Fulvio Scola è pronto a scrivere una nuova pagina della sua carriera. Dopo una lunga permanenza in Nazionale come allenatore, il 43enne di Falcade è stato chiamato a seguire una nuova strada tornando alle Fiamme Gialle dove tutto aveva avuto inizio. In grado di conquistare due podi in Coppa del Mondo in carriera, il tecnico veneto è pronto a offrire la propria esperienza ai giovani finanzieri con l’obiettivo di accompagnarli ai vertici dello sci di fondo.
Com’è maturato l’addio alla Nazionale?
L’addio è frutto di una scelta di chi oggi è responsabile della squadra. Io avevo dato la mia disponibilità a continuare, qualora ci fosse stato un determinato progetto, ma in realtà non si è concretizzato nulla e quindi non ci sono più state le condizioni per proseguire. Più che la decisione in sé, mi è dispiaciuta la forma con cui è stata comunicata. Dal mio punto di vista, dopo anni di collaborazione, chi ha preso questa decisione avrebbe potuto comunicarmela personalmente, anziché farmela apprendere da terzi o dal sito della Federazione. È una cosa che mi ha lasciato un po’ di amaro in bocca. Come ho scritto anche nel mio post, prima ancora dei professionisti ci sono le persone. Per questo penso che una maggiore attenzione nella comunicazione sarebbe stata opportuna. Per quanto riguarda il ritorno alle Fiamme Gialle, è avvenuto anche perché Francesca Baudin, che era allenatrice lì, ha avuto l’opportunità di andare in Nazionale con Cramer. Di fatto ci siamo scambiati i ruoli.
Quale sarà il suo nuovo ruolo nelle Fiamme Gialle?
Sarà un ruolo simile a quello che ricoprivo prima di entrare in Nazionale nel 2020. Sarò allenatore delle Fiamme Gialle e, oltre a questo, avrò anche il compito di responsabile dell’intero settore fondo del gruppo sportivo. È un incarico che mi stimola molto. Non posso che essere grato alle Fiamme Gialle, che mi hanno permesso di vivere 16 anni da atleta professionista e poi 10 da allenatore. Ritorno in un ambiente che considero casa mia.
Come sarà composta la squadra delle Fiamme Gialle?
Abbiamo la fortuna di avere molti atleti inseriti nelle squadre nazionali. Negli ultimi anni i ragazzi cresciuti nel nostro settore giovanile e poi arruolati hanno dimostrato grande valore. Attualmente, nel Gruppo Sportivo abbiamo tre atleti che non fanno parte delle squadre nazionali: due sono stati recentemente arruolati e uno è rimasto fuori dai quadri federali. Il nostro obiettivo sarà quello di riportarli in Nazionale, perché riteniamo che non abbiano nulla in meno rispetto agli altri. Allo stesso tempo, restiamo sempre a disposizione degli atleti che già fanno parte delle squadre nazionali, perché sono comunque ragazzi cresciuti con noi. Inoltre portiamo avanti il progetto della sezione giovanile, composta da ragazzi tesserati ma non ancora arruolati. L’obiettivo è supportare loro, i club e i comitati di appartenenza per ottimizzarne la crescita fino ai vent’anni.
Per gli atleti che puntano al rientro in Nazionale, quale sarà il piano di lavoro?
Quest’anno abbiamo la fortuna di avere due nuovi arruolati, Giandomenico Salvadori e Luca Del Fabbro. Uno dei miei compiti sarà quello di trasmettere loro l’esperienza accumulata in questi anni. Seguiremo una programmazione piuttosto tradizionale, sfruttando le nostre strutture di Predazzo e dello Stelvio. Dal punto di vista logistico siamo messi molto bene perché possiamo utilizzare queste caserme moderne e funzionali senza costi aggiuntivi. Faremo sicuramente un raduno a Oberhof, nel tunnel, nel periodo in cui si allenano anche le squadre nazionali, come avviene ogni anno. Successivamente i ragazzi inizieranno la stagione agonistica con la Coppa Italia a Santa Caterina Valfurva e parteciperanno alle prove di selezione che la Federazione comunicherà nel dettaglio. L’obiettivo sarà prima il rientro nel circuito di Coppa Europa e poi, eventualmente, in quello di Coppa del Mondo.
Come atleta ha partecipato a tre edizioni dei Mondiali oltre ad aver preso parte a varie gare di Coppa del Mondo. Qual è stato il risultato più bello?
Sicuramente il podio nella team sprint a Milano nel 2012 è stato uno dei momenti più emozionanti. Gareggiavamo in casa, c’era tantissima gente ed è stato bellissimo condividere quel risultato con un compagno di squadra. Inoltre arrivava in un periodo in cui la Nazionale non stava ottenendo molti risultati, quindi fu una grande emozione. Poi c’è stato il podio individuale del 2010 a Düsseldorf, che per me fu anche inaspettato. Direi che questi sono i due risultati principali che porto con me. Aggiungerei anche la 50 km di Oslo-Holmenkollen. Non ottenni un risultato memorabile, ma come esperienza personale fu straordinaria. All’epoca si disputava ancora la 50 km a cronometro sul tradizionale giro da 16,6 km. Per me rappresentava l’essenza dello sci di fondo. Conclusi al 31° posto, quindi non fu un grande risultato dal punto di vista sportivo, ma come esperienza personale rimane qualcosa di speciale.
Quanto conta la sua esperienza da fondista per i suoi atleti?
Secondo me è importante. Naturalmente questo non significa che essere stati atleti renda automaticamente dei buoni allenatori. Quando si smette bisogna studiare, aggiornarsi e imparare a vedere l’altra faccia della medaglia. Non tutti hanno la voglia o la possibilità di farlo. Detto questo, aver vissuto determinate situazioni in prima persona aiuta molto. Permette di comprenderle meglio perché le hai sperimentate direttamente. Credo che questo aiuti a capire più facilmente ciò che stanno vivendo gli atleti, sia nei momenti positivi sia in quelli difficili.
Essendo stato allenatore della Nazionale Milano-Cortina 2026, come si è sentito nel vedere alcuni suoi ragazzi partecipare ai Giochi?
È stata una grande soddisfazione. Quel ruolo è particolarmente delicato perché rappresenta il passaggio dalla categoria giovanile a quella assoluta. Nelle categorie Under 20, per gli atleti più forti spesso è tutto relativamente semplice: si confrontano con coetanei e riescono a vincere con continuità. Quando però si passa al livello superiore ci si trova a gareggiare contro atleti di 30 o 35 anni, con molta più esperienza e qualità. Bisogna essere consapevoli che l’arrivo in Coppa del Mondo non è né scontato né immediato. La concorrenza è molto più elevata. La soddisfazione più grande è che tre dei quattro atleti della staffetta olimpica (Elia Barp, Davide Graz e Martino Carollo, NdR) sono passati dal nostro gruppo di lavoro e si sono trovati bene. Al di là dei risultati, è rimasto un ottimo rapporto con questi ragazzi, anche se oggi non li alleno più. Abbiamo sempre cercato di lavorare in un’ottica di lungo periodo, per metterli nelle condizioni di esprimere il massimo del loro potenziale a 23, 25 o 26 anni. Penso, ad esempio, a Elia, che è ancora molto giovane e ha ampi margini di crescita. Ci sono stati anche ragazzi che non sono riusciti a emergere allo stesso livello, ma che hanno comunque fatto parte della Nazionale e che ancora oggi ci ringraziano per il lavoro svolto insieme e per aver cercato di valorizzare al massimo le loro qualità.
