Forti emozioni quelle vissute domenica scorsa da Armin Auchentaller. L’allenatore di Anterselva ha festeggiato infatti il primo storico podio in staffetta degli Stati Uniti, arrivato a Otepää pochi giorni dopo l’annuncio del suo addio alla squadra statunitense dopo tredici anni.
Lo abbiamo incontrato martedì a Holmenkollen, pochi minuti prima dell’allenamento femminile che di fatto non si è svolto a causa della nebbia. Con la solita gentilezza che lo fa apprezzare da tutto l’ambiente del biathlon, Auchentaller ha fatto un bilancio della sua avventura statunitense, spiegato le motivazioni che lo hanno spinto a lasciare, parlato delle possibilità future e anche del passato, di quando è tornato ad allenare perché un suo amico gli aveva dato la responsabilità di seguire dei bambini di 11 e 12 anni: Dorothea Wierer, Lukas Hofer e Dominik Windisch.
Armin, partiamo dalle emozioni di domenica a Otepää. È arrivato un podio alla tua ultima staffetta da allenatore degli Stati Uniti.
«Per me è stato un regalo. Dopo anni che cercavamo di raggiungere questo traguardo, salire sul podio in staffetta vale tantissimo, il primo de sempre per gli USA, ma nella mista ancora di più, perché coinvolge tutte e due le squadre. Spero che chi prenderà la guida di questa squadra, possa trarre tanta motivazione da questo risultato per migliorare ancora di più quelli che abbiamo ottenuto in questi anni».
Significativo che questo risultato sia arrivato anche con atleti come Germain e Freed che sono cresciuti con voi.
«Si Margie (Freed) ha iniziato proprio a praticare biathlon con noi, così come Luci (Anderson), che ha fatto la single mixed. Ma in realtà tanti atleti di questa squadra hanno mosso i primi passi direttamente con noi. Alla fine anche Maxime (Germain) aveva ancora poca esperienza quando ha iniziato a lavorare con noi ed è migliorato tantissimo in questi anni. Quest’anno ha mostrato di essere già in grado di fare più volte la miglior frazione in staffetta. Si sono tutti comportati bene, sviluppandosi come speravamo. Ciò significa che il sistema da noi adottato per uno sviluppo veloce funziona e penso sia stato la nostra forza».
Avete alzato così tanto il livello, che la mancata conquista di medaglie ai Giochi Olimpici ad alcuni è sembrata quasi una delusione.
«Si in tanti credevano che avremmo ottenuto una medaglia. Devo ammettere sinceramente che era possibile farlo, ma per riuscirci ci vuole la costanza in tanti parametri di questo sport: sparare bene, essere in forma sugli sci e avere ottimi materiali. Noi dobbiamo ancora crescere su alcuni aspetti, ma c’è un grandissimo gruppo che vuole farlo e ne ha le capacità. Siamo già migliorati tanto in questi anni e dobbiamo continuare a farlo. Io ora lascio, ma sono convinto che questa squadra qui sarà ancora più forte tra 4 anni».
Puoi spiegarci le motivazioni di questa scelta? È maturata dopo le Olimpiadi?
«In realtà è qualcosa che è partito già al via della stagione. A Östersund per la prima volta ho iniziato a pensarci e non so nemmeno come mai in quell’occasione. È quindi maturata nel corso della stagione e alle Olimpiadi, a prescindere dai risultati che abbiamo fatto, ho deciso che questa era la mia ultima stagione. Anche perché ho comunque passato 13 anni totali con gli Stati Uniti. Sono grato di quello che mi hanno dato e quanto ho dato io, ho imparato tanto da loro così come loro da me. È stata un’esperienza per me importantissima che mi ha cresciuto prima di tutto come persona. Questo momento mi sembra quello giusto personalmente per andare avanti e trovare nuove motivazioni e sfide. Adesso vedo cosa farò».
Hai già avuto qualche contatto?
«Ci sono già stato colloqui con diverse realtà, ma al momento non posso comunicare nulla anche per rispetto della loro pianificazione. Presto si saprà. Deciderò questa settimana o la prossima. Ci sono anche opportunità fuori dalla Coppa del mondo. Valuto tutte le proposte e vediamo. Ho ancora voglia di biathlon e sceglierò un progetto che mi rende felice come persona, motivato, dove vedo possibilità di miglioramento».
Quanto è cambiata la squadra statunitense in questi anni?
«Già al mio arrivo era una squadra che aveva alcuni atleti di altissimo livello insieme ad altri invece quasi agli inizi. Quelli di altissimo livello sono cresciuti con esperienza e col giusto atteggiamento. Abbiamo ottenuto bei risultati, magari è mancata la costanza, come è normale per una squadra di medio livello, senza il grande vivaio delle nazioni big».
Quali sono state le tue gioie più forti, quelle che più ti hanno emozionato?
«Vado in ordine cronologico partendo dal pettorale giallo indossato da Tim Burke nel 2009/10 e la medaglia mondiale da lui vinta tre anni dopo a Nove Mesto. Il primo podio di Bailey, suo trampolino di lancio per altre sfide molto belle. Ovviamente la medaglia mondiale vinta da Susan Dunklee ad Anterselva, a casa mia. Il podio di Clare Egan nel 2019 nella mass start di Oslo. Ma soprattutto le medaglie di Campbell Wright ai Mondiali dello scorso anno a Lenzerheide, che sono state bellissime. Infine proprio il bellissimo podio della staffetta mista a Nove Mesto, qualcosa che mancava. Ci tengo però a sottolineare, che ho vissuto forti emozioni anche con atleti che non sono mai saliti sul podio, ma che sono riusciti a migliorarsi raggiungendo il loro massimo, risultati per loro significativi».
Prima di chiudere. Tornando indietro nel tempo. È vero che tanti anni fa eri uscito dal biathlon e sei tornato ad allenare quando un tuo amico ti ha affidato un bel gruppo di giovani ad Anterselva nel 2001?
«Una storia carina. Nel ’99 mi ero congedato ed ero andato a fare delle cose fuori dal mondo del biathlon. Due anni dopo, un giorno un mio amico di Anterselva mi aveva chiesto di salire su allo stadio per berci un caffè insieme al bar all’interno del centro sportivo. Arrivato su, mi ha chiesto di raggiungerlo al poligono perché stava ancora finendo di allenare le squadre giovanili. Appena ho raggiunto il poligono, ha fermato l’allenamento del gruppo di aria compressa e ha detto a questi ragazzini che sarei stato il loro allenatore, senza nemmeno chiedermelo. Ero sorpreso, mi aveva messo in difficoltà. In quel gruppo c’erano Dominik Windisch, Lukas Hofer e Dorothea Wierer. Ho così iniziato a seguire questi giovani super talentuosi, accompagnandoli per un po’ di anni nel loro percorso. Poi hanno fatto la loro strada e grazie al lavoro poi fatto con dei bravissimi allenatori sono arrivati a livelli altissimi nel biathlon mondiale. È stata una fortuna trovare un gruppo così bello e chissà se avrei fatto anche io lo stesso percorso se quel mio amico non avesse deciso di affidarmi quel gruppo senza nemmeno chiedermelo».

