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Perché anche gli atleti d’élite soffrono di disturbi alimentari

Nel mondo dello sport professionistico il corpo è uno strumento di lavoro, una vetrina e spesso un simbolo di successo. Muscoli definiti, percentuali di grasso bassissime, prestazioni eccellenti: tutto sembra suggerire controllo, salute, equilibrio. Eppure, dietro questi “corpi perfetti”, si nasconde una realtà molto meno raccontata: anche atleti di altissimo livello possono soffrire di disturbi alimentari.

Corpi da copertina, fragilità invisibili

È una verità che fatica a emergere perché va contro l’immaginario collettivo. Se un atleta corre più veloce, salta più in alto o resiste più a lungo, come può avere un problema con il cibo? Proprio qui sta il paradosso.

Quando l’estetica viene confusa con la salute

Nel linguaggio comune, soprattutto nello sport, forma fisica e salute vengono spesso sovrapposte. Ma avere un corpo allenato non significa automaticamente avere un rapporto sano con l’alimentazione. Molti disturbi alimentari non si manifestano con segni visibili immediati e possono convivere a lungo con performance elevate.

In alcuni casi, anzi, vengono inconsapevolmente rinforzati: restrizioni caloriche, eliminazione di interi gruppi alimentari, controllo ossessivo del peso o allenamenti eccessivi vengono scambiati per “mentalità vincente”. Questo rende il problema ancora più difficile da riconoscere, sia dall’esterno sia per l’atleta stesso.

Sport e pressione: un terreno fertile

Lo sport agonistico espone a pressioni uniche. Non si tratta solo di vincere o perdere, ma di rispettare standard fisici precisi. In molte discipline il peso corporeo, la definizione muscolare o la “leggerezza” sono percepiti come fattori determinanti per la prestazione.

Sport come ginnastica, atletica, nuoto, ciclismo, sport di combattimento o discipline estetiche presenta un rischio maggiore. Ma nessuno sport ne è davvero immune. Anche nel calcio, nel basket o nel tennis, il controllo del corpo e dell’alimentazione può diventare estremo.

A questo si aggiungono:

  • aspettative di allenatori e staff
  • confronto continuo con compagni e avversari
  • esposizione mediatica e commenti sul fisico
  • paura di perdere il posto o la convocazione

In un contesto del genere, il confine tra disciplina e disturbo può diventare molto sottile.

Il ruolo del perfezionismo

Molti atleti condividono tratti psicologici che favoriscono il successo: determinazione, autocontrollo, resistenza alla fatica. Ma questi stessi tratti possono trasformarsi in fattori di rischio.

Il perfezionismo, in particolare, è spesso associato ai disturbi alimentari. L’idea di dover “fare tutto nel modo giusto” può estendersi al cibo, trasformandolo da fonte di energia a nemico da controllare. Quando mangiare diventa una variabile da dominare e non più un bisogno fisiologico, il problema è già iniziato.

Non esiste un solo disturbo, né un solo profilo

Parlare di disturbi alimentari nello sport significa andare oltre le etichette più conosciute. Non tutti gli atleti con un problema alimentare soffrono di anoressia nervosa. Esistono forme meno evidenti ma altrettanto dannose:

  • restrizioni croniche mascherate da “alimentazione pulita”
  • allenamenti compensatori dopo i pasti
  • cicli di controllo rigido alternati a perdita di controllo
  • paura intensa di aumentare di peso anche in presenza di fabbisogni energetici elevati

In ambito sportivo si parla spesso di anorexia athletica, una condizione in cui la riduzione dell’apporto calorico e l’esercizio eccessivo vengono giustificati come funzionali alla prestazione, pur avendo effetti negativi sulla salute.

I segnali che spesso vengono ignorati

Uno dei motivi per cui questi disturbi restano invisibili è che molti segnali vengono normalizzati. Alcuni campanelli d’allarme frequenti includono:

  • ossessione per calorie, macro e pesate
  • rigidità estrema sugli orari e sulle quantità
  • difficoltà a mangiare in contesti sociali
  • irritabilità, ansia o calo dell’umore
  • infortuni ricorrenti, stanchezza cronica, cali improvvisi di performance

Spesso l’atleta continua a gareggiare, a vincere, a sembrare “in forma”, mentre il corpo e la mente stanno pagando un prezzo altissimo.

Oltre l’apparenza: cosa succede davvero al corpo e alla mente

Un’alimentazione inadeguata, soprattutto in chi si allena intensamente, ha effetti profondi. Squilibri ormonali, problemi cardiovascolari, riduzione della densità ossea, alterazioni del metabolismo e del sistema immunitario sono solo alcune delle possibili conseguenze.

A livello psicologico, la situazione è altrettanto complessa. Ansia, depressione, isolamento e perdita di autostima possono svilupparsi o peggiorare nel tempo. È in questo quadro che diventano centrali anche le conseguenze fisiche e psicologiche della bulimia e di altri disturbi, spesso sottovalutate perché meno visibili rispetto alla prestazione sportiva.

Perché è così difficile chiedere aiuto

Nel mondo dello sport chiedere aiuto può essere vissuto come un segno di debolezza. Molti atleti temono di essere giudicati, esclusi o considerati meno affidabili. Altri non riconoscono nemmeno di avere un problema, perché ciò che fanno è sempre stato premiato.

Inoltre, non tutte le società sportive dispongono di figure formate sulla salute mentale e sui disturbi alimentari. Senza una cultura che metta il benessere al centro, il silenzio diventa la norma.

Cambiare prospettiva: salute e performance non sono opposte

Sempre più studi e testimonianze mostrano che un atleta sano, fisicamente e mentalmente, è anche un atleta più performante nel lungo periodo. Prevenzione, educazione alimentare, supporto psicologico e dialogo aperto dovrebbero essere parte integrante della preparazione sportiva, al pari dell’allenamento tecnico.

Parlare di disturbi alimentari nello sport non significa “indebolire” l’immagine dell’atleta, ma restituirgli complessità e umanità. Dietro ogni corpo scolpito c’è una persona, e la vera forza non sta nel controllo assoluto, ma nella capacità di prendersi cura di sé.

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