Non è mai stato un predestinato. Non è mai stato l’atleta additato da tutti per il talento innato. Anzi, esagerando un po’, lui stesso ha detto che da giovane perdeva anche in famiglia, facendo riferimento al fratello Markus di qualche anno più vecchio.
Non è proprio così, ma il riferimento aiuta a tratteggiare il carattere e l’approccio di Dominik Windisch alla vita da atleta. Una vita che si è rivelata lunga e soprattutto vincente, tanto per il titolo iridato nella ventosa mass start di Östersund 2019, quanto per le tre medaglie olimpiche, tutte di bronzo: una individuale nella sprint di PyoengChang 2018, le altre con la staffetta mista sulle stesse nevi coreane e quattro anni prima a Sochi. E sempre nella mista, tra Östersund 2019 e la "sua" Anterselva 2020 ha potuto conquistare un bronzo ed un argento iridati. E poi c’è la Coppa del Mondo, un cammino fatto di oltre 300 presenze culminate con la vittoria di Canmore 2016, ancora in una mass start dalle condizioni critiche.
Ma le statistiche, in realtà le conosciamo tutti e soprattutto chiunque sa dove trovarle.
Quello che i dati ed i numeri non raccontano è la caratura del personaggio. Il saper sempre e comunque dosare i modi, il sapersi raccontare anche sugli aspetti meno pubblici, il sapersi riconoscere atleta di ottimo livello ma senza esagerare. Quell’onestà intellettuale che in un panorama fatto di iperboli e assoluti permette di apprezzare appieno la naturalezza del campione semplice, dell’atleta della porta accanto.
"Chi mi conosce sa che prima di parlare voglio guardare, capire, analizzare – ha voluto sottolineare oggi durante la conferenza stampa di addio – ed i sacrifici, anche in famiglia, iniziano a pesare".
Non è mai stato uomo da esaltazioni facili, Dominik Windisch. Seppur i numeri glielo consentissero. Non fa parte di lui: sa di aver fatto tanto, sa di aver lavorato duramente per raggiungere questi traguardi, ma allo stesso tempo sa di essere stato fortunato a poterlo fare. Un atteggiamento che gli ha permesso di fare sin da subito breccia nel cuore degli appassionati, pronti a percepire all’istante quella naturalezza, quella sincerità e quel candore che si riconoscono all’amico, volendo addirittura al fratello. Emozioni e caratteristiche che hanno permesso a Dominik Windisch di passare dall’essere spontaneo anti-eroe a campione popolare, nel senso di (ri)conosciuto, apprezzato ed amato dal popolo.
E questo, non c’è allenatore che lo possa insegnare. Non c’è guru che lo possa suggerire. Non c’è tattico o stratega che lo possa definire. C’è o non c’è, dentro l’uomo.
Ed in Dominik Windisch tutto questo è stato lampante: non resterà negli annali, non resterà nelle statistiche, ma le sensazioni generate e l’amore per il biathlon veicolato da Domme accompagneranno per sempre i ricordi degli appassionati e dei tifosi.
E forse, vittoria migliore non c’è.
Grazie Domme, buona vita.
Biathlon – Dominik Windisch, l’antieroe ed il campione popolare
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