Biathlon | 25 aprile 2022, 10:22

Biathlon - Conosciamo Christoph Pircher: "Amo questo sport, può essere crudele ma è sempre tutto possibile"

Foto di Bjørn Reichert

Foto di Bjørn Reichert

«Qualche giorno fa ho avuto sette verifiche in otto ore di lezione. In questo periodo va così, ma mi piace perché in inverno posso pensare esclusivamente alle gare». Christoph Pircher, come tanti suoi coetanei, è molto impegnato nello studio, dovendo recuperare in vista dell'esame di maturità le tante assenze fatte nel corso dell’anno scolastico, a causa dei tanti impegni sportivi avuti.
E che impegni! Partito fuori dalla nazionale juniores e giovani, Pircher si è allenato con l’ASV Ridnaun e la squadra del Comitato FISI Südtirol, riuscendo, a suon di vittorie a guadagnarsi un posto in nazionale, esordire in IBU Cup Junior, fino a prendersi un posto per i Mondiali Giovanili di Soldier Hollow, dove ha anche vinto una medaglia in staffetta, prima di volare poi in Finlandia e prendere parte anche agli EYOF, tornando in Italia in tempo per vincere, insieme a Denise Planker, la single mixed relay dei Campionati Italiani in Val Martello.

Una stagione ricca di soddisfazioni per il giovane altoatesino, cresciuto nella società trentina dell’US Primiero, come Tommaso Giacomel, prima di entrare nel liceo sportivo di Malles: «Dovreste vedere che struttura – ha affermato Pircherho anche un poligono con le piazzole per la calibro 22. Dormo in convitto, insieme agli altri, fino al venerdì, poi torno dalla mia famiglia».
Ma conosciamo meglio il classe 2003 che ha vinto il bronzo nella staffetta maschile Youth dei Mondiali di Soldier Hollow, insieme a Marco Barale e Nicolò Betemps.

Christoph, quale è il bilancio della tua stagione?
«Sono sicuramente molto felice di quanto ho fatto. Se torno sulle mie aspettative di inizio stagione, credo che allora se qualcuno mi avesse detto che sarebbe andata così, avrei dubitato fortemente, anche perché l’estate non era andata come avrebbe dovuto. Forse quello potrebbe paradossalmente avermi aiutato, perché sono partito con meno pretese, senza pressione. Poi, dopo il primo weekend, a Forni Avoltri, mi sono reso conto che stavo andando bene e a quel punto sono riuscito a tenere il livello alto per tutta la stagione. Sono felice della costanza che ho avuto».

Insomma, al cancelletto di partenza di Forni Avoltri, in occasione della prima gara della stagione, non avresti mai immaginato di andare al Mondiale di Soldier Hollow.
«Allora, ai Mondiali non ci avevo nemmeno pensato. Ho cominciato a farlo a Forni Avoltri, ma solo quando siamo tornati lì per i Campionati Italiani a gennaio. Il mio obiettivo stagionale era di qualificarmi per gli EYOF, visto che i nazionali avrebbero fatto l’IBU Cup Junior e probabilmente sarebbero stati più avanti a inizio stagione. Invece, mi sono trovato lì con loro e alla fine sono riuscito addirittura a qualificarmi per i Mondiali Giovanili».

Cosa credi sia cambiato quest’anno rispetto alle stagioni precedenti?

«Sicuramente ho migliorato le mie prestazioni al poligono. Nella passata stagione andavo un po’ meno sugli sci, rispetto a quest’anno, ma in ogni caso non mi comportavo male. Invece al poligono avevo iniziato subito commettendo tanti errori e avevo proseguito così per tutta la prima parte della stagione. Poi, nell’ultima fase, avevo migliorato un po’ le percentuali, ma ero calato fisicamente. Insomma non ero riuscito a mettere mai insieme le due cose, quindi i risultati non erano arrivati. Quest’anno sono riuscito a restare più calmo al poligono e questo ha fatto la differenza. Ovviamente ho lavorato anche tanto sul mio tiro in allenamento, ma credo che l’80% sia nella testa, ero più rilassato e non mi sono messo pressioni, non ho permesso a pensieri inutili di infilarsi nella testa prima di sparare, ma mi sono concentrato esclusivamente sul fare bene il mio lavoro e non farmi prendere dalle emozioni».  

Qual è stato il momento più bello della stagione?

«Probabilmente proprio la vittoria in Coppa Italia a Forni Avoltri, perché per me è stata una liberazione. Tutto il resto è arrivato di conseguenza, mi ha tranquillizzato, perché ci tenevo tanto a vincere una gara. Ma ovviamente, non posso non citare anche la medaglia vinta ai Mondiali, riuscire a salire sul podio a quel livello. Anche perché non poteva esserci nulla di meglio rispetto a vincere una medaglia mondiale in quel contesto e con due ragazzi con cui vado molto d’accordo».

A proposito, come sei stato accolto dal gruppo della nazionale giovanile, visto che non facevi parte della squadra in estate?
«Mi sono trovato subito benissimo, non ho mai avuto alcun problema, perché il clima era veramente ottimo in squadra e con gli allenatori. Ovviamente quando entri in un gruppo nuovo, non puoi sapere come sarà, ma mi sono subito trovato a mio agio, non vi è stato alcun momento difficile, anzi, siamo andati tutti molto d’accordo sin dall’inizio. Credo che questo ci abbia anche aiutato molto a ottenere i risultati, in quanto la gara alla fine dura soltanto trenta minuti, mentre la maggior parte del tempo lo passi con allenatori e compagni di squadra. Se in gruppo le cose vanno bene, allora ne trae beneficio anche la prestazione, in quanto arrivi in gara più rilassato».

Com’è stata l’esperienza negli Stati Uniti?
«Bellissima. A dire la verità, mi sembrava di essere nel set di un film, con queste strade giganti e le persone sempre molto gentili. Ogni volta che andavi da qualche parte, trovavi qualcuno che ti augurava buona fortuna per la gara. È stata un’esperienza che porterò con me per tutta la vita».

Tornando indietro nel tempo, ci racconti come hai iniziato?
«Ho cominciato nell’US Primiero, perché mio papà è allenatore di quella società. Sono stato lì fino a quando non è arrivato il momento di frequentare le superiori, allora, su consiglio di Isabella (Filippi) e Brauni (Christian Braunhofer), del Comitato Südtirol, mi sono iscritto alla scuola di Malles e all’ASV Ridnaun. È stata la scelta più giusta da fare, così posso allenarmi sempre senza grandi spostamenti e vengo continuamente seguito dai miei allenatori».

So che sei grande appassionato anche di sci di fondo. Come mai hai scelto il biathlon?
«Sin da bambino mi è sempre piaciuto il biathlon, volevo guardare ogni gara alla tv. Così, quando c’è stata la possibilità, non ci ho pensato due volte a intraprendere questa strada. So che questo sport può essere spesso crudele, fa veramente male quando sei in forma e commetti quell’errore di troppo al tiro, ma proprio in questo c’è la sua bellezza. Quando sei al cancelletto di partenza, sai che puoi battere anche un atleta più in forma di te, perché in ogni gara è tutto possibile. Guardate anche le classifiche, i vincitori cambiano spesso. Un esempio è Tiril Eckhoff, che due anni fa spaccava il mondo, mentre nell’ultima stagione ha fatto più fatica. Magari già l’anno prossimo torna dominante».

A proposito, chi è il tuo atleta preferito?

«Escludendo gli italiani, per i quali ovviamente faccio il tifo, a me piace tanto Tarjei Bø. Non saprei nemmeno dire perché, probabilmente per il fatto che è passato attraverso momenti difficili ma ha avuto la forza di venirne fuori. Poi mi sta anche molto simpatico, così come suo fratello Johannes. Però, se un italiano lo batte sono contento».

Una cosa che ci ha colpito, vedendoti gareggiare, è la velocità con cui esci dal poligono. Ti alleni molto su questo particolare?

«In realtà no. Ho provato per un periodo ad allenarmi a mettere su la carabina come Lukas Hofer, ma non ci riesco. Ricordo che quando ci ho provato a casa, avevo la schiena che sanguinava (ride, ndr). Credo che la mia velocità sia dovuta alla determinazione. Alla fine quando ho sparato l’ultimo colpo, se ho fatto una bella serie mi spinge fuori l’adrenalina del buon risultato che può arrivare, se invece ho commesso errori, allora subentra la voglia di recuperare».

Su quale aspetto vuoi lavorare nella prossima stagione?

«Vorrei migliorare la tecnica di sciata e anche la forza. Sono due aspetti su cui lavorare, se voglio diventare più completo».

Sicuro la voglia di sciare non ti manca, visto che ti abbiamo visto all’opera anche in occasione della Red Bull Doro Hunt.
«Sciare mi piace sempre, se ho la possibilità non ho problemi a fare qualche chilometro in più rispetto all’allenamento previsto. Ma anche in bicicletta amo fare dei giri molto lunghi. Ultimamente ne ho fatto uno sugli sci, quando dopo le gare in Val Martello sono andato a Seefeld e ho sciato per cento chilometri. Mi piace ogni tanto fare queste, mi diverto».

È difficile conciliare scuola e sport?
«Non è semplice, soprattutto perché al termine della stagione sportiva sei stanco, ma torni a scuola e devi recuperare tutto ciò che hai perso. È stressante, ma alla fine fattibile. Anche perché qui a Malles abbiamo la fortuna che ci lasciano molta libertà, possiamo concentrarci sullo sport durante la stagione, ma alla fine dell’anno scolastico bisogna ottenere i risultati da loro richiesti. Insomma, si deve essere bravi a gestire se stessi. Ora c’è tanto da studiare, ma è così, lo sappiamo. Personalmente preferisco studiare adesso, anziché farlo durante le gare, quando invece voglio essere concentrato sulle competizioni senza altre preoccupazioni».

Al termine di questa bella stagione vuoi ringraziare qualcuno?

«Sicuramente dico grazie ai miei genirori. Poi voglio ringraziare Brauni (Christian Braunhofer) e Isabella Filippi, insieme a Ralf Passler, Armin Kasslatter e tutto il comitato Südtirol. Loro ci mettono sempre molto impegno, fanno mille sacrifici per noi, si prendono le ferie per seguirci. Potrebbero andare al mare e invece passano il tempo con noi in ritiro, sono sempre disponibili quando li chiamiamo. Li ringrazio perché hanno tanta passione e ce la trasmettono. Ciò ci aiuta tantissimo. Infine, volevo ringraziare i tecnici della nazionale italiana giovanile per avermi dato fiducia portandomi ai Mondiali e accogliendomi benissimo in squadra».

Giorgio Capodaglio

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