Ha lavorato al fianco di Armin Auchentaller in questi ultimi quattro anni alla guida degli Stati Uniti. Il livignasco Emil Bormetti saluta ora l’allenatore di Anterselva, che lascia la nazionale a stelle e strisce. Lo fa con un finale di stagione che ha regalato un momento bellissimo, il podio nella staffetta mista di Otepää, il primo di sempre per gli USA.
Un risultato che ha ancora più valore perché unisce tutto il gruppo, uomini e donne, ed arriva dopo averlo già sfiorato in passato. «È stata un’emozione indescrivibile – ha detto Bormetti parlando a Fondo Italia mentre il sole illumina il poligono di Holmenkollen – proprio gli underdog che arrivano e si prendono il podio. Vi eravamo arrivati già molto vicini in passato, quella di Nove Mesto era stata una beffa con quel quarto posto. Quella volta il pubblico aveva davvero caricato i cechi nel finale, con Krcmar a vincere lo sprint su Maxime (Germain). Quindi diciamo che questo risultato, se da una parte è stato inaspettato, dall’altra era un po’ nell’aria, ce lo aspettavamo visti i risultati ottenuti quest’anno».
Risultato che ha un valore ancora maggiore se consideriamo che sono state le donne a chiudere la gara. Segno che vi è stata una bella crescita.
«Si, sono migliorate tanto. Diciamo che tutti i nostri staffettisti sono stati bravi, perché ci hanno permesso di essere lì e con un’ottima Deedra (Irwin) abbiamo lanciato Margie (Freed) in testa. Lei è stata fenomenale, perché non era certo facile gestire tutta quella pressione per un’atleta che mai si era trovata a sparare in prima piazzola in un momento decisivo. È stata davvero brava a gestire il tiro, soprattutto in quelle condizioni di vento. Un premio al lavoro di questi anni, non solo nel nostro gruppo, ma già a partire dal Team Environment che fa un grande lavoro e ha contribuito a questo risultato».
Armin Auchentaller lascia la guida della nazionale statunitense. Cosa ha pensato quando glielo ha comunicato?
«Quando me lo ha detto, in un primo momento l’ho invitato a smetterla di scherzare e dire queste cose. Non l’avevo preso sul serio. Soltanto dopo un po’ ho realizzato che stava accadendo davvero. Ancora a Kontiolahti ero lì in skiroom a chiedergli come farò quando avrò bisogno di qualcosa, visto che solitamente mi affido a lui (ride, ndr). A parte gli scherzi, è una grande persona che ci lascia. Armin ha costruito molto in questi anni. Personalmente gli devo tanto, perché mi ha fatto crescere professionalmente e con grande pazienza. Al primo anno dell’ultimo quadriennio si è ritrovato tutta la squadra a suo carico e me come allenatore, che non conosceva e arrivavo con esperienze di altro livello. Oltre ad allenare la squadra ha dovuto formare anche me. Per quello gli devo tanto e gli sarò sempre grato. In futuro ci rivedremo lo stesso, perché ovunque andrà, saremo qui al poligono».
Cosa ha significato per lei lavorare con lui in questi 4 anni?
«Probabilmente, la cosa che ha ci ha fatto legare tanto è che io ho iniziato ad allenare a 21 anni, come ha fatto anche lui. C’è stato subito feeling su questo aspetto, forse gli ho ricordato sé stesso da giovane. Lui mi ha insegnato veramente il biathlon. Io arrivavo da background di ex atleta, che aveva seguito una squadra piccola con gente che aveva iniziato a fare biathlon, tipo Campbell (Wright) 14enne. A livello di Coppa del mondo il lavoro è diverso, più grande. Devo tutto ad Armin. Ho imparato grazie a lui».
Un grande personaggio della vostra squadra è Campbell Wright, apprezzato da tutti anche per la sua simpatia? È sempre così, oppure anche lui ha qualche contraccolpo ogni tanto?
«Diciamo che abbiamo visto la faccia nuova di Campbell dopo il giro di penalità nella staffetta di Kontiolahti. Da lì c’è stato abbastanza un cambiamento nel suo atteggiamento, ma adesso è tornato il solito. Ha fatto fatica a mandare giù quel risultato, perché ha sentito il peso della squadra, era dispiaciuto per Schommer che si è ritirato poi qui ad Oslo e aveva l’ultima chance di podio, oppure per lo stesso Armin (Auchentaller) al quale avrebbe potuto regalare il podio in staffetta, che fortunatamente è arrivato poi dopo. Quella gara ha proprio fatto fatica a mandarla giù, per tre o quattro giorni non era il solito Campbell solare che tutti conosciamo. Lo avevo visto così solo in un’altra occasione, quando arrivò quarto di un soffio agli YOG di Losanna nel 2020 ed era molto demoralizzato. Ma oggi come allora si è ritirato su velocemente».
In generale è soddisfatto della vostra stagione?
«Sono molto contento. Sicuramente per le Olimpiadi c’erano maggiori aspettative. Peccato che la medaglia non sia arrivata. Nella Coppa per Nazioni siamo però riusciti a ottenere dei risultati considerevoli tanto che passeremo da 3 a 4 posti con le donne e da 4 a 5 con gli uomini. Nel complesso c’è stato un grande miglioramento ed è stata una bella stagione».
Si sono visti dei bei passi avanti soprattutto da alcuni giovani.
«Maxime (Germain) per esempio ha avuto un grandissimo finale di stagione. Nelle staffette è stato forse l’atleta più decisivo che abbiamo avuto, facendo sempre delle belle gare. Dopo le Olimpiadi, si è presentato a Kontiolahti con un nuovo calciolo. Solitamente si cambia in estate, ma lui era sicuro così. Alla fine sembra aver avuto ragione lui. Dal lato femminile, direi che nel complesso dei passi avanti si sono visti un po’ da tutte, anche da Deedra (Irwin), che è la più esperta. Lei veniva da due anni non troppo positivi, ma quest’anno si è ben ritirata su anche sugli sci. Di Margie (Freed) abbiamo già detto, ha avuto una crescita impressionante. Luci (Anderson) è andata molto forte sugli sci, mentre al tiro è migliorata ma è ancora incostante. Non dimentichiamoci che fa biathlon da appena tre anni, quindi arriverà anche la costanza».
Ha già deciso quale sarà il suo futuro? Resterà negli Stati Uniti?
«Al momento non c’è nulla di ufficiale, ma ci siamo parlati e l’idea è quella. Certamente la mia intenzione è di restare, spero di proseguire il lavoro fatto in questi anni. Entro poche settimane sapremo».
Armin Auchentaller ha detto che chi prenderà in mano questa squadra avrà la fortuna di guidare un gruppo che tra quattro anni può essere molto competitivo. È d’accordo, ci sono anche altri atleti pronti a inserirsi?
«Sotto qualcuno c’è, perché anche in IBU Cup sono arrivati alcuni bellissimi risultati. In estate lavoriamo con un gruppo grande di 12-14 atleti. C’è gente che ha potenziale, anche se non tutti sono riusciti a qualificarsi per la Coppa del Mondo. Ecco per loro sarà importante farlo, perché fare esperienza nel massimo circuito è fondamentale, solo quando ci vai ti rendi conto del suo reale livello. Conosciamo il potenziale e qualcosa c’è. Tra quattro anni questa squadra può fare bene. Certo le altre squadre non staranno a guardare e bisogna sempre lavorare sodo. Ma questa squadra lo farà, perché ha una bella mentalità».

