Nel maggio dello scorso anno, la Federazione Internazionale Sci (FIS) ha firmato un accordo commerciale quinquennale con l’Agenzia del Turismo l’Azerbaigian, che copre tutti i Campionati Mondiali in ogni disciplina. Un’intesa che arriva nonostante le continue denunce per gravi violazioni dei diritti umani nel Paese: secondo Amnesty International, oltre 30 giornalisti sono attualmente incarcerati e le organizzazioni indipendenti non possono operare liberamente.
I primi effetti di questa sponsorizzazione però si sono visti già nei giorni scorsi, in occasione del Tour de Ski, nella Heat Mass Start di Dobbiaco, quando sui pettorali di gara di fondisti è apparso il nome del Paese caucasico, accendendo una forte polemica internazionale. Il marchio azero era inoltre esposto in modo centrale lungo il rettilineo finale e nell’area d’arrivo dello stadio e, sui social, il recap delle gare, anche nei giorni successivi, è stato accompagnato dallo stesso logo.
Una scelta che fa infuriare Amnesty International, che non una mezzi termini per definire questa operazione “un caso da manuale di sportswashing“: “La FIS si lascia usare per fini politici” ha dichiarato a NRK Frank Conde Tangberg, consigliere politico di Amnesty International Norvegia. “Il fatto che l’Azerbaigian, attraverso il suo ente turistico statale, sponsorizzi eventi sportivi internazionali serve chiaramente agli interessi politici del governo. Non si tratta solo di creare associazioni positive” ha aggiunto Tangberg, “ma di normalizzare e legittimare un regime che reprime i diritti fondamentali e porta avanti una politica climatica aggressiva”.
Tra gli atleti non sono mancate perplessità; Harald Østberg Amundsen ha ammesso di essere rimasto sorpreso: “Ho cercato di informarmi durante il Tour de Ski. È insolito vedere un Paese entrare così nel nostro sport, non è chiarissimo quale sia l’obiettivo”. Ancora più diretto Erik Valnes, che ha definito lo sponsor strano: “Se ci fosse stato scritto “Norvegia” o “Svezia” sarebbe stato molto particolare. Non è un bel segnale, secondo me”.
A rendere il caso ancora più delicato è stato il gesto dell’armeno Mikayel Mikayelyan, unico atleta del suo Paese al via: il fondista ha coperto con del nastro adesivo il nome dell’Azerbaigian sul pettorale, venendo successivamente multato dalla FIS per violazione del regolamento. “Possono metterlo ovunque, ma non su di me” ha dichiarato a TV 2. Ricordiamo che Armenia e Azerbaigian, infatti, sono da decenni in conflitto per il controllo della regione del Nagorno-Karabakh, con centinaia di migliaia di sfollati che hanno trovato poi rifugio in Armenia.
Il malcontento non riguarda solo gli atleti. In una nota diffusa già a maggio, la presidente della federazione sci norvegese Tove Moe Dyrhaug aveva espresso forte disappunto per l’accordo, sottolineando che non rispecchia i valori dello sport e denunciando la mancanza di trasparenza nella gestione delle sponsorizzazioni internazionali.
Interpellata da NRK, la FIS ha difeso l’accordo definendolo “un passo strategico importante” per espandere gli sport invernali in nuove regioni del mondo. “L’Azerbaigian investe in modo significativo nelle infrastrutture per gli sport invernali” si legge nella risposta ufficiale “e questo partenariato è orientato allo sviluppo di nuove destinazioni”.
Una polemica che rischia di accompagnare a lungo le discipline invernali e che continaua a tenere aperto il dibattito sul confine sempre più sottile tra competizioni sportive internazionali e politica.


