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Sci di fondo

Percorrenza troppo lunga, il caso della sprint olimpica riapre il dibattito sulla parità nello sci di fondo

Photo Credits: Newspower

Non si placano le polemiche in Norvegia sulla sprint olimpica in Val di Fiemme, ritenuta da tutti molto lunga e dura, in particolar modo per le donne; proprio per questo, la questione ha spostato i riflettori su un altro aspetto a lungo dibattutto all’interno della disciplina: la decisione della FIS di far gareggiare uomini e donnne sulle stesse distanze, riprendo l’annosa questione: la parità di genere passa davvero attraverso la parità di regole?

«Penso che sia semplicemente una sciocchezza che ragazze e ragazzi debbano percorrere la stessa pista», ha dichiarato a NRK Lage Sofienlund, allenatore della norvegese Kristine Stavås Skistad, una delle migliori sprinter del mondo. E non teme che la sua atleta possa trovarsi in difficoltà nella sprint a cinque cerchi tra meno di due settimane. Secondo Sofienlund, tuttavia, la parità non dovrebbe essere misurata in chilometraggio, ma in tempo di percorrenza. «Credo che i percorsi sprint dovrebbero durare tra i 2:45 e i 3:15. Il tempo dovrebbe essere il fattore decisivo. Che uomini e donne abbiano la stessa sprint in termini di durata. Sarebbe la soluzione più giusta».

Il punto centrale del dibattito si sposta dunque dall’uguaglianza formale alle pari opportunità reali. L’allungamento del tracciato sprint a suo parere trasforma una disciplina nata per valorizzare esplosività e potenza in qualcosa di sempre più simile a una gara di resistenza – un’opinione diametralmente opposta a quella secondo cui in stagione ci sono fin troppe sprint e meno gare per distancer.

«Lo sci di fondo sta diventando più povero, sono sempre meno quelli che riescono a raggiungere il livello richiesto e lo sprint si trasformerà in una specialità per fondisti resistenti», avverte Sofienlund, paragonando gli sprinter ai 400–800 metri dell’atletica, con gli specialisti del format che rischiano di essere penalizzati dalla concorrenza di atleti esperti nelle distane più lunghe.

Un’analisi condivisa anche dall’esperto NRK Pål Golberg, che parla apertamente di svantaggio competitivo per alcune atlete, tra cui anche Skistad. «È un chiaro svantaggio per Kristine. Da favorita in ogni gara, ora rischia di lottare solo per un posto in finale. È un peccato in un’Olimpiade». Golberg distingue però due piani diversi, notando l’asimmetria della regolamentazione. «La carta della parità viene spesso usata come argomento. Ma per me parità significa pari opportunità. È così che è stato per molti anni nello sci di fondo. Per gli uomini cambia poco. Per le donne è diverso. Le velociste pure soffrono quando lo sprint si allunga così tanto».

Una posizione condivisa anche da atlete di primo piano del circuito internazionale. La svedese Maja Dahlqvist è netta: «È un equivoco pensare che tutti debbano correre la stessa distanza. Io ero contraria fin dall’inizio. La parità di tempo di gara è la cosa giusta», dice alla NRK. «Quando noi impieghiamo quattro minuti e gli uomini 3:20, parliamo di due sport quasi diversi. Servono allenamenti completamente differenti».

Il timore espresso da allenatori ed esperti è che, nel tentativo di affermare un principio di uguaglianza, si finisca per ridurre la varietà e l’accessibilità dello sci di fondo femminile, penalizzando atlete che hanno costruito la propria carriera su caratteristiche specifiche. Non si tratta di mettere in discussione la parità di valore tra uomini e donne, ma di interrogarsi su come applicarla.

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