Per gli atleti d’elite, qualsiasi sia la loro disciplina, la vita lontana dalla stagione agonistica non è poi così diversa dalle settimane di Coppa del Mondo: tutto è organizzato al minuto. Nel caso di Sebastian Samuelsson, però, oltre agli allenamenti e ai viaggi, la routine include anche la variabile familiare.
La figlia Elsa ha appena iniziato l’asilo e Samuelsson ha scoperto rapidamente cosa significa essere padre di una bambina piccola: raffreddori continui, notti complicate e programmi che saltano all’improvviso. Sulle pagine di Expressen, e lo stesso biathleta svedese a scherzare sul modo quasi drammatico con cui vive le malattie, aggiungendo però che in vista della stagione agonistica bisogna cambiare mentalità.
«Non mi piace stare male. Sono uno di quelli che si ammalano facilmente e ogni volta che prendo un raffreddore penso che stia per morire. Ma è una cosa a cui ci si deve abituare. In un certo senso, la vita è così».
Dietro l’ironia, però, c’è anche la consapevolezza che la sua quotidianità ha subìto dei cambiamenti importanti da quando è padre; il campione svedese ha dovuto modificare parte della preparazione atletica proprio per riuscire a passare più tempo a casa: viaggiare è normale per uno sportivo professionista, ma stare lontano da una figlia di due anni per settimane intere non diventa mai davvero semplice. La soluzione? Meno trasferte, settimane strutturate in modo più rigido e una gestione diversa del recupero.
«È ovvio che stare lontani sia difficile. D’altra parte, è il mio lavoro e ci sono molte persone che viaggiano spesso per lavoro. Quindi, in realtà, non è una situazione così insolita. Ma è chiaro che stare lontani dal proprio figlio per tre settimane di fila non è sempre così divertente.»
Il biathlon rimane comunque una delle sue priorità, sebbene abbia voluto mettere velocemente alle spalle la stagione appena conclusa. Un’annata ancora di altissimo livello: quarto posto nella classifica generale di Coppa del Mondo, ottimi risultati sugli sci, rendimento al tiro discreto, eppure il 29enne sembra aver già archiviato tutto. Del resto, le Olimpiadi restano un piccolo rimpianto, non è riuscendo a dare il massimo quando più contava.
«Penso di essere stato molto in forma fino alla vittoria nella gara di sprint a Ruhpolding, poi le cose sono andate peggiorado. Alle Olimpiadi ho fatto alcune gare davvero ottime, penso che la sprint sia stata molto buona, ma non è bastato. È stata una delusione» spiega. «Ma due o tre mesi dopo non vado in giro a pensare così tanto allo scorso inverno. Per questo è sempre strano quando arriva maggio e mi fanno un sacco di domande al riguardo. Ci sono alcune settimane, o una settimana quando torni a casa, in cui rifletti molto. Poi succedono altre cose e ti poni nuovi obiettivi. Non è come quando ho vinto quattro medaglie ai Mondiali di Oberhof, che ci ho pensato per tutta l’estate successiva. Lo lasci andare, vai avanti e cerchi di migliorare ancora, a prescindere da tutto.»
