In ogni vicenda sportiva delicata, c’è un momento in cui la cronaca smette di essere tale e diventa qualcosa di più delicato. Nel caso della positività al doping di Rebecca Passler, quel momento coincide con l’istante in cui una giovane atleta, nel pieno della sua carriera e nel contesto più esposto possibile — le Olimpiadi, in casa per giunta — scopre una notizia che cambia le sue sorti sportive, ma anche private, non da chi saprebbe come supportarla e proteggerla, ma da Internet.
A raccontarlo, con parole misurate ma severe, è il direttore tecnico azzurro Klaus Hoellrigl nell’incontro con i media dopo la riammissione della 24enne ai Giochi, quando l’inviato di Fondo Italia, Giorgio Capodaglio, ha posto una domanda sull’uscita della notizia della positività dell’atleta sugli organi di stampa prima ancora di ogni comunicato da parte degli organi preposti, a partire dalla NADO e passando per la Federazione e il CONI.
“Quello è un aspetto molto strano, perché Rebecca stessa ha letto la notizia su Internet, il che non mi sembra molto normale.”
Non si tratta di certo di un dettaglio di poco conto; anzi, in un certo senso è quasi il cuore del problema; perché l’iter intercorso tra il riscontro della positività, la sospensione provvisoria, il ricorso e le sentenza si svolgono all’interno di un percorso formale entro cui l’atleta può contare di tutele da parte del suo staff e della dirigenza sportiva. Una “bolla” che non le è stata concessa, vista l’esposizione mediatica improvvisa e selvaggia, non mediata, nel momento di maggiore fragilità.
Il DT, difendendo la sua atleta, ha insistito su un concetto che nel discorso sportivo spesso resta sullo sfondo: la centralità della persona. “Vorrei dire una cosa importante: per me il rispetto nei confronti delle persone è la cosa più importante, nello sport come fuori.” Quando una giovane atleta riceve “una notizia così pesante non della Federazione, dall’allenatore o dal suo direttore tecnico, ma da Instagram e dai giornali, a quel punto non possiamo più parlare di rispetto nei confronti degli atleti ma soprattutto delle persone.”
Alla vigilia dei Giochi, come abbiamo visto, il nome di Passler è diventato un titolo, un caso; e chi non segue il biathlon per lavoro o per passione fa in fretta a dimenticare che si tratta in primis di una persona che vive lo shock di vedersi improvvisamente esposta al giudizio pubblico, senza filtri. Il rischio non è solo sportivo o legale, ma anche umano, perché una macchia indelebile sulla sua reputazione, come atleta e come persona, che è facile da creare in un mondo che va così veloce come quello dei social, ma è quasi impossibile da togliere, quando le belle notizie creano meno clamore e interesse nel pubblico.
Le parole del DT azzurro non puntano il dito sul né alimentano polemiche; mettono tuttavia un punto fermo: l’informazione non è neutra quando arriva nei modi e nei tempi sbagliati. Nel biathlon si insegna a gestire il battito cardiaco prima di sparare. Qui, forse, sarebbe servito lo stesso principio: fermarsi un attimo e ricordarsi che dietro ogni notizia c’è qualcuno che la sta vivendo sulla propria pelle.

