Dalla Val Müstair a Lenzerheide, da un 2° posto di Federico Pellegrino a un altro. Sempre Svizzera grigionese e sempre Tour de Ski, ma in mezzo 7 anni nei quali lo sci di fondo italiano ha fatto complessivamente tanta fatica.
Il 1° gennaio del 2013, "Chicco", sulla tecnica e durissima pista di Dario Cologna andava a prendersi il podio superato solo da Finn Hågen Krogh, il 2° della carriera dopo il lampo di Liberec 2011 quando era solo ventenne.
Un feeling incredibile quello con le piste elvetiche per il poliziotto di Nus: 12 (4/7/1) podi di Coppa del Mondo su 28 totali ottenuti fra Davos e le due località citate in precedenza.
Pellegrino è uno che non ama perdere e la sua tempra agonistica lo dimostra, ma anche i risultati: curiosità vuole che proprio in Svizzera a Davos sia arrivato l’unico 3° posto della carriera, oltretutto in classico, sempre nel 2013 qualche settimana prima dei Mondiali della Val di Fiemme.
Non è bello parlare dei "se" e dei "ma", ma (appunto) è un dato statistico incontestabile che se (ri-appunto) non fosse arrivato Johannes Høsflot Klæbo, le vittorie in Coppa del Mondo nella carriera del leader della squadra azzurra (13° di sempre con 13 affermazioni più 1 titolo mondiale) sarebbero già più di 20.
Klæbo e Pellegrino viaggiano in tandem con ben 10 "doppiette" (8 in Coppa del Mondo e 2 nobilissime sprint come quella olimpica di Pyeongchang 2018 e iridata di Seefeld 2019). Solo in una di queste occasioni, Dresda 2018, l’azzurro è riuscito a superare il norvegese. Le volte che sono stati assieme sul podio invece ammontano a 12 con l’highlight della vittoria mondiale di Lahti 2017 e sempre l’amata pista finnica nel 2018. In entrambe le occasioni il rivale fu 3°.
Bisogna rendere però giustizia a Pellegrino perché ha saputo quasi sempre cogliere l’attimo sia nelle pochissime gare sbagliate da sia in assenza di Klæbo, il quale viene da una striscia mostruosa di 12 sprint vinte consecutivamente. Una macchina. Chi fu l’ultimo in grado di batterlo? Indovinate.
Dopo questa digressione-omaggio alla grandezza, ritorniamo al principio, una somma di piccole cose. L’Italia è stata ampiamente criticata per un avvio di stagione balbettante. Complici le incertezze e i problemi fisici di Francesco De Fabiani e una serie di prestazioni evanescenti nelle gare su distanza, la squadra azzurra non è sembrata in grado di fare l’atteso passo avanti verso una complessiva coralità di squadra che deve guardare non tanto alla superpotenza norvegese quanto alla vicina Francia, capace di marcare 4 podi nelle sprint e mettere 6 atleti a punti (5 nei 20) nella 15km di Davos.
E’ quindi un timido ma benvenuto segnale quello della sprint di Lenzerheide di domenica con 5 azzurri nei primi 30 (6 in stagione con il giovanissimo Davide Graz) come non accadeva dal gennaio 2013 in Val Müstair. Un’Italia così è ora di vederla anche sulla distanza, quando c’è da soffrire, magari cominciando perché no in casa domani, da Dobbiaco.
Federico Pellegrino: il feeling svizzero e la bestia nera Klæbo
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