I Campionati Italiani di sci di fondo hanno messo la parola fine alla carriera di Lucia Isonni. La 23enne di Schilpario ha deciso di appendere gli sci al chiodo dopo la 10 chilometri in tecnica libera e cambiare vita dopo aver conquistato un titolo tricolore nella sprint Under 20 e uno nella staffetta Giovani. Nonostante l’esordio in Coppa del Mondo qualche mese fa a Cogne, la portacolori dell’Esercito ha detto basta per puntare ad altri obiettivi.
Com’è andata l’ultima gara della carriera?
E’ stato un po’ un mix di emozioni, ero mezza malata e il giorno prima ho parlato con Simone Paredi, il mio allenatore, visto che ero indecisa se partire o meno. Avevo paura di fare una gara sottotono e in questo caso mi sarebbe rimasto un brutto ricordo. Lui mi ha tranquillizzata, mi ha convinta dicendomi di non partire per il risultato, ma piuttosto di pensare, chilometro dopo chilometro, ad ogni anno della mia carriera. Dalla partenza all’arrivo mi sono fatta così un bel viaggio nella mia storia, è stato emozionante e, essendo emotiva, è stato particolarmente toccante.
Cosa l’ha spinta a dire addio allo sci di fondo?
Nella posizione in cui mi trovavo non vedevo molti sbocchi, anzi, mi sentivo come se la fiammella si fosse spenta. Ciliegina sulla torta è stata poi la mancata convocazione al mondiale di casa l’anno scorso. Quell’avvenimento mi ha dato una bella botta emotivamente sapendo di meritarla. Sommando vari fattori sono arrivata a questa decisione a mente lucida e serenamente.
Perché ha faticato così tanto fra le senior dopo aver brillato nelle categorie giovanili?
Sono diventata professionista molto giovane. Sono entrata in squadra a diciassette anni e subito dopo sono stata arruolata. Sono stata di fatto catapultata in un mondo che non conoscevo, visto che sono passata dallo sci club alla squadra e al gruppo sportivo molto velocemente. Qui ho notato come l’atleta in Nazionale spesso non venga messa al centro: se non performa, fuori una e dentro un’altra. Credo, infatti, che se si ha un’atleta che si ritiene promettente o che si creda in futuro possa ottenere risultati serva un po’ d’accortezza e lungimiranza per proteggerla. Oltre ai problemi personali che hanno inciso parecchio, c’è stata a mio parere una gestione sbagliata. Oltretutto in tre anni abbiamo cambiato altrettanti allenatori e, nonostante fossimo ragazze in crescita, non abbiamo mai avuto un progetto che mirasse oltre all’anno corrente. Ogni volta cambiavano i metodi di allenamento, le prospettive, non c’era mai una costante. Quindi penso che questo, oltre al resto, abbia inciso particolarmente.
Ha un ricordo che conserva con maggior piacere della sua carriera nello sci di fondo?
Il ricordo più bello riguarda il primo podio che ho ottenuto in FESA Cup fra le juniores nel 2020. Ero ancora ancora aspirante e, con ragazze più grandi di me, sono riuscita ad arrivare in finale in una sprint a Goms in compagnia di Francesca Cola. Noi eravamo arrivate lì con l’obiettivo di qualificarci, invece ci siamo ritrovate catapultate a giocarci la vittoria. Alla fine sono riuscita ad arrivare seconda. Da un punto di vista extra-gare, i momenti più belli riguardano i rapporti stretti con le persone. Se penso alla mia migliore amica, Iris De Martin Pinter, l’ho conosciuta proprio grazie allo sci di fondo.
Le piacerebbe in futuro tornare nello sci di fondo con un altro ruolo?
Penso sia difficile perché vorrei studiare medicina e diventare dottoressa, quindi credo che le due cose siano difficili da conciliare. Però tornerò sicuramente sulle piste, questa volta in qualità di tifosa.

