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Sci di fondo

Sci di fondo – Davide Graz: “Spero di essere di ispirazione per qualche giovane di Sappada, come i grandi del passato lo sono stati per me”

Gianpaolo Piazzi/CONI

“Nel 2006 ero un piccolo camoscio, quando Sappada accolse il ritorno vittorioso di Pietro Piller Cottrer e Giorgio Di Centa dalle Olimpiadi di Torino. Ero lì vestito con la divisa dello sci club Camosci Sappada e mi dissi che un giorno su quel palco e con quella medaglia al collo ci sarei salito anche io”.

Lo ha fatto Davide Graz, che lunedì pomeriggio è stato accolto assieme a Lisa Vittozzi dai suoi concittadini di Sappada. Una festa che per il venticinquenne di Cima Sappada, che compirà 26 anni il prossimo marzo, è arrivata dopo il bronzo olimpico vinto in staffetta assieme a Pellegrino, Barp e Carollo.

È stato un bel ritorno a casa?

«Si, essere lì sul palco è stato bello, l’ho vissuto come una bella conquista per la mia carriera. C’era tantissima gente, tutti felici per me e Lisa. Vedete, Sappada in queste cose è unitissima. Magari si può discutere su altri argomenti, si può litigare a volte, ma lo sport e gli sportivi locali mettono tutti d’accordo. Lunedì erano tutti lì ad applaudire Lisa e me. Mi ha emozionato vedere tutta Sappada lì per noi, persone che sono state ore al freddo per aspettare che parlassimo e applaudirci».

Grazie a te e Lisa Vittozzi, Sappada è arrivata a 13 medaglie olimpiche. Non male per un comune di 1300 anime.

«Qui si respira aria di sport. È dal 1992 che abbiamo almeno un sappadino alle Olimpiadi Invernali e abbiamo vinto 13 medaglie. Far parte anche io di questi protagonisti mi ha riempito di orgoglio, è una bella soddisfazione perché sono legatissimo al mio territorio. Ci tenevo».

Ma qual è il segreto di Sappada?

«Credo sia il fatto che lo sport è proprio cultura per noi, si respira un’aria sana di agonismo. Non solo sci di fondo e biathlon, perché abbiamo avuto anche Emanuele Buzzi nello sci alpino o Giacomo Kratter nello snowboard. Da dieci edizioni consecutive Sappada è sempre presente ai Giochi Olimpici Invernali, nonostante siamo un paesino davvero piccolo. Magari qualcuno ormai lo dà quasi per scontato, invece è davvero molto significativo».

Torniamo alla staffetta. Come hai vissuto la gara? Hai sentito la pressione di essere lancio?

«In realtà sono riuscito a viverla come qualsiasi altra gare. Ero consapevole di quello che sapevo e potevo fare, so come gestire queste situazioni. Alla fine credo sia più difficile Ruka, quando rompi il ghiaccio e torni a gareggiare dopo mesi, cercando nuovamente la tua routine. Il mio obiettivo era ben chiaro: restare coi primi. Sapevo che nel secondo giro ci sarebbe stato il cambio di ritmo e sono consapevole di averlo. Ho quindi risparmiato energie nel primo giro per farmi trovare pronto nel secondo. Finita la mia gara ho realizzato che il mio compito lo avevo fatto e mi sono messo a fare il tifo per i compagni».

Descrivici le emozioni provate nelle altre tre frazioni.

«Ho visto che Elia (Barp) ha tenuto bene. Poi ho avuto un piccolo brivido per un attimo con Martino (Carollo), che è stato poi molto bravo e alla fine ci ha dato quel brivido che ha reso tutto più bello. Poi con Chicco (Pellegrino) non avevo alcun dubbio. Durante le loro tre frazioni non riuscivo a stare fermo, avrei voluto fare qualcosa, andavo in giro, mi muovevo di continuo, avevo ancora tante energie. Inizialmente ho provato dispiacere quando ho avuto l’impressione che Martino fosse in difficoltà, sarebbe stato pesante accettare un altro quarto posto, invece lui è stato bravissimo a tenere duro e dare il cambio a Chicco non distante dal finlandese. Lì Pellegrino è stato bravissimo, perché ha ricucito e poi nel finale sapeva come fare».  

Insomma su Pellegrino non vi era alcun dubbio.

«Sapevo che l’unico modo per perderla era se Chicco si fosse fatto in quattro per recuperare, perché avrebbe potuto spendere troppe energie per coprire il buco. Non è facile, anche se sei Pellegrino. Lui è stato bravissimo, dall’alto della sua esperienza, non si è fatto prendere dalla foga di chiudere subito, riagganciandolo poi nel momento giusto. A quel punto, con tutto il rispetto di Anttola, sapevo che difficilmente avremmo perso la medaglia. Quando Chicco ha accelerato, il finlandese non ne aveva per stare con lui».

Cosa hai provato quando la medaglia si è materializzata?

«Quando Chicco ha tagliato il traguardo è stato bello perché ho capito che ce l’avevamo davvero fatta. Per quattro anni abbiamo pensato a questa gara olimpica, alla staffetta che non saliva sul podio da vent’anni, un pallino che avevamo lì. Dovevamo vincere questa medaglia, era sentita, era l’obiettivo dichiarato. Credo che sia arrivata proprio perché abbiamo fatto un bel percorso di crescita. E ci sono ancora tanti margini di miglioramento, penso che anche senza Chicco abbiamo tutto per giocarcela di nuovo tra quattro anni e fare qualcosa di grande.
Alla fine sapevamo di valere il terzo posto dietro a Norvegia e Francia, che a questi Giochi si è presentata in grande condizioni, dopo aver preparato ottimamente l’evento. Eravamo consapevoli che fosse difficile stargli davanti, ma non impossibile, come che fossimo la terza forza. Sentivamo la medaglia alla portata, ma come visto con la Svezia nella staffetta femminile, in questa gara nulla è scontato».

Dallo scorso anno hai dato l’impressione di aver fatto un grande salto di qualità, di credere ancora di più in te stesso.

«Sono convinto che i risultati aiutino ad avere maggiore fiducia in sé stessi. Dalla scorsa stagione ho iniziato a essere sempre più protagonista in Coppa del mondo, sono spesso tra i venti e a volte in top ten. Essere lì, iniziare anche a mordere le code dei norvegesi è qualcosa che dà fiducia, capisci che non sei lontano. Se guardo il mio percorso, forse quando avevo 19 anni sono state un po’ sopravvalutate alcune prestazioni che avevo fatto, pensando che avessi subito un alto livello. Negli anni successivi ho anche faticato a causa di alcuni malanni che mi hanno tolto parecchie opportunità, eppure se guardate ho avuto un percorso di crescita magari lento, ma costante. Se andiamo a vedere la classifica di Coppa del Mondo, sono andato sempre migliorando. Quello che voglio dire è che sono cresciuto, magari lentamente, ma sto facendo un percorso di crescita costante e polivalente. Sono migliorato in classico e a skating, nelle distanze lunghe e nelle sprint. Essere sempre più in cima è un grande stimolo».

Prima hai detto che anche nel 2030 volete essere protagonisti, pur senza Pellegrino. Pensi che questa medaglia abbia dato a tutti voi maggiore consapevolezza?

«Si, credo che abbiamo dimostrato di essere forti e cresciuti tanto. L’obiettivo è quello di continuare a migliorare e fare passi avanti. Già questo weekend avremo altre opportunità, perché mancano ancora nove gare di Coppa del Mondo e vogliamo fare bene, sfruttare le chance che ci sono. L’obiettivo è imparare ancora tanto e mettere nel cassetto nuove esperienze che devono permetterci di essere sempre più vicino ai norvegesi».

Ti rendi conto che sei il terzo fondista di Sappada a vincere una medaglia olimpica dopo Silvio Fauner e Pietro Piller Cottrer? Bella compagnia.

«Per me vuol dire essere riuscito a raggiungere un traguardo. Questa medaglia posso definirla come tale, è il primo traguardo raggiunto nella mia carriera. Ma non voglio che sia l’unica, da qui parto con l’obiettivo di ottenere altro che vorrei. Lo considero un primo passaggio, che mi rende felice perché mi ha fatto diventare tra i protagonisti dello sport che amo».

Hai pensato che magari lunedì ci sarà stato un bambino che, come te nel 2006, avrà visto voi con la medaglia al collo e magari ne trarrà ispirazione per il futuro?

«Si, ci ho pensato e mi fa felice se è così, spero proprio di essere di ispirazione. Credo che il fatto ci sia questa tradizione a Sappada è anche grazie ai tanti campioni o sportivi di altissimo livello che sono stati o sono uno stimolo per i bambini. Alla fine guardandomi penseranno lo stesso che pensai io: “Se ce l’ha fatta lui, posso riuscirci anche io”. Sono queste cose a dare seguito alla nostra tradizione, a far si che Sappada continui a vincere medaglie».

Hai definito questa medaglia un primo traguardo. Chi vuoi ringraziare?

«Sicuramente tutti coloro che mi sono stati sempre vicino, a cominciare dai miei famigliari e la mia ragazza. Tutto coloro che sanno cosa c’è dietro, perché in questa medaglia ci sono anche i sacrifici fatti, i mille giorni fuori da casa negli ultimi quattro anni, che non sono una stupidaggine. Anche chi è stato vicino a me ha sofferto queste cose, ma ora sappiamo che ne è valsa la pena.
Inoltre ringrazio il mio corpo sportivo delle Fiamme Gialle che ha sempre creduto in me, tutti i tecnici che mi hanno accompagnato in questo percorso negli anni, ed ovviamente chi mi ha seguito in nazionale come i miei compagni».

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