo è cresciuto molto. Non è riuscito a farlo al cento per cento nelle gare di Idre, ma credo gli siano servite per rompere il ghiaccio e ritrovare il feeling con le gare. Diciamo che dopo questi mesi di allenamento non ho dubbi sul suo tiro.
Per quanto riguarda Cappe e Brauni, sono due tiratori, ce l’hanno nel sangue. Con il primo abbiamo lavorato perché possa portare il suo tiro con più continuità in gara. I risultati in passato non hanno sempre rispecchiato il suo talento, anche se lo scorso anno ha fatto diverse ottime gare. Può migliorare ancora. Brauni ha lavorato tanto sul tiro a terra, che era sempre stato il suo punto debole. Anche lì sono uscite fuori delle belle cose. Ha preso preso sicurezza a terra, dove negli anni passati aveva sempre timore».


Le chiedo un suo pensiero anche sui restanti tre uomini della Squadra A: Giacomel, Bionaz e Windisch.
«Tommy è un bel tiratore, ha dei grandi numeri in canna. Specialmente in piedi è molto veloce nel coprire i bersagli. È ancora molto giovane e ha margini di crescita, soprattutto può migliorare ancora mantenendo più calma al poligono. So che Ando (Zingerle, ndr) ha lavorato tanto con lui su questo aspetto e si è visto a Idre. Se mantiene calma ed equilibrio è un bel tiratore. Ha solo ventuno anni, deve e può crescere su questo aspetto. Non dimentichiamoci che parliamo di giovani, a volte è normale che non abbiano la sicurezza e la calma degli altri. Anche Didier ha lavorato tanto sul tiro, l’ho visto molto sicuro e a posto. A me piace tanto, perché cerca a tutti i costi di chiudere il bersaglio, ha un approccio speciale al poligono e per me questo è un aspetto molto positivo.
Per quanto riguarda Domi, in estate ha lavorato tanto con Ando per avere una maggiore fluidità al tiro. Ho visto delle belle cose in questo senso e ora deve solo portarle in gara»
.   

Un’ultima domanda sull’evento clou della stagione, le Olimpiadi di Pechino. È preoccupato dall’idea di gareggiare in una località nella quale non avete mai avuto competizioni e con condizioni meteo che si annunciano complicate?
«Assolutamente no (ride, ndr). Noi siamo italiani e se l’italiano ha una grande dote, è quella di adeguarsi in un niente a tutti i problemi che trova e risolverli. Nessuno conosce quel poligono, ma so che noi abbiamo atleti di gradi di adattarsi subito a queste situazioni. Inoltre, come ho detto in precedenza, ci siamo preparati al tiro in quota. Se ci sarà il vento, sappiamo di avere atleti in grado di sparare bene in quella situazione. Se penso al poligono di Pechino dormo tranquillo».

Giorgio Capodaglio

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