La sera del 6 febbraio 2026, mentre tra Milano, Cortina d’Ampezzo, Livigno e Predazzo andava in scena la prima Cerimonia di Apertura itinerante nella storia dei Giochi Olimpici (estivi o invernali non fa differenza), ho deciso di dare un piccolo rendez-vous con gli amici di una vita per festeggiare il compimento dei miei 30 anni.
Il caso ha voluto, ed io al caso ci credo, un po’ come Eugenio Scalfari che ne “Il Divo” di Paolo Sorrentino elenca una serie di circostanze fortuite anzichenò a Giulio Andreotti, il quale, serafico come sempre, gli risponde: “Io non credo al caso, ma alla volontà di Dio”, che il giorno dei miei 30 anni è coinciso con l’apertura della XXV edizione dei Giochi Olimpici invernali, altresì detta Milano-Cortina 2026.
Tenete a mente questo numero, 30, perché ritornerà molto spesso nella nostra vicenda.
Sin dal mattino del 6 febbraio, la miriade di messaggi arrivata batteva, soprattutto, sul discorso che compivo questa cifra tonda esattamente nella giornata di apertura di un’edizione dei Giochi Olimpici invernali, per giunta in casa, in Italia, e con il cinque alla fine. Notoriamente, le cifre con il 5 in coda sono infinite e qui ha iniziato a prendere forma tutto quello che è avvenuto dalla mattina del 7 febbraio al tardo pomeriggio del 21 febbraio. Un’infinità di momenti, sensazioni ed emozioni difficilmente spiegabili a parole ma, nel mio piccolo, proverò a farlo.
Come sovente avviene al termine di un’edizione dei Giochi, si cerca di fare un bilancio sulla spedizione azzurra, aggrappandosi a tutto, quando le cose vanno male e innalzando la qualunque, invece, quando tutto va per il verso giusto. Ecco, diciamo che da quando ho iniziato a seguire i Giochi da addetto ai lavori, Pyeongchang 2018, di male c’è stato davvero poco o niente e le spedizioni olimpiche italiane sono diventate, nel giro di poco meno di un decennio, tra le più decorate nella storia del Bel Paese.
Poiché al caso ci credo, dal momento in cui ho saputo che l’apertura di quest’edizione combaciava con il giorno del mio 30º compleanno, ho iniziato ad avere delle visioni a partire dall’inizio della stagione 2024/2025, esattamente un anno e mezzo prima dell’inizio dei Giochi. Queste visioni vertevano su due numeri, il 30, appunto e il 10. Dato che la squadra azzurra del comparto olimpico invernale che si apprestava ad arrivare ai Giochi casalinghi era la più forte e la più completa di sempre, queste visioni si tramutavano in speranze prima e, addirittura, in certezze senza fondamento (o forse no) dopo.
Naturalmente, quando si arriva ad un evento come i Giochi Olimpici c’è una cosa che molti, addetti ai lavori e non, si divertono a compilare: le previsioni di medaglia. Tutto questo, però, è frutto di mesi di lavoro e anche se il caso a volte fa il suo corso, per questo giochino serve un po’ di preparazione.
Quello che non tutti sanno però è che ai Giochi Olimpici le medaglie non si possono prevedere, perché è l’unico evento al mondo in cui il favorito numero uno in una gara, in un concorso o in una manifestazione, può clamorosamente cannare (vedi Ilia Malinin nel singolo maschile di pattinaggio di figura, la squadra italiana di snowboard alpino nello slalom gigante parallelo, la Svezia nella staffetta femminile di sci di fondo e potrei continuare all’infinito), per via di un flusso costante, continuo e imprevedibile che cambia in corsa e si sposta, non si sa come. O forse si, d’altronde “sono le Olimpiadi, bambina”.
Questo flow ho capito che in quest’edizione sarebbe stato speciale proprio la sera del mio trentesimo compleanno, mentre attendevo tutti i commensali sulla “poltrona di camera mia con il rewind e tutto il necessario” appena iniziata la Cerimonia di Apertura.
Mia nipote, due anni a maggio, per i miei trent’anni ha deciso di farmi un disegno. Un misto tra Kandinsky e Pollock, con una spruzzata di Klimt qua e là per rendere il tutto più romantico e me lo ha consegnato proprio il giorno in cui sono iniziate le gare. Quel disegno, da allora, dato che io al caso ci credo, l’ho tenuto sempre con me, sulla postazione lavoro e ogni giorno, fino all’ultima gara di un azzurro, non si è mosso di un millimetro (allego foto fronte retro).

Inutile dire che, da quel momento, tutto ha preso una piega così insperata che nemmeno il migliore degli ottimisti sarebbe stato in grado solamente di immaginarlo alla vigilia. Quel migliore degli ottimisti ero io che, esattamente il 1º febbraio, dopo un “lungo e accurato studio partito a settembre 2024” avevo previsto 30 medaglie complessive di cui 8 (+2) del metallo più pregiato.
Quel (+2) ha un nome ed un cognome che non ho inserito apposta nelle vittorie olimpiche per la più becera delle scaramanzie, esattamente l’opposto rispetto a come conduco la mia vita: razionalmente. Questo (+2) porta il nome di Federica e il cognome di Brignone e se il 3 aprile non avesse avuto questo responso “frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone e rottura del legamento crociato anteriore della gamba sinistra”, dopo essersi frantumata la gamba sinistra nello slalom gigante dei Campionati italiani assoluti di sci alpino, quel (+2) sarebbe stato inserito, comodamente, tra le medaglie d’oro.
Quindi il gioco è presto fatto: 30 medaglie complessive di cui 10 d’oro.
Il caso ha voluto che, mai come questa volta, ci ho preso in pieno. 30 medaglie, 10 d’oro, la spedizione olimpica invernale azzurra più decorata di sempre, nonostante alcune controprestazioni dei cosiddetti “serial winner” che l’Italia sta scoprendo di avere in quest’ultimo periodo. Demolito il precedente record di Lillehammer 1994 dove il tassametro si fermò a quota 20. Abbattutti tutti i primati nazionali e non (allego foto).

Tuttavia si sa che, quando si tratta di psicodrammi annunciati e miracoli inattesi, sale in cattedra l’Italia, regina indiscussa di tutto questo. Ed è per questo che, ai Giochi, le medaglie si contano sì, ma si pesano soprattutto e mai come in quest’edizione il peso specifico di ciò che è avvenuto tra il 7 e il 21 febbraio 2026 ha del clamoroso. È stata una sequenza di emozioni che solo la metà basta, ore di sonno che si contano sulle dita di una mano ogni notte per sedici lunghe giornate, discussioni più o meno animate sulla politica sportiva, sugli atleti non in forma e su quel destino che molto spesso punisce gli autori di un quadriennio pressocché perfetto.
Sono quindi trenta le storie da narrare in questa storica spedizione azzurra, al netto dei numeri, la più decorata di sempre, ma per questioni di cuore questo racconto si concentrerà su quelle che più mi hanno emozionato, nonostante una lacrima l’ho versata per tutti.
In altre parole, sono cinque i momenti nei quali “ho cercato di trattenere l’emozione ma ne è uscito l’urlo di Munch”.
6-8 febbraio
Il pattinaggio di figura, per me, è una delle discipline che più ho nel cuore. Tutto è partito nel 2006, i miei primi Giochi Olimpici invernali consapevoli, quelli di Torino, dove un momento di devastazione nazionale mi è entrato nella testa e nel cuore e non è mai più uscito. Stiamo parlando della caduta di Barbara Fusar Poli e Maurizio Margaglio durante l’ultimo sollevamento della danza originale, dopo aver concluso in prima posizione la danza obbligatoria, Maurizio ha perso l’equilibrio a causa di un problema su una lamina, facendo cadere Barbara e finendo a terra entrambi.
Il Palavela di Torino si ammutolì e al termine del programma, prima al centro della pista e poi nel “kiss and cry”(chiamato così perché i pattinatori festeggiano con i baci o piangono per i risultati), l’area a bordo pista dove gli atleti con i rispettivi allenatori attendono i punteggi dopo l’esibizione, la tensione tra i due era palpabile. Morale della favola, dalla medaglia d’oro, all’oblio, da favoriti a delusi, da bronzo olimpico in carica a relegati in sesta posizione finale.
Da allora, un solo bronzo per l’Italia, conquistato dalla meravigliosa Carolina Kostner la sera dello scandalo del mancato oro alla coreana Kim Yuna. Un solo bronzo fino alla performance, sublime a dir poco, di un ragazzo romano trapiantato a Milano, Matteo Rizzo, che ha pattinato un programma libero da brividi e ha portato i suoi compagni di squadra: Daniel Grassl, Lara Naki Gutmann, Sara Conti e Nicolò Macii e Charlène Guignard e Marco Fabbri, esibitisi nelle precedenti prove, su quel gradino più basso del podio olimpico che sa di storia, di leggenda, di Gioconda del movimento italiano, finalmente libero di splendere davanti al mondo intero.
La gara a squadre è l’emblema di quanto esprime il movimento, di qualsiasi nazione al mondo, di ogni disciplina e vedere l’Italia alle spalle di due superpotenze come Stati Uniti e Giappone, oggettivamente irraggiungibili (almeno per il momento), fa capire quanto bisogna essere fieri di questi ragazzi, che si allenano tra mille difficoltà a causa di strutture nazionali vetuste e devono girare il mondo per trovare una collocazione. E questa medaglia va oltre il semplice concetto di nomi nell’almanacco olimpico è un risarcimento per tutte le volte che si è stati ad un passo dalla storia senza mai averla scritta.

11 febbraio
C’è un’aria strana a Cortina d’Ampezzo. Sulla pista olimpica intitolata a Eugenio Monti, vanno in scena le gara di doppio maschile e femminile di slittino. Inutile nascondersi, in ambito maschile siamo una delle 7/8 compagini che lotteranno per il podio, mentre nel comparto femminile la tavola è apparecchiata per la conquista di una medaglia, visto il campo partenti non di primissimo piano.
Si parte con le donne e le ragazze, al secolo Andrea Voetter e Marion Oberhofer, complici anche le temperature repentinamente abbassatesi che consentono ai materiali azzurri di essere più performanti, stampano il miglior tempo di manche, con 22 millesimi sulle tedesche e 91 sulle austriache. C’è ancora una discesa, ma siamo in zona podio e anche qualcosina più.
Neanche il tempo di prendere fiato e tocca ai ragazzi. Qui le coppie azzurre sono due e la più accreditata è quella composta da Ivan Nagler e Fabian Malleier, già sul podio in Coppa del Mondo in stagione e molto a suo agio sul budello ampezzano. Errorini qua e là per i ragazzi e 162 millesimi di ritardo rispetto agli austriaci che prenotano già il gradino più alto del podio.
Ma siamo ai Giochi Olimpici e poiché non si sa come e non si sa perché, entra in scena quella cosa chiamata “spirito olimpico” e nel giro di qualche minuto, proprio mentre doveva iniziare la propria gara l’altra coppia azzurra composta da Emanuel Rieder e Simon Kainzwaldner, il ghiaccio si velocizza oltremodo e i ragazzi volano lungo le paraboliche della Eugenio Monti chiudendo a soli 14 millesimi dagli austriaci. Al traguardo non ci credono neanche loro, ma hanno quel ghigno là, quello di chi sa che la sta combinando grossa. Subito dopo tocca ad una coppia di americani che stampa un tampone e vola in testa, ma i nostri sono lì, 17 millesimi dietro e in classica posizione di caccia.
Non si respira un attimo nel pomeriggio e quindi eccoci per la seconda discesa di Andrea e Marion. Una discesa di una pulizia tecnica incredibile, di una guida da fuoriclasse. Miglior tempo anche nella manche e medaglia d’oro, alla prima edizione olimpica del doppio femminile. UN TRIONFO.

Il budello è in subbuglio e tutti gli spettatori non vedono l’ora di seguire la gara maschile. Nagler/Malleier faticano, come se non avessero trovato le contromisure oggi e restano intruppati nel groppone che insegue. Tocca a ora ad Emanuel e Simon. Tecnicamente, vedi sopra. Una discesa da manuale dello slittino, soprattutto nella seconda parte, condotta con una supremazia di chi ha il destino nelle proprie mani. Ma non è così, perché davanti ci sono altre due coppie. È almeno bronzo, ma con una discesa del genere, non bisogna accontentarsi.
Tocca agli austriaci che partono forte e guadagnano nella prima parte, ma è fisiologico e infatti, poco prima di metà discesa un errore qua, una sbavatura là e ad un tratto “VEDO ROSSO, VEDO ROSSO”. Stampati per 68 millesimi. È almeno argento.
Tocca adesso agli americani, che hanno una slitta velocissima. Come gli austriaci anche loro partono fortissimo ma già prima di metà gara un errore grossolano gli pregiudica non solo la vittoria, ma addirittura la medaglia e chiudono addirittura sesti. È MEDAGLIA D’ORO. DOPPIA MEDAGLIA D’ORO PER L’ITALIA NELLO SLITTINO IN POCO PIÙ DI UN’ORA. È UN MIRACOLO ASSOLUTO.

E dopo una giornata abbastanza deludente, è un momento di chiusura memorabile. D’altronde, la cosa più eccitante dei Giochi Olimpici è proprio passare dallo sconforto all’euforia nel giro di pochi secondi. È l’unico evento al monto dove può accadere una cosa del genere e serve viverlo davvero per capirlo fino in fondo.
Per gli amanti della numerologia, inoltre, assume un significato simbolico molto importante. 11 febbraio, due volte 1, come il piazzamento ottenuto dai due equipaggi, 11 febbraio, 1+1 = 2 il numero di medaglie d’oro conquistate nel giro di 1 ora e 1 minuto. Letteralmente, una follia che ha riscritto la storia dell’Italia ai Giochi Olimpici invernali.
12 febbraio
Sulla mitologica pista “Olimpia delle Tofane” di Cortina d’Ampezzo, la più iconica per quanto riguarda lo sci alpino femminile, sono calate un po’ di nubi basse ma la partenza del supergigante femminile non è in discussione: alle 11:30 si va. In queste condizioni, qualora fosse al 100% della forma, la favorita d’obbligo ha un nome e un cognome: Federica Brignone.
Con scarsa visibilità Federica è la numero uno assoluta perché ha una centralità tecnica che manca a tutto il resto del massimo circuito femminile. C’è un problema, lo scorso 3 aprile Federica si è frantumata la gamba sinistra nello slalom gigante dei Campionati italiani e il responso è stato impietoso: frattura scomposta del piatto tibiale, della testa del perone e la rottura del legamento crociato anteriore della gamba sinistra. Praticamente il buio a 10 mesi dai Giochi casalinghi nei quali saresti andata da vincitrice della Coppa del Mondo generale, da oro iridato in carica in gigante, da vice campionessa del mondo in supergigante e con le Coppe di specialità di discesa libera e gigante conquistate. In altre parole la donna da battere. Non sarà così.
Mesi di riabilitazione, di lacrime, di pensieri sparsi.
Poi il primo spiraglio di luce, lo scorso 20 gennaio a Plan de Corones, un quinto posto che valeva molto di più e lo testimoniano le sue lacrime al parterre a fine gara e e il cielo che pian piano si apriva fino a che il 12 febbraio 2026, sotto un cielo tutt’altro che limpido, è successo quello che ho sentito nel momento in cui è stata portata via in elicottero.
Un brivido lungo la schiena e una visione. Solo i pazzi o i visonari avrebbero potuto solamente pensarlo. Io sono un pazzo, lei è una visionaria.
Federica parte con il numero 6, la prima del gruppo delle migliori e sfodera una prestazione degna di nota, soprattutto nel tratto tecnico dove, anche al 50%, è ancora la migliore del lotto. Al traguardo arriva, esulta, e quando lo fa è perché sente di aver fatto bene altrimenti scuote la testa.
Che ci fosse qualcosa di speciale lo si era evinto nella discesa libera della domenica precedente dove Federica ha chiuso decima sciando in sicurezza e testandosi in vista delle sue gare. Anche lì, al traguardo, aveva esultato, segno che qualcosa nell’aria si stava già muovendo.
Federica è sulla poltrona della leader provvisoria della gara e inizia ad attendere le nove atlete che vorrebbero il suo posto. Aicher, fuori. Ledecka, fuori, Goggia…
Sofia a metà gara è in testa di 64 centesimi su Federica. Ha fatto una prima parte di gara sontuosa ma adesso arriva il tecnico e Sofia ha una velocità tale e delle linee così dirette che non ce la fa a restare nel tracciato. Fuori anche lei. Federica, al parterre, è incredula e la inquadrano con le mani in testa. Forse sta iniziando a realizzare.
Tocca alle altre: Huetter, dietro di 52 centesimi, Raedler di 53, Curtoni, lontana, Lie, dietro, Robinson, oltre un secondo di ritardo, Miradoli, dietro di 41 centesimi, seconda. Federica a stento trattiene le lacrime. Giusto qualche altra atleta e poi accadrà quello per cui è valsa la pena provare a tornare. FEDERICA BRIGNONE È CAMPIONESSA OLIMPICA. ADESSO SÌ. ADESSO HA VINTO TUTTO. Siamo andati oltre il concetto di romanzo. Siamo andati oltre l’idea di leggenda. FEDERICA BRIGNONE È ENTRATA DI PREPOTENZA E DALLA PORTA PRINCIPALE NELLA STORIA DELLO SPORT E DEI GIOCHI OLIMPICI.

15 febbraio
C’è stata una giornata nella storia dello sport olimpico italiano che ha fatto da spartiacque tra l’essere una nazione competitiva ma limitata in alcune discipline e una nazione capace di eccellere anche sui palcoscenici più iconici del globo. Il significato più profondo di quella giornata ha segnato un punto di svolta nella spedizione azzurra e ha fatto sì che quel giorno diventasse il simbolo di un nuovo ciclo sportivo e culturale.
Stiamo parlando del 1º agosto 2021, altresì detto “Due ori in dieci minuti. Signore mio, cosa hai combinato stasera…un primo d’agosto in cui hai messo insieme questo menù!. Parole e musica del mitologico Franco Bragagna dopo il doppio oro di Gianmarco Tamberi nel salto in alto e di Lamont Marcell Jacobs nei 100 metri piani ai Giochi Olimpici di Tokyo 2020, svolti nel 2021 per il motivo di cui tutti sappiano, la pandemia di Covid-19. Tutti ricorderanno l’abbraccio tra i due, con Jacobs atteso al traguardo da Tamberi che gli salta addosso in preda ad un’euforia difficilmente spiegabile a chi, i Giochi Olimpici, li segue ma non riesce a percepire quel flusso, di cui sopra, presente per sedici lunghe giornate ogni due anni in giro per le venue di tutto il mondo.
Il mondo degli sport invernali non aveva ancora avuto un 1º agosto 2021, o meglio, ci aveva provato, ben 34 anni or sono, il 18 febbraio 1992 ad Albertville con il doppio oro nel giro di qualche ora di Alberto Tomba in gigante e Deborah Compagnoni in supergigante e l’argento della staffetta maschile di sci di fondo contro i maestri norvegesi e la prima pagina dedicata dal direttorissimo Candido Cannavò il giorno seguente dalla quale, per la prima volta nella storia dello sport italiano contemporaneo, il calcio venne completamente estromesso.
Erano altri tempi, c’era molta meno mediaticità e i Giochi Olimpici invernali si disputavano ancora, per l’ultima volta, nello stesso anno di quelli estivi.
Per i motivi di cui abbiamo parlato in precedenza, Federica Brignone si presenta all’appuntamento olimpico si e no al 50% della condizione eccetera eccetera. C’è un però enorme che a molti (non a me) è sfuggito. Federica arriva dopo l’oro olimpico in supergigante vinto tre giorni prima e alla partenza è serena in volto, tanto, il suo, l’ha già fatto. Ha il pettorale numero 14, curiosamente lo stesso di Deborah Compagnoni a Lillehammer 1994, quando andò a conquistare la sua prima vittoria olimpica in gigante dopo lo straziante urlo di dolore di due anni prima, 15” dopo la partenza, che significava rottura del legamento crociato anteriore del ginocchio sinistro.
Federica è scivolata indietro nelle liste di partenza a causa della mancata partecipazione alle gare di Coppa del Mondo, sempre per quel responso medico dell’ormai famoso 3 aprile 2025. Ma a Federica, scendere con l’1, con il 14 o con il 30, poco cambia.
Scendono le prime 13 e in 11 sono racchiuse nello spazio di 45 centesimi. Insomma, si preannuncia una seconda manche di livello altissimo e molto serrata per assegnare le medaglie olimpiche.
Poi tocca a lei. Alla regina del gigante delle ultime tre stagioni. Colei che, prima dell’infortunio relegava le altre a più di un secondo, non forzando nemmeno più di tanto poiché la sua tecnica in gigante è così superiore al resto del mondo che non aveva neanche bisogno di spingere per vincere le gare.
Il minuto, tre secondi e ventitré centesimi che è trascorso tra la partenza e l’arrivo è stato, per il sottoscritto, qualcosa di inenarrabile. Ho tremato “come una foglia che si arrende sì all’autunno, rivendicando a sé la grazia del volo” perché rivedere Federica, in gigante, dominare in quel modo, per me (ma soprattutto per lei) era un risarcimento per quanto la sorte, il caso, il destino le stavano togliendo dopo quel maledetto (e adesso benedetto) 3 aprile 2025.
Federica, al traguardo, infligge distacchi abissali alla concorrenza, con le più immediate inseguitrici staccate di 74 centesimi. Una follia. Subito dopo, prima la tedesca Lena Duerr, poi Sofia Goggia, provano a stare al ritmo di Federica, ma pagano, rispettivamente 34 e 46 centesimi, solo che, pur essendo abbastanza vicine, non sono animali da seconde manche e il mio animo è abbastanza tranquillo.
La giornata, però, è appena cominciata e qualche chilometro più a sud, presso Tesero frazione Lago sta succedendo già qualcosa. I ragazzi della staffetta maschile di sci di fondo stanno lottando per le medaglie in un format di gara che non ci vede sul podio olimpico dall’ultima edizione casalinga, quella del trionfo nella tormenta di Pragelato il 19 febbraio 2006. Dopo tre frazioni siamo quarti a 30” dalla Finlandia, terza, ma noi abbiamo Federico “Chicco” Pellegrino. E oggi, è una di quelle giornate lì, la gamba di Chicco è quella dei giorni migliori. In poco meno di 5 km recupera tutto lo svantaggio sull’ultimo frazionista finlandese, Niko Anttola, respira un po’ e poi lo stacca, come solo i grandi di questo sport hanno fatto in passato, andando a godersi l’arrivo per un bronzo trionfale con le braccia alzate e l’attesa dei compagni dopo la linea del traguardo.
È la prima medaglia di giornata ma non sarà l’ultima. Sono le 13:07.

Federica parte per la conquista della storia poco prima delle 14:30 con una frase che rimarrà nell’immaginario collettivo dello sport mondiale. Dalla radio si sente una frase eloquente: “Manteniamo l’oro”.
Ecco, una cosa del genere non si dovrebbe mai dire a chiunque scenda come ultima in una seconda manche di uno slalom gigante olimpico perché potrebbe essere uno di quei boomerang così devastanti che rovinerebbe la carriera di chiunque.Una frase del genere non va detta a nessuna persona…
…meno che a una e questa persona porta il nome di Federica e il cognome di Brignone.
Federica parte, fluttua, vola verso l’oro con una maestria degna dei pittori impressionisti. Disegna curve lungo l’Olimpia delle Tofane che solo lei può fare. Dipinge una tela così precisa che a 3/4 di gara ha un vantaggio di 96 centesimi sulla concorrenza, uno sproposito quando mancano meno di dieci secondi di gara, prepara l’ultimo salto, non perfetto, perde un po’ di velocità ma arriva al traguardo…62 CENTESIMI DI VANTAGGIO. È MEDAGLIA D’ORO PER FEDERICA BRIGNONE. 28 ANNI DOPO DEBORAH COMPAGNONI RIPORTA L’ITALIA SUL GRADINO PIÙ ALTO DEL PODIO NEL GIGANTE FEMMINILE OLIMPICO.
A Lillehammer 1994 la medaglia numero 20 la conquistò Alberto Tomba, secondo nello slalom speciale vinto dall’austriaco Thomas Stangassinger e sciatore alpino italiano più forte e vincente di sempre. A Milano-Cortina 2026 la medaglia numero 20, quella dell’aggancio a quella che, fino alle 14:30 circa del 15 febbraio 2026, era la spedizione azzurra invernali più decorata nella storia, non poteva che conquistarla la sciatrice alpina più forte e vincente di sempre: Federica Brignone. E non è un caso, ma forse, proprio la volontà di Dio.
All’arrivo esulta, ma con parsimonia, com’è nel suo carattere e poi le battute, la norvegese Thea Louise Stjernesund e la svedese Sara Hector, ci regalano, probabilmente, la diapositiva di quest’edizione dei Giochi. Arrivano da Federica e si inchinano a lei. Come solo i sudditi con la regina. E Federica Brignone, da tre anni a questa parte, è la regina dello slalom gigante.

Bisogna ricomporsi però, nonostante fiumi di lacrime versati e due piccoli meriti che mi prendo. Voi ci credete al destino? Io si (allego foto).

Bisogna ricomporsi perché a qualche centinaia di chilometri più a nord-ovest, a Livigno, va in scena la finale dello snowboard cross a squadre miste dove l’Italia difende l’argento di quattro anni fa. All’epoca Michela Moioli e Omar Visintin, oggi Michela Moioli e Lorenzo Sommariva. Inutile nascondersi, si parte per, quantomeno difendere l’argento. E per via di quel flusso costante e simbolico chiamato “spirito olimpico”, nonostante qualche difficoltà sul tracciato prima di Lorenzo e poi di Michela, qualcuno ha deciso che alle 14:45 sarebbe dovuta arrivare la terza medaglia nel giro di 98’ per la spedizione azzurra ai Giochi casalinghi. La ventunesima, quella del sorpasso a Lillehammer 1994 che, ormai, è definitivamente in soffitta.
Non c’è un attimo di tregua perché proprio mentre Michela e Lorenzo festeggiano l’argento, a qualche centinaia di più a nord-est, ad Anterselva, alle 14:45, sta partendo l’inseguimento femminile di biathlon con Lisa Vittozzi, cacciatrice provetta, che parte in quinta posizione a 41” dalla prima, la norvegese Maren Kirkeeide, vincitrice della sprint e di conseguenza prima nella griglia per l’inseguimento.
Ad Anterselva c’è un’aria particolare, come se tutto il pubblico sa che sta per succedere qualcosa. Fa freddo e c’è il sole. La neve è ben tenuta, i materiali di Lisa sono molto competitivi e la gamba è quella dei giorni belli. Lisa inizia a guadagnare sulla testa già all’inizio della prima tornata e quella sensazione che gli spettatori sentono, aumenta.
Primo poligono a terra abbastanza interlocutorio ma Lisa è perfetta e riparte senza errori con 11” guadagnati sulla vetta. Seconda sessione a terra più selettiva, non per Lisa che balza in vetta insieme proprio a Kirkeeide. Terza sessione di tiro, prima in piedi, Kirkeeide entra prima di Lisa ed entrambe sono pulite. Esce prima la norvegese con Lisa dietro che, nel quarto giro, sembra non averne e punta a difendere, con onore, la seconda piazza.
E poi, si entra all’ultimo poligono…
Kirkeeide ha quasi 14” di vantaggio su Vittozzi e nel tiro in piedi dà garanzie. La norvegese prende il primo, sbaglia sul secondo e intanto Lisa inizia le operazioni di puntamento della carabina. Kirkeeide prende il terzo e mentre Lisa apre bene sul primo, la norvegese sbaglia sul quarto. Nel frattempo Lisa copre secondo, terzo e quarto bersaglio in un amen e Kirkeeide chiude il quinto…un secondo di pausa e LISA COPRE ANCHE L’ULTIMO BERSAGLIO. 20 SU 20 AL POLIGONO. LISA VITTOZZI È MEDAGLIA D’ORO. QUESTA È LA STORIA. QUESTA È LA PRIMA MEDAGLIA D’ORO DI SEMPRE PER IL BIATHLON ITALIANO AI GIOCHI OLIMPICI INVERNALI. “È RIUSCITA A RISORGERE COME UNA FENICE. LA FENICE, LISA VITTOZZI. UNA LECTIO MAGISTRALIS DI BIATHLON AL MONDO” parole e musica di Dario Puppo e Massimiliano Ambesi e non serve aggiungere altro.

Sono le 15:15 del 15 febbraio 2026 e l’Italia degli sport invernali ha, finalmente, avuto il suo primo agosto. Due ore e otto minuti di follia pura, di situazioni che possono accadere non si sa come e non si sa perché solamente ad una nazione al mondo e questo paese è quello con le montagne più belle del mondo, Patrimonio dell’Umanità dove si sono svolti, a detta della presidente del CIO Kirsty Coventry: “I Giochi Olimpici invernali che hanno portato un livello mai raggiunto prima; alzando le aspettative per tutti gli altri che verranno”.
Allora due uomini, oggi due donne. Due ori allora e due ori oggi. Un 50 e 50 perfetto, inscalfibile. Quattro personalità così diverse ma così simili. Quattro animali da gara. Quattro storie per cui è valsa la pena vivere e soprattutto poter dire: “Io c’ero”.
21 febbraio
La spedizione azzurra di Milano-Cortina 2026 è già la più decorata di sempre: 27 medaglie complessive di cui 9 del metallo più pregiato. Mancano due cose però all’appello che la renderebbero ancor più indimenticabile: la vittoria maschile in un evento individuale, mancante da Giuliano Razzoli, medaglia d’oro il 27 febbraio 2010 nello slalom speciale maschile di sci alpino, ormai 16 anni fa, e la doppietta oro-argento, un evento molto raro nel panorama olimpico invernale azzurro, basti pensare che l’ultima fu conquistata dalle fondiste Gabriella Paruzzi e Stefania Belmondo nella 30 km a tecnica classica con partenza ad intervalli femminile di sci di fondo il 24 febbraio 2002.
Le doppiette, come detto, sono state molto poche e tolta quella delle fondiste, le altre quattro furono ottenute ante litteram da atleti di sesso maschile: Lamberto Dalla Costa-Giacomo Conti/Eugenio Monti-Renzo Alverà (bob a 2, Cortina d’Ampezzo 1956), Piero Gros-Gustav Thoeni, slalom speciale (Innsbruck 1976), Josef Polig-Gianfranco Martin, combinata (Albertville 1992) e Kurt Brugger-Wilfried Huber/Hansjorg Raffl-Norbert Huber, slittino (Lillehammer 1994).
Insomma, due ciliegine.
Caso ha voluto (ed io al caso ci credo) che, nella gara di ski cross maschile di Freestyle, per via di una serie di congiunture astrali dovute ai piazzamenti in qualificazione, quattro azzurri si trovassero nel primo quarto di tabellone, per intenderci quello con il favorito numero uno per la vittoria, il canadese Reece Howden, dominante in qualifica.
Caso ha voluto (ed io al caso ci credo) che, tra qualifiche e gara ha iniziato a nevicare, non copiosamente, ma in modo tale, comunque, da creare una patina fresca sulla pista che l’ha rallentata oltremodo.
Gli skiman azzurri avevano previsto questa perturbazione e infatti, sin dalle battute iniziali delle batterie, hanno messo a disposizione degli atleti dei missili. Su quattro, ne passano tre. Nell’ordine: Federico Tomasoni, Simone Deromedis e Dominik Zuech che saranno impegnati in una lotta fratricida nella quale ne passerà in semifinale soltanto (almeno) uno, poiché l’altro posto è prenotato da Reece Howden.
Caso ha voluto che Simone Deromedis ha pianificato una partenza fulminea lungo le rampe della pista di cross del Mottolino Snowpark di Livigno degna di nota e il suo compagno di stanza e amico Federico Tomasoni, qualora fossero stati in batteria insieme (ed io al caso ci credo), ha studiato un modo per mettersi subito alle sue spalle.
Morale della favola: Deromedis primo, Tomasoni secondo. Semifinale per entrambi con Zuech terzo e Howden, arrabbiatissimo, quarto.
Il copione non cambia in semifinale dove ad attendere Simone e Federico ci sono due ossi durissimi: il francese Terence Tchiknavorian, che quando vede azzurro si esalta e il tedesco Florian Wilmsmann. D’altronde è una semifinale olimpica e il livello è elevatissimo.
Simone e Federico, sempre per via di quel flow che li ha condotti insieme, in ogni batteria, in ogni notte spesa a parlare in camera, in ogni gara fino a quella odierna, partono a braccetto e parafrasando il grande Sandro Pertini “il tedesco e il francese non li prendono più”. È FINALE. DUE AZZURRI IN FINALE IN UNA PROVA DI FREESTYLE: L’AMERICA.
Quel flusso di storie, di circostanze e di avvenimenti che arriva soltanto “una volta ogni due anni e per sedici lunghe giornate”, ormai mantra assoluto delle mie disamine con amici, colleghi e addirittura parenti ai quali ho provato a far capire cosa significasse prima l’Olimpiade e poi i Giochi Olimpici, ha deciso di arrivare anche a Livigno.
La finale vede i nostri eroi contrapposti al veterano di lungo corso nonché vicecampione olimpico in carica, l’elvetico Alex Fiva e il sorprendete giapponese Furuno Satoshi, in giornata di grazia.
Che dire di più. Simone Deromedis parte e il resto del gruppo che insegue, come neanche nelle più rosee aspettative, lo rivede al traguardo, braccia al cielo festante. È QUINDI UNA MERAVIGLIOSA MEDAGLIA D’ORO. LA DECIMA DELLA SPEDIZIONE AZZURRA, LA PRIMA DI SEMPRE NEL FREESTYLE. LA PRIMA IN UN EVENTO INDIVIDUALE MASCHILE 16 ANNI DOPO L’ULTIMA VOLTA. ED È, ANCORA UNA VOLTA, LA STORIA!
C’è da decidere però gli altri due piazzamenti sul podio. Tomasoni e Fiva danno vita ad un duello rusticano, uno di quelli davvero tosti e difficili da prevedere sull’esito finale con Furuno sornione, pronto ad approfittarne.
Rewind: Federico Tomasoni ha perso la giovane fidanzata, Matilde Lorenzi, promessa se ce ne fosse una nel panorama dello sci alpino femminile azzurro per quando riguarda le discipline veloci, caduta in allenamento e deceduta quasi 18 mesi fa a 20 anni. Da allora, Federico, gareggia con un sole disegnato sul casco, quel sole è l’anima di Matilde.Federico, però, non ha mai ottenuto un piazzamento sul podio in Coppa del Mondo e questa cosa lo ha sempre intristito poiché avrebbe voluto dedicarlo al suo amore, ormai fisicamente non più con lui, ma sempre nel suo cuore.
Caso ha voluto, ed io al caso ci credo, che la prima vacanza fatta da Federico e Matilde è stata a Livigno. E quale occasione migliore, per Federico, se non quella di dedicare il primo podio di carriera, a Livigno, nella gara più importante non della stagione, ma degli ultimi quattro anni?!
Detto fatto. Con un colpo di reni degno del miglior Paolo Bettini Federico allunga il dito un centimetro più in avanti rispetto a Fiva: “fotografia, muretto davanti”. FEDERICO TOMASONI È MEDAGLIA D’ARGENTO NELLO SKI CROSS, PRIMO PODIO INDIVIDUALE IN GARE DI PRIMO LIVELLO PER LUI, E FINALMENTE UN MODO PER RENDERE OMAGGIO ALLA SUA MATILDE.
E doppietta azzurra. La sesta di sempre, la prima dopo 24 anni, la prima in ambito maschile 32 anni dopo l’ultima. UN TRIONFO. UNA MAGIA DEGNA SOLTANTO DELL’ITALIA.
All’arrivo, i due, cadono a terra stremati, increduli e poi si lasciano andare ad uno di quegli abbracci così fraterni da stringere il cuore e capaci di far versare lacrime anche alle anime più aride.

Sul podio Federico bacia la medaglia e la rivolge verso l’alto e finalmente si lascia andare ad un pianto liberatorio. Poi abbraccia di nuovo Simone, le loro tempie si avvicinano e si stringono attorno al tricolore. Ancora una volta, tutto il mondo, dopo questa scena, ha capito che essere italiani è la cosa più bella del mondo.
Time to say goodbye
Adesso che la XXV edizione dei Giochi Olimpici invernali è ormai in archivio, non ci resta che sottolineare quanto l’Italia, quando naviga nella stessa direzione, nonostante tutte le incongruenze della civiltà contemporanea, dai costi esorbitanti agli eventi elitari per ricchi di vecchia e nuova generazione, dalle dinamiche più spettacolari che autentiche alla fine delle costruzioni a fine evento, è capace di accendere una scintilla d’ispirazione quasi in ogni istante.
Questi Giochi sono stati magnifici, forse i più belli degli ultimi lustri e se c’è stata questa scorpacciata di medaglie è anche merito di quell’elemento chiamato spirito olimpico. È una cosa che senti dentro, che si appiccica alla pelle come la salsedine dopo un bagno al mare e che provoca emozioni difficilmente spiegabili a parole. Molti non capiscono di cosa si tratta e pensano sia solamente sport. Chi se ne rende conto, invece, sa di essere parte della storia.
Nel mio piccolo ho provato a rendere partecipi tutti di questa condizione, con la speranza che le stesse sensazioni che ho vissuto nelle “due settimane più euforiche degli anni pari” siano arrivate anche a voi che avete letto questa storia.
Lunga vita allo sport. Lunga vita ai Giochi Olimpici.

