Biathlon | 18 giugno 2020

Biathlon - Rudy Zini: "Ho lasciato perché ero stanco fisicamente e mentalmente, ora vorrei allenare i giovani"

Al termine della passata stagione l'atleta livignasco, in forza al Centro Sportivo Esercito, ha messo fine alla sua carriera; in questa intervista a Fondo Italia analizza i suoi anni da biatleta e guarda al futuro

Foto di Stefano Jeantet

Foto di Stefano Jeantet

La fine carriera si sa, per un atleta è sempre un momento molto delicato della propria vita. C’è chi appende gli “attrezzi” al chiodo e abbandona totalmente l’ambiente che ha rappresentato una sorta di seconda famiglia sino a quel momento e c’è chi invece trasforma il professionismo sportivo in professione, mettendo a servizio della specifica specialità sportiva la propria esperienza. È il caso di Rudy Zini, Caporalmaggiore capo del Centro Sportivo Esercito, livignasco classe 1988, da sempre apprezzato anche tra i suoi colleghi del Livigno Team, quale atleta serio e minuzioso, insomma uno che in quel che fa non lascia mai nulla al caso, in sintesi un ottimo esempio per i giovani. Per Rudy Zini, che nel clou della sua carriera ha potuto vivere la gioia della paternità con l’arrivo della piccola Cecilia, che ora ha 18 mesi anni, pare proprio che il famoso detto “per una porta che si chiude si apre un portone” possa calzare a pennello. Questo almeno è il nostro augurio.
    
Rudy dopo molti anni di carriera hai deciso di porre fine a questo lungo percorso sportivo. Quali sono le motivazioni che ti hanno portato a maturare questa scelta?
«Ho deciso di ritirarmi perché ero stanco, fisicamente e mentalmente. Volevo già farlo l'anno scorso in realtà, ma sentivo che la stagione era andata troppo male rispetto a tutto il lavoro che avevo svolto in estate, così ho deciso di fare ancora quest'ultima stagione. Ho capito che era arrivato il momento di smettere perché a volte non riuscivo più a divertirmi, i problemi fisici erano sempre più frequenti e iniziava a pesarmi troppo stare lontano dalla famiglia».

Cosa ti aspetti dal futuro post atleta?
«Per quel che riguarda il futuro l'idea è quella di diventare un tecnico dell’Esercito Italiano per poter aiutare i giovani a crescere e realizzare i propri sogni. Adesso la mia priorità sarà quella di formarmi iniziando dal corso maestri di sci e poi di compiere tutti i passi necessari per diventare un allenatore federale a tutti gli effetti».

Una nuova sfida nelle vesti di tecnico ti attende. Quali pensi saranno i tuoi punti di forza e quali quelli deboli?
«Per diventare un vero tecnico dovrò prima completare il percorso di formazione. Al momento, in accordo con il Dipartimento Agonistico del Centro Sportivo Esercito, mi sono reso disponibile ad essere impiegato a supporto delle squadre dell’Esercito che lavoreranno a Courmayeur. In questo senso sarà per me un’occasione per imparare da chi ha molta esperienza».

Nonostante la decisione di lasciare il mondo dell'agonismo, come sono rimasti i tuoi rapporti con l'ambiente del biathlon?
«Sono rimasto in buoni rapporti con tutto l'ambiente, perché sono sempre stato onesto e rispettoso nei confronti di tutti».

Ci racconti la tua carriera dalle fasce giovanili sino al circuito di Ibu Cup e alla Coppa del Mondo?
«Ho iniziato a praticare Biathlon all'età di 14 anni, ma non avrei mai pensato che sarebbe diventato il mio lavoro. I primi anni sono stati molto divertenti, ma non sono arrivati grandi risultati. Poi le cose sono cambiate all'ultimo anno nella categoria giovani, ho deciso di impegnarmi seriamente, i risultati in inverno sono arrivati e allora ho capito di voler fare l'atleta nella vita. Sono stato arruolato dal Centro Sportivo Esercito e selezionato dalla squadra nazionale junior. A livello junior ho fatto delle buone gare anche in campo internazionale, ma a quel tempo avevo troppe carenze al tiro per poter fare veramente bene. Il passaggio alla categoria senior è stato positivo il primo anno, ho ottenuto dei buoni risultati e le cose sembravano essersi messe per il meglio, ma poi sono arrivati gli anni più difficili della mia carriera. Ho fatto molta fatica per 3/4 stagioni, facevo qualche buona gara in Coppa Italia, ma appena salivo in IBU Cup le cose non andavano bene, non riuscivo mai a fare delle buone gare, soprattutto al poligono e quindi mi trovavo costretto a ricominciare tutto da capo. Poi ho conosciuto Michela, la mia compagna e anche grazie a lei sono riuscito a salire di livello. Ho capito che quello che mi mancava era la determinazione, la costanza in allenamento. Ho imparato a pretendere sempre il massimo da me stesso e le cose sono migliorate. Sono riuscito finalmente a riportare in gara quello che facevo in allenamento al poligono, ho fatto delle buone gare in IBU Cup e sono anche stato convocato per una tappa di Coppa del Mondo, ad Anterselva! Ho corso nell'individuale e nella staffetta, ho fatto due brutte gare, ma sarò sempre grato per aver avuto la possibilità di vivere quest'esperienza unica. È stata un’emozione incredibile poter correre davanti al pubblico di casa: è un ricordo che porterò sempre con me. Il punto più alto della mia carriera l'ho raggiunto però quest'anno con il secondo posto nella super sprint di IBU Cup svoltasi a Ridanna. È stata una giornata stupenda, il coronamento di tutti gli sforzi fatti in carriera e una soddisfazione incredibile».

Come già detto, hai avuto una lunga carriera. Come ogni sportivo che si rispetti ti sarai imbattuto in gioie e delusioni.
«Le gioie più grandi che ho avuto nella mia carriera sono state: la prima medaglia d'oro ai Campionati Italiani giovanili, la prima convocazione al Mondiale Junior, il primo piazzamento in top ten di IBU Cup, la convocazione in Coppa del Mondo, la medaglia d'argento ai Campionati Italiani Assoluti di Anterselva e il secondo posto in IBU Cup. Sinceramente di delusioni non me ne ricordo in maniera particolare, forse perché ho sempre cercato di imparare dai miei errori per migliorare ed andare avanti senza soffermarmi troppo su quello che sarebbe potuto essere».

Hai avuto o hai dei miti o punti di riferimento nel mondo sportivo che ti hanno ispirato particolarmente in questi anni?
«Sono un grande appassionato di basket NBA ed è da lì che ho tratto più ispirazione, dalle storie di Michael Jordan, Kobe Bryant e LeBron James. Però c'è un biatleta che stimo particolarmente ed è Martin Fourcade perché il modo in cui è riuscito a dominare, a tenere un livello così alto per così tanti anni ha dell'incredibile».

La realtà del biathlon nazionale è quella di uno sport emergente a 360° sia a livello mediatico, ma anche a livello di risultati stessi. Cosa pensi riguardo allo sviluppo della Coppa del Mondo e del settore giovanile?
«L'Italia sta vivendo un ottimo momento in Coppa del Mondo grazie agli straordinari risultati di squadra e di Dorothea Wierer a livello individuale. Per quanto riguarda il settore giovanile sembrano esserci delle prospettive interessati soprattutto con Giacomel e Bionaz al maschile e Linda Zingerle al femminile».

Che ruolo ha avuto per la tua carriera l'ingresso nel Centro Sportivo Esercito?
«Il supporto del Centro Sportivo Esercito è stato fondamentale per la mia carriera. Dopo quegli anni di grande difficoltà avrei sicuramente mollato se i tecnici e il Comando di Courmayeur non avessero avuto ancora fiducia in me e nelle mie capacità e senza dubbio non avrei potuto raggiungere i risultati migliori della mia carriera, non sarei potuto arrivare al massimo del mio potenziale. Sarò sempre grato all'Esercito Italiano di avermi dato questa opportunità, di avermi sempre sostenuto e incoraggiato, nonostante le difficoltà».

Katja Colturi

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