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Sci di fondo

Sci di fondo – Oltre le vittorie: Jessie Diggins racconta la sua carriera a Mikaela Shiffrin

Photo Credits: Newspower.it

Una lunga carriera, conclusa sulle nevi di casa, e ora una meritata “pensione” per Jessie Diggins, fondista più vincente della storia degli Stati Uniti. Ma come si arriva al suo invidiabile palmares? Quattro medaglie medaglie olimpiche e 7 mondiali, 33 vittorie in Coppa del Mondo, quattro Sfere di Cristallo generali; eppure dietro c’è di più: dal legame con chi lavora dietro le quinte, a doti come la resilienza, la caparbietà ma anche la vulnerabilità, che le hanno permesso di definire il successo in base ai propri valori e non in base ai risultati.

In una “chiacchierata” con un’altra delle atlete invernali più forti di tutti i tempi, la sciatrice alpina Mikaela Shiffrin, nel suo podcast “What’s the point?” disponibile integralmente su Youtube, la 34enne condivide la propria storia in maniera personale, parlando di ciò che non si è visto dietro al sorrido del traguardo e dei podi, ma anche della “caverna del dolore” e del suo saluto allo sci di fondo.

In primis, l’atleta del Minnesota descrive come “organico” il suo approdo allo sci di fondo, muovendo i primi passi sugli sci grazie ai genitori.

“Quando ero piccola, i miei genitori andavano a sciare ogni fine settimana. Quando sono nata, semplicemente mi mettevano nello zaino porta-bambini e partivamo nei boschi a esplorare un parco diverso, perché il Minnesota ha tantissimi parchi statali meravigliosi e una quantità incredibile di sentieri. Ci sono piste tenute benissimo. E per lo sci di fondo non serve nemmeno tanta neve: si riesce ad arrangiarsi anche con poca. Quindi ogni weekend andavamo a sciare e io crescevo pensando: “Questa è la cosa più bella del mondo”. Poi ci siamo iscritti alla Minnesota Youth Ski League ed è lì che ho imparato davvero a sciare, ma era soprattutto divertimento. Era come giocare ad acchiapparella sugli sci. Abbiamo avuto anche diversi inverni con poca neve, quindi spesso sciavamo sui laghi ghiacciati, che era bellissimo, oppure facevamo cacce al tesoro nei boschi. Era tutto molto giocoso.”

Un approccio gioco, interattivo, che non si focalizzava sull’agonismo.

“L’idea era semplicemente: vai fuori, divertiti in inverno. Per me era questo il cuore dello sport, ed è stato un modo meraviglioso per iniziare. Poi, quando sono entrata nella squadra della mia high school, ho pensato: “Wow, questo sport individuale in realtà è tutto tranne che individuale”. Era tutto basato sulla squadra. Potevi guadagnare punti per il team e lì ho imparato cosa significa davvero avere una cultura di squadra positiva.”

Crescendo, e apprendendo di più sulla disciplina, sono arrivate anche le prime fonti di ispirazione, che le hanno instillato anche la profonda cultura di squadra che ha caratterizzato la lunga carriera di Diggins: “Le mie prime figure femminili di riferimento sono state le compagne più grandi della squadra. Sono state loro a trasmettermi questa idea: vieni ad allenarti ogni giorno pronta a rendere migliori le persone intorno a te, perché è così che la squadra cresce. In questo modo, anche se qualcuno si ammala o si infortuna, il gruppo continua a migliorare, perché tutti hanno contribuito a rendere la squadra la migliore possibile. Questa mentalità mi è stata inculcata da quando avevo tredici anni, grazie a queste donne incredibili.

Pochi modelli d’élite, per il giovane talento in embra, e tanta ispirazione dalle persone a lei più vicine.

“Ricordo letteralmente di guardare nel seminterrato delle videocassette di gare di Coppa del Mondo avvenute magari sette anni prima. Ed era bellissimo, con quelle tute rétro e tutto il resto, però non c’era la possibilità di seguire la Coppa del Mondo in tempo reale come oggi. Per questo i miei modelli principali erano soprattutto i miei genitori, perché mi hanno mostrato cosa significhi avere una buona etica del lavoro e come ci si sostiene a vicenda. Per me è stato davvero fondamentale” spiega. “Poi c’era la mia allenatrice delle superiori: è stata lei a introdurmi alla psicologia dello sport e a insegnarmi che tutto ruota intorno al percorso, alla squadra, non ai risultati o alla vittoria. Ed è stata probabilmente la cosa migliore che potesse capitarmi. E poi idolatravo le compagne più grandi della squadra. Per me erano come sorelle maggiori. E quando sono entrata nella nazionale ho pensato: “Oh mio Dio, altre sorelle maggiori!”.”

Una delle immagini più ricorrenti e che tutti gli appassionati di sci di fondo possono associare a Diggins è il suo modo peculiare di affrontare l’arrivo al traguardo, rimanendo a terra quasi senza fiato. Dimostrazione di un costante spingersi oltre i propri limiti, arrivando fino alla sofferenza fisica: un processo che la statunitense ha ribattezzato “il ballo nella caverna del dolore” e che spiega più in profondità.

“Tutto ruota attorno all’essere a proprio agio mentre ci si trova in un posto molto scomodo e potenzialmente spaventoso. E credo che ogni sport abbia la sua versione della pain cave. Negli sport endurance il disagio è spesso molto fisico e, di conseguenza, anche mentale. Però nello sci di fondo, per esempio, non c’è la stessa velocità o lo stesso rischio di altri sport. Ma ogni disciplina ha quel momento in cui pensi: “Devo trovare un modo per attraversare questa cosa” oppure “devo imparare a conviverci”. Fare pace con essa invece di averne sempre paura.”

Il primo contatto con questa esperienza, ricorda, fu durante una gara giovanile, nella squadra del liceo: “Persi completamente il conto delle avversarie che avrei dovuto superare. Era una staffetta scolastica. Continuavo semplicemente a cacciare la persona davanti a me, e finii per superare tutti i miei limiti. Quando tagliai il traguardo pensai: “Ecco, è finita. Sono morta. Non esisto più. Sono letteralmente deceduta nel mezzo di questa gara”. Poi passano venti secondi e penso: “Ah… ok, sono ancora viva”. Riesco a rialzarmi. E capisci che quello sforzo, in realtà, andava bene”

“Quando spingo così forte, a volte la vista mi si tinge leggermente di rosa, oppure le gambe si intorpidiscono fino alla vita. I polmoni urlano e ogni muscolo brucia. Però impari che questo è diverso dal dolore di un infortunio. Sono due cose completamente diverse” conclude “e ho imparato che invece di temere quel posto, potevo sviluppare un rapporto diverso con il dolore. Ho iniziato a pensare: “Wow, questo significa che sono arrivata esattamente dove voglio essere. Ed è quasi bello che faccia male, perché questo sport è duro. Deve esserlo. Se non fosse difficile, tutti gareggerebbero in Coppa del Mondo. E capisci anche fino a che punto sei disposta a spingerti per la tua squadra. Quando sai che dietro di te ci sono allenatori, skimen, psicologi sportivi e tutte le persone che ti hanno aiutata ad arrivare lì, vuoi onorare il loro lavoro. Vuoi lasciare tutto sulla pista.”

Nella sua carriera sugli sci stretti, Diggins si è espressa come un’atleta overall, dimostrandosi ampiamente in grado di gestire le sprint, quanto le gare di lunga distanza, senza dimenticare le prove a squadre. Una qualità non facile da gestire dal punto divista tanto fisico quanto mentale, soprattutto per le differenze di ritmo da dosare.

“Lo sci di fondo è uno sport relativamente piccolo a livello globale e quindi è più comune vedere atleti fare discipline diverse. Però non tutti lo fanno. Ogni gara richiede una mentalità completamente diversa. Le gare individuali a cronometro, per esempio, sono quelle che amo di più. Perché lì sei solo tu contro il percorso e il tempo. Non è “devo battere questa persona”. È: “Come posso andare dal punto A al punto B nel modo più veloce ed efficiente possibile? Quanto posso essere dura mentalmente?”. Non riguarda gli altri. Riguarda me e i miei limiti. Negli sprint invece bisogna letteralmente battersi per passare il turno e io sono una ragazza del Minnesota: non sono poi così interessata a batterti, perché sei mia amica. Per questo negli ultimi anni ho faticato con gli sprint. Non importa quanto tu sia veloce: devi comunque superare un certo numero di persone per andare avanti. Lo stesso vale per le partenze in linea. Le mass start lunghe però mi piacciono più degli sprint, perché c’è più tempo. Sono meno aggressive. Se hai venti chilometri davanti, non serve spingersi o pestarsi gli sci. C’è tempo per sistemare le cose. Mentalmente, per me, sono gare completamente diverse. Anche le strategie cambiano tantissimo. In una 50 km, per esempio, passi tantissimo tempo dentro la tua testa. Puoi avere momenti terribili e poi riprenderti. Non sai mai davvero cosa succederà. Hai due ore e venti minuti per capire quella gara. In uno sprint, invece, non puoi praticamente commettere errori.”

A proposito delle gare lunghe, dei momenti difficili, dei materiali che non collaborano o tante cose che possono andare storte, ecco che Diggins ha un consiglio per i giovani atleti che iniziano a maturare le loro prime esperienze.

“La prima cosa che mi viene in mente è la 50 km in classico alle Olimpiadi. A un certo punto qualcosa andò storto e la sciolina di tenuta si congelò. Dovetti cambiare sci al secondo dei sette giri previsti. Il piano iniziale era aspettare il più possibile, magari fino al quarto o quinto giro, perché con sci più freschi hai una sciolina più veloce per gli ultimi 14 chilometri. Ma fui costretta a cambiare subito. Solo che il secondo paio era rimasto fermo lì al freddo e gli sci erano diventati molto appiccicosi. Risultato: caddi letteralmente di faccia nello stadio davanti al mondo intero” ricorda. “Uno dei nostri allenatori dalla zona tecnica mi urlò: “Andrà meglio!”. E io pensai: “Beh, da qui si può solo migliorare”. Onestamente era talmente assurdo da essere quasi comico. A quel punto adottai questa mentalità: “Ok, non ho più nulla da perdere. Sono appena caduta di faccia alle Olimpiadi davanti a mio marito e ai miei genitori, che comunque continueranno ad amarmi”. Ero oltre un minuto dietro alle medaglie. Così decisi: “Adesso provo solo a sciare nel miglior modo possibile”. Avevo lavorato troppo duramente per essere lì per lasciare che quella caduta definisse tutto. Quindi cercai di lasciar andare il risultato e concentrarmi solo sul fare una buona gara. E alla fine riuscii persino a rientrare nel gruppo in lotta per le medaglie. Poi arrivammo a uno sprint finale che persi. Però ero comunque incredibilmente orgogliosa di quella gara. E ho dovuto lavorare molto su me stessa per non lasciarmi influenzare dalle narrazioni degli altri. Molti dicevano: “Devi essere devastata per aver perso la volata”. Io invece pensavo: “No. Quella è stata una delle gare più dure e coraggiose della mia vita”. Per questo direi ai giovani atleti: non lasciate che il risultato determini il vostro valore personale. È una cosa che bisogna ripetere continuamente, perché il mondo esterno proverà sempre a imporvela. Anche se per voi non è la cosa più importante, gli altri daranno per scontato che lo sia. Ma siete voi a decidere cosa vi dà il diritto di essere orgogliosi di voi stessi. Tenete stretti i vostri valori e poi cercate semplicemente di mettere insieme i pezzi della gara nel miglior modo possibile. E provate anche a divertirvi. Lo sport è un’occasione incredibile per capire chi siete, quanto siete forti e quanto sapete resistere. E soprattutto quando le cose vanno male. Perché essere gentili e generosi quando si vince è facile. La vera sfida è esserlo quando tutto crolla. Quindi, se state vivendo una gara difficile, pensatela così: “Questo è il momento in cui posso dimostrare quali sono davvero i miei valori”. Perché un valore non è reale se esiste solo quando tutto va bene. Se sai essere corretto solo nella vittoria, allora non basta. Serve anche nella sconfitta.”

Oggi Diggins non si prepara per una nuova stagione, avendo salutato sulle nevi di casa, a Lake Placid, la carovana dello sci di fondo. Ma come ha preso questa decisione?

“All’inizio della mia carriera dicevo sempre: “Scierò per sempre”.Ovviamente non è possibile. Cioè, scierò per sempre, sì… ma non gareggerò per sempre. E ho sempre detto: “Continuerò finché sarà divertente”. Però alla fine non è stato quello il punto. Perché non ha mai smesso di essere divertente. Anche quando arrivavano nuove pressioni o sfide, continuava comunque a piacermi. Direi però che anni fa qualcosa ha iniziato lentamente a cambiare. All’improvviso hai accanto una persona che è diventata la più importante della tua vita e desideri passare più tempo con lui. Vorresti costruire una vita insieme. Vorresti stare di più con la tua famiglia. E stare continuamente in viaggio inizia a diventare più difficile, anche se ami ancora quello che fai. Inoltre sentivo che il mio fuoco competitivo stava iniziando ad affievolirsi. A quel punto ho pensato: “Wow… questa non è esattamente la mentalità spietata di un’atleta d’élite”. Anche se in realtà non sono mai stata una persona particolarmente aggressiva in quel senso. Però iniziavo a sentire che il desiderio di vincere stava diminuendo. Ed è ironico, perché continuavo comunque a ottenere buoni risultati. Solo che la motivazione era cambiata: non volevo più vincere a tutti i costi. Volevo vedere quanto potevo essere resistente, quanto potevo ancora spingermi vicino al mio potenziale. E poi in estate iniziavo a fantasticare su cose diverse. Pensavo: “Oddio, adoro queste lunghe corse sui sentieri”. Facevano parte del nostro allenamento, certo, ma io pensavo: “Vorrei poterne fare di più. Vorrei poter uscire semplicemente perché è una bella giornata”. Invece ero sempre rigidamente vincolata a programmi e tabelle. Così ho iniziato a capire che le mie priorità stavano cambiando. E forse “priorità” non è nemmeno la parola giusta, perché mio marito è sempre stato la cosa più importante per me. Solo che entrambi eravamo disposti a fare questi sacrifici… ma non per sempre.”

Un altro elemento che ha influenzato la decisione di smettere è l’attenzione maniacale all’igiene e alla salute: anche un semplice raffreddore può compromettere un’intera stagione e molti atleti d’élite sono disposti a fare sacrifici estremi per non prendere malanni.

“C’era un’altra cosa, forse molto specifica dello sci di fondo: siamo ossessionati dai germi. Anche un semplice raffreddore può farti passare dal lottare per la vittoria al faticare per entrare nelle prime venti. Basta pochissimo. E penso che questo si colleghi anche al fatto che in passato ho sofferto di un disturbo alimentare. A un certo punto ho iniziato a pensare: “Non sarebbe bellissimo se il mio lavoro e il modo in cui porto il cibo in tavola non dipendessero completamente dal mio corpo?”. Sarebbe bello avere un lavoro in cui non devo essere sempre perfettamente sana e al massimo della forma fisica. E poi ho pensato anche a cose molto semplici. Tipo: un giorno magari avrò una figlia che torna a casa malata e io potrò semplicemente dire: “Vieni qui sul divano a coccolarti con me”. Se mi prende il raffreddore, non importa. Ecco, tutte queste cose di vita quotidiana hanno iniziato a diventare sempre più importanti per me.”

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