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Biathlon – Justine Braisaz-Bouchet spiega la “rottura” con la squadra francese: “Ho sentito un enorme senso di solitudine nel mio progetto sportivo”

Foto Credits: Dmytro Yevenko/Fondo Italia

Justine Braisaz-Bouchet ha deciso di allontanarsi completamente dal sistema federale francese per preparare la prossima stagione in solitaria, lontano dalla squadra nazionale. Una scelta, ufficializzata nei giorni scorsi dalla Federazione francese di sci, maturata dopo mesi difficili e raccontata senza filtri dalla campionessa olimpica francese in una lunga intervista concessa a L’Equipe.

“Per anni ho avuto un funzionamento doppio: uno a casa e uno in raduno”, ha raccontato la 29enne. “Era come voler avere tutto contemporaneamente. Ho cercato di adattarmi alle esigenze di tutti, mantenendo anche le mie, ma senza fare mai delle vere scelte. Poi in primavera, a Oslo, abbiamo fatto il punto della situazione e ci siamo resi conto che questo sistema non funzionava più”.

Braisaz-Bouchet ha spiegato di aver sentito il bisogno di ripensare completamente la propria carriera dopo dodici anni trascorsi nel gruppo di Coppa del Mondo. Alla base della crisi, soprattutto la gestione del tiro, divisa tra il lavoro con il marito Julien Bouchet e quello degli allenatori federali.

“L’anno scorso ho provato a creare un collegamento tra il coaching a casa e quello federale sul tiro, cosa che prima non esisteva. Ma il tiro non funziona più e mi sta consumando troppe energie”, ha ammesso. “Il mio metodo è troppo confuso da anni. Non posso sperare di migliorare e raggiungere i miei obiettivi continuando a lavorare così”.

Anche se non se ne è fatto menzione nel comunicato federale, la transalpina ammette che anche dal punto di vista personale la situazione era diventata sempre più complicata all’interno della squadra e non sempre i tecnici sono stati in grado di gestila. “C’era un approccio ambivalente, anche se cercavo di creare dialogo. Mi sentivo costantemente con un piede in due scarpe. Non ho mai avuto davvero la sensazione di essere completamente integrata nel gruppo, perché avevo questo doppio funzionamento. Capisco gli allenatori della federazione. Per loro è stato complicato allenarmi. Per me la situazione stava diventando persino imbarazzante e se ci si aggiunge anche una squadra che non funziona bene, diventa troppo. Bisognava cambiare”.

Alla fine la scelta è ricaduta sulla famiglia e sul lavoro con il marito: “Julien è il mio punto di riferimento fin dall’inizio. Gli ho sempre chiesto aiuto e ho fiducia in lui. Anche se sono perfettamente consapevole che Cyril Burdet sia un ottimo allenatore. Ma dovevo scegliere”.

La conseguenza di questa decisione sarà una preparazione completamente indipendente. Pur continuando a considerarsi parte della squadra francese, la pluricampionessa mondiale lavorerà senza il supporto federale. Gran parte dell’estate verrà trascorsa in Norvegia, scelta che conferma la volontà di costruire un ambiente di lavoro totalmente differente rispetto agli anni passati. “Quest’anno funziono completamente da sola. Pago le mie trasferte, il mio materiale, non ho alcun aiuto”.

Alla base della rivoluzione personale c’è anche una stagione olimpica vissuta con enorme sofferenza. “Alla fine dell’inverno mi sono ritrovata senza punti di riferimento, senza energie e senza aver raggiunto i miei obiettivi. Avevo investito nella preparazione come mai prima: tra il primo luglio e il 25 marzo sono stata a casa solo quindici giorni. È stata una catastrofe” spiega, non nascondendo le difficoltà sul piano mentale: “A marzo non trovavo più soluzioni, avevo il morale a terra. Mi ha colpito soprattutto la mancanza di energia e un enorme senso di solitudine nel mio progetto sportivo”.

Tra gli episodi che l’hanno segnata maggiormente c’è stata la mancata convocazione per la staffetta mista olimpica nonostante la vittoria nell’individuale di Nove Mesto poco prima dei Giochi. “Sono tornata a casa molto arrabbiata. Mi sono sentita un po’ tradita perché avevo l’impressione che certe decisioni fossero già state prese da tempo”. Una situazione che ha portato le Olimpiadi a essere il punto più basso della sua crisi sportiva: “Sono arrivata ai Giochi stanca, arrabbiata e sotto pressione anche per questioni extra sportive. Alla fine è stata una delusione dopo l’altra. Avevo la sensazione di essere soltanto spettatrice del mio declino sportivo. Mi sono sentita davvero sola. Mentalmente non stavo bene. Sportivamente non trovavo soluzioni, avevo il morale sotto i piedi e anche fuori dallo sport era difficile. Per questo dovevo cambiare”.

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