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Combinata , Salto , Sci di fondo

Salto con gli sci, combinata nordica e sci di fondo – Bronisław Czech, l’eroe polacco che provò a sconfiggere il regime nazista

Bronisław Czech © Pagina Facebook Auschwitz Memorial

Il destino sa essere beffardo, soprattutto per chi combatte costantemente e non si arrende mai, nemmeno di fronte alle prepotenze più becere. Un esempio valoroso l’ha offerto Bronisław Czech, talento dello sci nordico, ma in particolare eroe di quella resistenza polacca che provò a resistere all’invasione della Germania hitleriana.

Nato nel 1908 a Zakopane nell’allora Galizia austro-ungarica da Stanisława Namysłowska e Józef Czech, noto ciclista dell’epoca, “Bronek” cresce alle pendici dei Monti Tatra in quella che potrebbe essere una delle più importanti “scuole” di sci nordico dell’area. Bronislaw si diletta così fra sci alpino, sci di fondo, salto con gli sci e combinata nordica, ma è proprio in quest’ultime due specialità che offre il meglio di sé.

Ventiquattro volte campione polacco nelle diverse specialità, piano piano si fa largo anche a livello internazionale prendendo parte a diverse edizioni dei Mondiali, ma soprattutto a tre Olimpiadi Invernali. L’esordio arriva nella seconda edizione dei Giochi a Sankt Moritz nel 1928 dove è decimo in combinata e trentasettesimo nel salto.

La seconda chance arriva quattro anni dopo a Lake Placid dove è settimo nella combinata, dodicesimo nel salto e diciottesimo nella 18 chilometri di fondo. L’anno prima però, fra la fine di gennaio e l’inizio di febbraio, compie un’impresa memorabile: saltando dal trampolino Trampolino Gigante Corno d’Aola di Ponte di Legno, Czech salta 79,5 metri realizzando il nuovo record del mondo. Poco dopo l’atterraggio Bronislaw cade malamente e così il primato non può essere validato seppure alcuni giudici lo ritengano ufficiale.

Le occasioni per far bene insomma non mancano e alle Olimpiadi Invernali di Garmisch-Partenkirchen 1936 si fa letteralmente in quattro ottenendo un sedicesimo posto in combinata, un ventesimo nello sci alpino, un trentantreesimo nel salto con gli sci così come nel fondo e un settimo nella staffetta 4×10 chilometri.

Il meglio di sé Czech lo dà fuori dai campi di gara. Dopo lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale il polacco entra a far parte dell’Esercito Nazionale, deciso a resistere all’invasione tedesca, mentre svolge il ruolo di corriere clandestino sulla rotta Zakopane-Budapest aiutando a fuggire diverse persone e portando messaggi per la Resistenza.

Il 14 maggio 1940, mentre è a casa a dipingere, la Gestapo giunge per arrestarlo e un mese dopo lo invia al campo di prigionia di Auschwitz, un destino accumunato con molti altri atleti polacchi con il timore che possano rafforzare le fila della Resistenza. Gli viene tatuato sul braccio 349 e assegnato al Blocco IV dove prima lavora come falegname e poi in una fabbrica di cucchiai di legno per i detenuti.

Visto il suo grande talento, i tedeschi provano a reclutarlo per addestrare i propri giovani nel mondo sportivo, tuttavia, benché questo gli potrebbe rendere salva la vita, decide di rifiutare. Dal 1942 viene quindi messo a lavorare nel museo del campo dove scolpisce statue in legno per le SS e dipinge acquarelli, riproducendo gli amati Monti Tatra, partecipando al tempo stesso alla rete di resistenza Zwiazek Organizacji Wojskowych organizzata da Rotmistrz Witold Pilecki.

Forte del suo animo così profondo, Czech aiuta una serie di prigionieri del campo, lasciando da parte sé stesso e morendo il 5 giugno 1944 a causa delle terribili condizioni di detenzione. A dare la notizia della scomparsa alla famiglia sarà il suo compagno di prigionia, lo  scultore Xawery Dunikowski, che in una lettera lo ricorderà così: “Sono spiacente di comunicare che suo fratello è morto. Lo conoscevo molto bene. Mi dispiace molto per lui, perché era un uomo giovane e molto gentile. Eravamo in ospedale insieme. È morto improvvisamente accanto a me per un infarto. È successo il 5 giugno alle 12.00. Il momento della sua morte è stato toccante. Eravamo seduti alla finestra, in una bella giornata di sole, davanti alla nostra baracca nel piazzale del campo, gli zingari suonavano delle musiche allegre. Avendo saputo da noi della morte improvvisa del signor Bronisław, hanno smesso di suonare. E in un attimo hanno eseguito la Marcia funebre di Chopin…”.

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