Sci di fondo | 17 ottobre 2022, 19:00

Sci di Fondo – Torgny Mogren: ”Con Gunde Svan, Thomas Wassberg e Jan Ottosson a Calgary 1988 abbiamo formato il Dream Team del fondo”

Fondoitalia.it ha intervistato in esclusiva il mitico fondista svedese degli anni ‘80 e ‘90 che ci ha raccontato della magica staffetta olimpica, dei suoi numerosi successi in carriera, specialmente nelle inimitabili 50km del passato, del suo post carriera, con uno sguardo sullo sci di fondo attuale e del futuro.

Romaniemi OY

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Nella pallacanestro il termine “Dream Team” fu utilizzato per la prima volta alle Olimpiadi del 1992 di Barcellona per indicare una squadra che, almeno sulla carta, poteva schierare tutti i migliori giocatori della disciplina. Questo avvenne in occasione della partecipazione per la prima volta nella storia, delle stelle del basket NBA al torneo olimpico. Partecipazione fino a quella data negata da parte della FIBA per i cestisti statunitensi che militavano nel massimo campionato professionistico americano.

Dal primo torneo olimpico del 1936 a Berlino fino a Seoul 1988 gli Stati Uniti del basket avevano sempre schierato la loro squadra portando ai Giochi solo i migliori cestisti universitari, e con l’eccezione del controverso finale di Monaco 1972, avevano sempre festeggiato con l’oro in tutte le edizioni. Negli Stati Uniti si riteneva che dato il loro livello da sempre superiore alle altre nazioni, i ragazzi del college fossero sufficienti per la conquista della medaglia d’oro. Questo appunto fino al 1992.

La sorprendente sconfitta del quintetto USA a Seoul 1988 da parte dell’Unione Sovietica, aggravata poi dalla successiva disfatta a stelle e strisce nei successivi Mondiali del 1990, portò alla epocale decisione da parte del Comitato Olimpico Americano di poter finalmente includere tutte le stelle NBA. Ai successivi Giochi Olimpici di Barcellona 1992 gli americani crearono il loro “Dream Team” scegliendo solo il meglio del meglio dal loro torneo professionistico con l’intento di ristabilire l’antico dominio a stelle strisce nella disciplina inventata nel 1891 da James Naismith.

Per citarne solo qualcuno di quei fuoriclasse, in Spagna fu una vera delizia vedere giocare assieme Michael Jordan, Earvin “Magic” Johnson e Larry Bird, autentici miti viventi della pallacanestro. Accanto a loro come non ricordare "l’ammiraglio" David Robinson, il “postino” Karl Malone, Charles Barkley e “Mr assist” John Stockton. Il risultato fu, facile medaglia d’oro al collo e una media di 44 punti di vantaggio nelle partite disputate fra girone e fase finale ad eliminazione. Per sottolineare la grandezza di quella squadra, tutte le undici stelle NBA presenti a Barcellona, a cui venne aggiunto il solo Christian Laettner proveniente dalla NCAA, furono successivamente inseriti fra i 50 migliori giocatori di basket del secolo scorso.

Trasferendo questa terminologia allo sci di fondo, il “Dream Team” dello sport invernale di resistenza per eccellenza si può considerare il quartetto svedese che vinse le Olimpiadi di Calgary 1988. Nel fondo, nessuno ha mai schierato quattro uomini nella 4x10km che avessero il totale del talento e dei trofei che avevano o avrebbero in seguito poi conquistato i quattro ragazzi “trekroner”. Quel “Dream Team” in tuta gialloblu, era composto al lancio da Jan Ottosson, vincitore di due ori olimpici e ben quattro Vasaloppet, oltre ad essere un raffinato ed efficace cultore della tecnica classica. In seconda frazione vi era Thomas Wassberg, che in carriera ha ottenuto quattro ori olimpici e quattro ori mondiali oltre a tre secondi posti nella generale di Coppa del Mondo. Il terzo frazionista a tecnica libera era il mitico Gunde Svan. Per il “cigno del Dala-Järnä” i trofei accumulati in carriera parlano di quattro ori olimpici, sette ori mondiali e cinque sfere di cristallo. In chiusura di questa mitica staffetta dei sogni venne scherato il più giovane dei quattro, l’allora ventiquattrenne Torgny Mogren, diventato poi grande specialista dello skating.

Il forte pattinatore classe 1963 che ora risiede ad Uppsala, quarto centro più popoloso di Svezia posto ad una settantina di chilometri a nord della capitale Stoccolma, nella piazza principale di questa ridente ed estremamente linda città dedita per lo più alla ricerca farmaceutica ed alle biotecnologie, ci descrive in modo più accurato questo favoloso quartetto: “Della nostra staffetta del 1988, io penso che eravamo quattro fortissimi fondisti. Jan Ottosson era il migliore al mondo nella prima frazione, poi c’eravamo io, Thomas Wassberg e Gunde Svan che abbiamo ottenuto notevoli successi nelle nostre carriere a livello individuale. Cosi sono d’accordo che quello era veramente il Dream Team dello sci di fondo. Non sono sicuro però che a Calgary per la nostra staffetta, sia stata la migliore gara da noi disputata. In altre occasioni abbiamo fatto gare migliori come team. Quella è stata comunque una grandiosa giornata per noi ed una grande gara disputata nell’evento più importante al mondo, ma non una gara perfetta da parte nostra. Comunque è bastata per conquistare la medaglia d’oro davanti all’Unione Sovietica che era molto forte in quegli anni. Inoltre ricordo che nel corso del mio ultimo giro in mezzo al bosco mi si è presentato davanti a me Gunde urlandomi il vantaggio che avevo sui Sovietici ed incitandomi correndo accanto a me come un pazzo. Quel suo gesto mi ha aiutato molto togliendomi lo stress e la pressione che sentivo addosso ed aggiungendo la giusta adrenalina per poter proseguire ancora con più entusiasmo la mia frazione.”

Torgny ci racconta anche delle celebrazioni avute da loro quattro una volta tornati nella natia Svezia: ”L’oro olimpico è stato un grande momento per me. In quel quartetto noi eravamo tre fondisti del nostro sci club di Åsarna IK, io, Jan Ottosson e Thomas Wassberg, e tutti e tre tornati li a casa abbiamo avuto grandi festeggiamenti. Io a quel tempo ero ancora molto giovane ma lo ricordo come un grande momento della mia carriera. Invece, arrivati in Svezia al termine delle Olimpiadi non abbiamo avuto particolari celebrazioni a parte la grande accoglienza ricevuta appena arrivati all’aeroporto di Stoccolma Arlanda dal Canada. Quindi i migliori festeggiamenti li abbiamo avuti all’interno del nostro sci club e coi nostri familiari.”

Nils Arne Torgny Mogren è nato ad Hällefors nella contea di Örebro il 26 Luglio 1966, ma fra la militanza nel suo Åsarna IK e l’attività commerciale svolta a Mora nel post carriera, si può dire che Mogren sia un degno rappresentante delle due regioni dello Jämtland e del Dalarna che tanti campioni hanno dato allo sci di fondo mondiale. In carriera oltre alla medaglia d’oro in staffetta di Calgary 1988, il forte fondista svedese vanta inoltre nove medaglie ai Mondiali, con quattro ori fra cui spiccano le due consecutive affermazioni individuali nella 50km di Val di Fiemme 1991 e Falun 1993. In Coppa del Mondo ha vinto la classifica generale nella stagione 1986-87, a cui vanno aggiunti tre secondi ed un terzo posto finale. Nella sua lunga carriera conclusa nel 1998, Torgny ha conquistato tredici successi individuali e ben trentasette podi in un glorioso periodo storico dove lo sci di fondo non contemplava le sprint e la qualità era il mantra dominante rispetto alla mera quantità che impera nella Coppa del Mondo Fis da più di un decennio.

Può descrivere per le giovani generazioni che non l’hanno mai vista sciare, che tipo di fondista era Torgny Mogren?

«Io ero un fondista molto tecnico e possedevo una buona tecnica da subito nel classico e poi quando è arrivata la seconda tecnica per me è stato subito facile il passaggio al pattinaggio. In seguito ho incominciato ad amare molto di più lo skating rispetto all’alternato. La cosa migliore per me è che io avevo una tecnica di sciata molto buona. Riguardo ai format che avevamo, devo dire che la sola distanza dei 30km non mi è mai piaciuta molto, pur avendo anche vinto gare in Coppa del Mondo in questa distanza. Anche se non so dire di preciso il perché. I dieci chilometri della staffetta o la 15km erano per me più semplici perchè in quelle quelle brevi distanze dovevi andare sempre il più veloce che potevi. Mentre la 30km era praticamente due volte la 15km e bisognava andare veloce per il doppio del chilometraggio ed era un problema per me tenere quella velocità su una trenta chilometri.»

Negli anni ottanta si è passati dall’avere solo la tecnica classica alle due tecniche. Lei allora preferiva lo skating?

«All’inizio della mia carriera devo dire che preferivo la tecnica classica, e non ero un grande amante del pattinaggio. Ma dopo alcuni anni mi sentivo che lo skating mi andava a pennello molto meglio. Avevo una buona tecnica nel pattinaggio, migliore di quella dei miei rivali e ho fatto ottimi risultati negli anni a venire. Verso la fine degli anni ottanta le case produttrici hanno iniziato a realizzare sci in classico più corti e rigidi ed è stato difficile per me adattarmi. Le aziende confezionavano sci da classico più per altri sciatori come Bjorn Dæhlie per esempio che era un fondista molto agressivo mentre io ero più leggero sulla neve. Non trovavo lo sci da tecnica classica perfetto per me, così di anno in anno ho fatto sempre migliori risultati in tecnica libera e di conseguenza ho amato sempre più il pattinaggio.»

La stagione precedente all’oro olimpico di Calgary lei ha vinto la Coppa del Mondo quando la overall era ancora riservata ai soli fondisti di resistenza. Ci racconti quella stagione.

«Ricordo di essere andato forte per tutto l’anno in quella stagione 1986-87. In precedenza ho avuto altre buone stagioni, ma dovevo sempre battere Gunde Svan per aggiudicarmi la generale. Quell’anno invece Gunde non disputò i suoi migliori Mondiali ad Oberstdorf 1987. Lui accusò un po' di overtraining durante l’evento iridato tedesco cosi decise di terminare anticipatamente l’annata agonistica ad inizio Marzo. Questo forse mi ha aiutato nel finale di stagione. Ma quella stagione fu comunque buonissima per me. Anche la stagione successiva ai Giochi di Calgary, 1988-89, fu buona, ma ogni anno Gunde era un po' migliore di me vincendo alcune gare in più, cosi sono stato un numero due per un po'.»

Poi lei è diventato il re delle 50km con l’oro ai Mondiali della Val di Fiemme 1991 e Falun 1993.

«Fin dal mio passaggio alla categoria maggiore mi sono sempre piaciute le 50km. Mentre molti miei colleghi erano quasi impauriti dalla cinquanta, e nei giorni della vigilia pensavano a quanto fosse difficile quella maratona dello sci. Mentre per me era differente, io la amavo, anche se non so dire con esattezza il perché. Mi si adattava alla perfezione. Le partenze abbastanza lente erano parte della mia strategia. Io pianificavo di essere dietro di circa una quarantina/cinquantina di secondi verso metà gara, per poi aumentare il mio ritmo nella parte finale. A quell’epoca la 50km era con partenza ad intervalli e quindi dovevi andare col tuo ritmo dall’inizio alla fine. Ed i tuoi soli riferimenti erano i tempi che gli allenatori ti davano a bordo pista ogni dieci chilometri circa ed in base a questo tu dovevi aumentare o amministrare se eri in vantaggio. Nel 1991 in Val di Fiemme, fu l’ultimo anno per Gunde Svan prima del suo ritiro, quindi era l’ultima mia possibilità per battere Gunde in un grande evento. Al traguardo ero molto felice per la medaglia d’oro, quel giorno ero io il numero uno e non più il numero due come in passato. E’ stato fantastico per me. Anche a Falun nel 1993 ho fatto una grande gara. La nazionale svedese in tutta la manifestazione aveva ottenuto dei pessimi risultati prima della 50km. Noi eravamo arrivati sesti in staffetta ricevendo molte critiche in patria. E’ stato un gran sollievo per tutti noi il mio oro l’ultimo giorno. Per tutta la gara non avevo un gran margine di vantaggio così ho spinto sugli sci più veloce che potevo fino all’ultimo metro. Quel giorno Bjorn Dæhlie e Vegard Ulvang erano partiti prima di me ed avevo sentito che Vegard e Bjorn in virtù del loro pettorale ravvicinato, avevano formato gruppetto insieme e i miei allenatori mi dicevano che Ulvang stava lavorando per Dæhlie facendo il ritmo per lui. Ho saputo di essere in vantaggio su di loro solo negli ultimi cinque chilometri perché nello stadio vi era molto rumore per via della mia grande gara e non riuscivo a sentire quello che i miei tecnici mi dicevano. Ma sapevo che stavo andando molto forte, gli sci erano perfetti e a quel punto sapevo che non mi avrebbero più raggiunto. Cosi sono andato comunque più veloce che potevo fino al traguardo facendo finalmente contento il mio pubblico di casa quel giorno.»

In carriera non ha medaglie individuali alle Olimpiadi mentre due ai Campionati del Mondo. Cosa è andato storto nelle gare individuali ai Giochi Olimpici? Che ricordiamo però prevedevano meno format degli attuali.

«In ogni edizione dei Giochi Olimpici ho avuto vari problemi che mi hanno condizionato. Malattie che mi hanno colpito poco prima dell’inizio o durante la manifestazione a cinque cerchi. Per esempio nella mia ultima partecipazione, a Nagano, mi sentivo in grande forma prima di partire per il Giappone e sentivo finalmente di aver grandi possibilità nella mia 50km, ma cinque giorni prima di quella gara l’influenza mi ha colpito, cosi le mie speranze sono finite li. Anche prima di iniziare l’edizione di Lillehammer 94 ho avuto una forte bronchite e sono dovuto tornare a casa rimanendo a letto per due settimane. E anche due anni prima ad Albertville non ero al mio meglio. Quindi a parte Calgary 1988, poi la salute mi ha sempre condizionato in negativo.»

Lei ha vissuto per parecchi anni a Mora che è la località di arrivo della celebre Vasaloppet. Ne ha mai disputate? E con quali risultati?

«Ne ho disputate due edizioni, nel ‘92 e nel ‘94. La prima volta ho svolto una buona preparazione assieme a Jan Ottosson, che era più specialista di me, le due settimane precedenti per essere li in buona forma ma terminai al ventesimo posto credo. Quell’anno mi fu detto di preparare lo sci privilegiando la tenuta ma il giorno della gara mi resi subito conto che i materiali non erano al meglio dopo i primi dieci chilometri rispetto ai migliori e capii subito che non avevo possibilità di vittoria. Poi ci ho riprovato due anni dopo ma principalmente per divertimento. Quell’anno Ulvang e Dæhlie mi chiesero durante il weekend a Lahti di disputare quell’edizione assieme a loro come una nostra sfida interna a tre. Cosi arrivammo a Mora e poi a Sälen in elicottero il giorno prima. Ricordo che a metà gara Vegard si fermò davanti a me nel bosco incitandomi:”Heia Mogren, Heia !” , ma novanta chilometri erano troppo lunghi per me. Alla fine credo Dæhlie arrivò dietro di me di una ventina di minuti. Io quell’anno con sci migliori credo arrivai al traguardo di nuovo attorno alla ventesima posizione, cosi pensai che la Vasaloppet non era la gara adatta a me. Poi terminata la carriera ho disputato alcune volte la “Vasa” ma la competizione riservata agli amatori. »

Che attività ha svolto dopo che ha terminato la sua carriera agonistica? Collaborando con la radio ha continuato a seguire il fondo.

«Negli ultimi anni della mia carriera con il mio sci club di Åsarna IK noi avevamo un grande sponsor che poi è anche diventato mio sponsor personale, il gruppo internazionale che ha sede a Mora e che produce rubinetti per l’acqua, miscelatori e altri componenti idraulici, FM Mattsson. Negli ultimi due anni della mia carriera noi già collaboravamo insieme e loro volevano che io diventassi loro dipendente come addetto alle vendite, dandomi anche uno stipendio. In questi due anni ho incominciato a lavorare per loro quando avevo una pausa dagli allenamenti e dalle gare. Poi nell’autunno 1998 terminata la mia carriera agonistica, loro mi hanno chiamato chiedendomi quale attività più mi interessava svolgere all’interno del loro gruppo. Io ho scelto di lavorare nel loro reparto vendite, viaggiando molto all’interno della Svezia e partecipando anche e numerose Fiere internazionali alle quali il nostro gruppo partecipava. Mi interessava molto questo tipo di lavoro. Ed è ancora oggi il lavoro che svolgo. Mi piace molto incontrare nuove persone, partecipare ad eventi coi nostri clienti. Quindi per me è stato molto veloce e semplice il passaggio dall’essere un’atleta di successo, alla vita reale al di fuori dello sport. Poi comunque, qualche anno dopo che ho terminato la mia carriera l’emittente radiofonica Radiosporten mi ha chiesto di commentare come esperto le gare di sci di fondo di Coppa del Mondo, Mondiali ed Olimpiadi. Ed anche questa è una mia seconda attività che tuttora svolgo con molta passione.»

Negli anni ottanta vi erano solo tre format. Poi è arrivata la sprint ed i format si sono moltiplicati e la FIS sta cambiando le sue regole e distanze stagione dopo stagione senza riuscire ad ottenere una definita direzione. Quale e’ il suo pensiero?

«Al loro arrivo non mi piacevano per niente le sprint, per me non erano gare di sci di fondo ma solamente show business. Non mi entusiasmava quel format ai suoi inizi. Poi cinque anni fa hanno trovato il giusto formato delle sprint, accorciando i tempi, dalla qualificazione fino alla finale. Dai quarti di finale alla finale tutto è ristretto in un ora e mezzo circa e per il pubblico è molto più veloce da seguire. Non vi sono praticamente pause. Oggigiorno è un buon format di gare e credo che ai telespettatori piaccia questo genere di azione.»

Come si immagina lo sci di fondo del futuro?

«Non so dirti come possa cambiare lo sci di fondo fra cinque-dieci anni, ma credo che il cambiamento climatico possa incidere in questo. Ora i maggiori centri che ospitano grandi eventi investono parecchio con progetti che includono lo snowfarm e la produzione di neve artificiale durante l’inverno. Ultimamente e specialmente in Europa centrale vi sono sempre più eventi svolti su lingue di neve e con prati verdi come contorno. Probabilmente nel futuro vi saranno sempre più eventi disputati sempre più a nord o in alte altitudini, per ciò che riguarda il fondo in particolare. A fare da contrappeso a questo si dovranno portare qualche evento nelle grandi città tipo Milano il prossimo inverno. Sicuramente il fondo in città non è vero sci di fondo, ma per promuovere la nostra disciplina e catturare nuove persone che non hanno mai visto una gara in Val di Fiemme, Seefeld o Davos perché difficili da raggiungere per la maggioranza degli appassionati, credo che uno o due eventi tipo sprint cittadine possa essere divertente e costruire uno zoccolo di nuovi seguaci. Questo credo sia un buon modo di costruire lo sci di fondo nel futuro.»

Paolo Romanò

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