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Salto e combinata – Il DT azzurro Ivo Pertile traccia la rotta: bilancio e prospettive alle porte di un nuovo quadriennio olimpico

Una stagione a cinque cerchi alle spalle e un nuovo ciclo olimpico che si apre con sfide tecniche, strutturali e organizzative. È in questo contesto che si inserisce il lavoro di Ivo Pertile, direttore tecnico del salto con gli sci e combinata nordica italiane, a cui la FISI ha rinnovato la fiducia per un nuovo quadriennio olimpico.

Intervistato da Fondo Italia a pochi giorni dalla pubblicazione delle squadre per la prossima stagione, il D.T. azzurro traccia un bilancio dell’inverno olimpico ormai trascorso e a delinea le prospettive future delle due discipline tra risultati, infortuni e rinnovamento del sistema. Dai Giochi Olimpici casalinghi, alle luci e ombre del settore femminile e maschile, passando per un cambio di passo nel modello tecnico-organizzativo, il dirigente trentino affronta tutti i temi principali: la gestione degli atleti, il rapporto con la base del movimento, la fase di transizione nella combinata nordica e l’impatto decisivo dei nuovi impianti di Predazzo nella costruzione del futuro.

Buon pomeriggio Pertile. Guardando un attimo indietro, allo scorso inverno, che bilancio traccia dell’ultima stagione importantissima per l’Italia, con la presenza in calendario dei Giochi Olimpici casalinghi?

«A livello generale, penso che per l’Italia sia stata un’Olimpiade molto positiva perché il numero di medaglie che hanno portato a casa sia la FISI che anche la FISG, e anche da un punto di vista organizzativo penso che sia stato nel complesso un evento estremamente di successo.
Noi siamo arrivati vicini a fare una medaglia
(con il quarto posto di Aaron Kostner e Samuel Costa nella Team Sprint, ndr) in combinata, una gara sicuramente bellissima a livello emozionale e di fatto il terzo miglior risultato nella storia, perché dopo la medaglia di Alessandro Pittin a Vancouver c’era stato un quarto posto sempre di Pittin a Sochi. In termini di peso specifico è sicuramente stato un buon risultato anche se il quarto purtroppo non è una medaglia, ma sicuramente in termini sportivi è stata una prestazione valida.» 

Un risultato comunque di pregio, arrivato in un evento a squadre.

«Sì, va detto che questo tipo di format pesa più la parte fondo quindi da questo punto di vista rispetto alla media delle gare stagionali siamo stati un po’ più premiati anche per qualche motivo lì. Per il resto nel salto femminile Annika Sieff sicuramente ha fatto una buona prestazione in linea con i picchi migliori della stagione anche se sono mancati i picchi nei primi dieci o in posizioni più avanzate e quello è quello su cui bisogna lavorare per cercare di mettersi in posizione migliore in Coppa. Peccato che Lara Malsiner si sia fatta male a inizio estate, era l’atleta che aveva fatto meglio di tutte la stagione precedente ed era ancora in crescendo al momento dell’infortunio. Purtroppo sono cose che capitano, sicuramente tornerà in forma e ancora più motivata per il futuro. È stato un peccato per l’intero sistema ma soprattutto per lei perché è la seconda Olimpiade a cui non partecipa, prima per il Covid e poi per un infortunio, e per un’atleta non è piacevole. Però lo sport come la vita ci mettono alla prova e bisogna trarre esperienza e crescere. Per quanto riguarda il salto maschile, guardando un po’ lo storico degli ultimi anni bisogna risalire al 2011 per trovare un risultato migliore del piazzamento di Giovanni Bresadola, che alle Olimpiadi ha avuto una buona gara. Il salto maschile ha un livello estremamente alto e con pochi metri di differenza ci sono tantissime posizioni che si scalano dal basso verso l’alto e viceversa, per cui nel complesso non è stata una stagione molto positiva ma che alle Olimpiadi, si sia riusciti a fare il meglio della stagione è una buona cosa. Chiaramente siamo rimasti più lontani nel corso della stagione.» 

Non bisogna dimenticare, del resto che Bresadola era al rientro dal pesante infortunio subito con la caduta a Planica nel 2024.

«Giovanni è stato bravissimo, il giorno della gara ha dimostrato un carattere incredibile. Con tutto quello che ha passato, riuscire a tirare fuori il meglio della stagione in quel momento dimostra che ha veramente grande carattere.» 

A proposito dei due atleti da lei citati, Malsiner e Bresadola, qual è la loro situazione in questo momento? Se per il trentino ormai abbiamo superato la fase del ritorno, quanto ci sarà ancora da attendere per la gardenese?

«Stiamo ancora valutando, tenendo conto che dopo l’intervento ha dovuto fare una piccola pulizia successiva per cui cercheremo di procedere con la massima cautela e se dovesse essere pronta per rientrare già in estate bene, altrimenti cercheremo di rispettare i tempi medici per far sì che vada tutto bene. Se si accelera si rischia di peggiorare la situazione. Giovanni è stato fuori 13 mesi però adesso è di nuovo in una buona condizione fisica.» 

Ancora guardando alla passata stagione, nel finale dell’inverno tra i combinatisti ci sono stati diversi ritiri, come quelli di Alessandro Pittin, di Raffaele Buzzi e di Veronica Gianmoena, che però abbiamo visto non aver lasciato il “circuito” federale, trovando una nuova veste dopo quella d’atleti. Come nasce questa scelta e che apporto possono dare questi tre ormai ex atleti alle nuove generazioni?

«Il pensiero parte un po’ dal fatto che chiaramente negli ultimi anni diversi tra i ragazzi che hanno smesso purtroppo non sono rimasti a contatto con lo sport, noi abbiamo sicuramente bisogno di tecnici giovani per strutturali soprattutto al futuro. Inoltre la policy della FISI è quella di puntare soprattutto su allenatori interni, salvo poche eccezioni, senza continuare a cercare tecnici stranieri, perché negli anni la situazione non è cambiata poi così tanto. Per questo, già durante la stagione ho cercato di fare di condividere quest’idea anche con i rappresentanti dei Corpi Sportivi a cui appartengono i ragazzi, Carabinieri e Fiamme Gialle, per cercare di coinvolgerli partendo però dal settore giovanile. Spesso si tende a inserire subito gli ex atleti nelle squadre maggiori, mentre secondo me è importante che facciano un percorso graduale e maturino esperienza, perché allenare è molto diverso dall’essere atleti. Da questo punto di vista abbiamo cercato di creare le condizioni perché potessero iniziare a dare supporto all’attività del settore.
L’obiettivo, alla fine di un ciclo olimpico e all’inizio di uno nuovo, è mantenere l’alto livello nelle migliori condizioni possibili, ma anche lavorare sul reclutamento e sull’attività giovanile. Senza numeri adeguati, infatti, diventa difficile costruire qualità e pensare al futuro. Per questo un ringraziamento va anche ai gruppi sportivi Carabinieri e Fiamme Gialle, che hanno sostenuto questa visione.» 

Dal punto di vista del reclutamento, un pensiero non può che andare ad un impianto come quello di Predazzo, finalmente operativo appieno dopo anni di lavoro. Cosa rappresenta questo per il movimento?

«Avere un impianto all’avanguardia come quello di Predazzo, che parte dai trampolini di avviamento a quelli olimpici è un grandissimo regalo anche considerato la sofferenza degli ultimi anni. Penso a quando ero responsabile delle giovanili e al contempo allenavo i ragazzi, quando crescevano i vari Sieff, Bortolas, Kostner, Mariotti e Bresadola, e durante il periodo scolastico dovevamo fare 5-6 ore di viaggio per un paio di sedute di salto, una o due volte alla settimana, a Innsbruck, Seefeld o Stams. Avere Predazzo a disposizione ci dà soprattutto la possibilità di lavorare anche tra un raduno e l’altro, di avere una maggior continuità per l’area della Val di Sole, della Val Gardena, di Predazzo, mentre Tarvisio rimane ben fornita con gli impianti che ha nei dintorni, a Planica e Villach. Questo dovrebbe permetterci di far salire il livello contenendo un po’ i costi e al contempo aumentare il numero di giornate di lavoro, anche grazie al supporto di strutture in zona come le caserme delle Fiamme Gialle e la Scuola Alpina di Predazzo o alle Fiamme Oro di Moena.» 

Una differenza che interesserà anche gli atleti dei gruppi maggiori, perché il prossimo inverno a Falun ci saranno i Mondiali. Quindi che tipo di preparazione è prevista per gli atleti sia di combinata che di salto speciale in vista della prossima stagione?

«La variabile più importante è riuscire a ridurre i viaggi, che è l’aspetto più impattante, in particolare nella combinata: dovendo spostarsi, passare più di 15 giorni senza saltare rischia di far perdere gli automatismi. Adesso gli atleti sono in zone più limitrofe, i viaggi sono più corti e questo significa allenarsi di più e viaggiare meno. Confrontandoci in passato con gli austriaci, abbiamo visto che durante l’estate organizzano pochissimi raduni. Gli atleti lavorano soprattutto nei rispettivi centri di riferimento, insieme ai tecnici che seguono anche le squadre maggiori. Questo permette di dedicare molte più ore all’allenamento vero e proprio, invece che ai continui spostamenti e ai viaggi. Per i mondiali fondamentalmente le squadre lavoreranno in maggioranza su Predazzo e alcuni sul polo di Tarvisio, soprattutto nel periodo estivo. Naturalmente cambieremo impianti perché saltare sempre sullo stesso impianto porta il corpo ad adattarsi alle pendenze, allo stesso tipo di raccordo con i cambi di pendenza perché altrimenti, in particolare a livello di Coppa del Mondo, il corpo fa fatica ad adattarsi rapidamente a nuove condizioni.» 

Tornando all’annuncio delle squadre della prossima stagione, quali sono le scelte fatte dal punto di vista sia dei gruppi per gli atleti che dal punto di vista tecnico.

«La composizione delle squadre rispecchia i criteri che ci sono da quando ho preso l’incarico di direttore tecnico. Fa parte della squadra A chi è entrato almeno nei primi dieci di Coppa del Mondo e quindi abbiamo Lara Malsiner (salto, ndr) in contumacia, a cui riconosciamo quello che ha fatto prima di infortunarsi, e Aaron Kostner (combinata, ndr), che per il quarto posto alle Olimpiadi è sicuramente meritevole di quella classificazione. Per chi ha fatto punti in Coppa del Mondo o podio in Coppa Continentale c’è lo status di squadra B, e la squadra C per gli atleti che si sono distinti nell’Alpencup o hanno fatto punti in Coppa Continentale, salvo piccole eccezioni per ragioni di gruppi di lavoro. Per gli altri abbiamo creato un gruppo aggregato che lavorerà più a contatto con gli allenatori dei centri e dei comitati. C’è un po’ una polarizzazione tra l’alto livello e gli altri, che cerchiamo di far lavorare nei centri per poter reclutare e aumentare i ragazzi.

Per quanto riguarda la parte dello staff tecnico siamo partiti dal mantenere Harald Rodlauer e Zeno Di Lenardo che creano l’ossatura dello staff del salto femminile, che ha avuto una stagione indubbiamente buona perché c’è stata una buona crescita di Martina Zanitzer e una grande stabilità in zona punti da parte di Annika Sieff e il record italiano raggiungendo per prima la soglia dei 200 metri, per esattezza 205 metri, certo ci aspettiamo dei picchi un po’ diversi.
Nella combinata Giuseppe Chenetti diventa il referente e gli è stata data un po’ carta bianca nel cercare di costruire lo staff in base a quello che secondo lui avrebbe funzionato meglio, e tra le novità c’è il rientro in Italia Paolo Bernardi. Visto che mancano tecnici nell’organico abbiamo considerato col Presidente il mio ritorno come allenatore e svolgere entrambi i ruoli , dovendo coordinare le squadre ed essere capo allenatore del salto maschile, sarà un po’ sfidante ma da questo punto di vista abbiamo cercato di dare un’organizzazione diversa delegando la maggior parte dei compiti a Chenetti che sarà il referente per la parte della combinata con Andrea Bezzi che lo aiuterà nella parte della gestione di tutta la parte organizzativa, nel salto Di Lenardo e Rodlauer avranno in carico il settore il femminile io il maschile, mentre nel settore giovanile c’è stato l’ingresso come responsabile di Alberto Rigoni,  ex combinatista con cui siamo cresciuti insieme nel giovanile e collabora anche con la FIS in progetti per lo sci di fondo ed è una figura estremamente valida per cercare di mettere un po’ di ordine in quel settore.» 

Sul fronte della programmazione giovanile, ribadendo la volontà di voler lavorare più sul territorio nazionale, ci sono novità?

«Abbiamo cercato di cambiare un po’ la mentalità perché una delle cose che è emersa nel confronto con gli allenatori stranieri è che forse si bruciano un po’ le tappe. Dare quindi l’opportunità di fare i raduni, l’attrezzatura, l’abbigliamento federale porta ad accelerare il percorso, si crea un sistema per cui tutto sembra dovuto che non va bene in termini di mentalità. Per questo abbiamo deciso di creare un unico gruppo aggregato, soprattutto per una questione di semplicità gestionale. I ragazzi più grandi svolgeranno un po’ più di attività, con uno o due raduni al mese, mentre i più giovani lavoreranno maggiormente nei propri territori, seguiti dagli allenatori dei rispettivi centri, pur continuando a essere sostenuti dalla federazione. L’idea, in sostanza, è coinvolgere più persone nel lavoro quotidiano e stimolare maggiormente l’iniziativa dei comitati regionali e delle società sportive.»

Un’ultima domanda la vorrei dedicare ad una questione delicata che riguarda la combinata nordica, che sappiamo essere in attesa di un responso sul proprio status olimpico. Quando pensa che possa influire questa situazione sul reclutamento?

«La decisione sarà il 25 giugno e secondo me che la decisione vada da una parte o dall’altra sarà importante che ci sia una decisione, negli ultimi 2 o 3 anni il fatto che l’incertezza sul futuro ha impattato pesantemente sulla combinata. Pensiamo che Sieff è passata al salto proprio per questo motivo, ma anche Gyda Westvold Hansen e diverse altre. Per quanto riguarda l’Italia in questo momento, parlando anche col Presidente Roda e avendo anche i nuovi impianti di Predazzo, il ragionamento è stato quello di sostenere la combinata anche per via dei Mondiali e poi in base all’esito della pronuncia i ragionamenti futuri cambieranno. Alla fine i ragazzi iniziano avvicinandosi al trampolino, e si fa anche un po’ di attività di fondo per lo sviluppo delle abilità, ma il danno più grande è arrivato dal non sapere che cosa sarebbe successo.» 

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