Hannah Auchentaller abbraccia forte Mirco Romanin al termine dell’inseguimento di sabato. Gli occhiali da sole a nascondere qualche lacrima, mentre il tecnico friulano sorride, contraccambia l’abbraccio, scherza un po’ ma il volto è chiaramente emozionato. Arriva Rebecca Passler e si unisce in un abbraccio collettivo, forte, lungo. L’ultima gara assieme, dopo un lungo percorso partito dalle categorie giovanili e arrivato in Coppa del Mondo, tra momenti bellissimi ed ovviamente anche qualche duro colpo. Abbraccio che sa di gratitudine per il percorso fatto, consapevolezza di un bel lavoro svolto assieme.
Insieme a Jonne Kähkönen infatti, giovedì scorso anche Mirco Romanin aveva annunciato il suo addio alla squadra azzurra femminile. Proprio sabato mattina, alla vigilia dell’inseguimento, l’allenatore di Forni Avoltri ci ha incontrato fuori dall’area riservata alle squadre. “Ho una cosa da comunicarvi”.
Romanin ha quindi annunciato il suo addio alla nazionale azzurra, che vi avevamo già riportato sabato mattina. «Questi sono i miei ultimi giorni in Coppa del Mondo – ha detto Mirco Romanin – almeno in questa fase, poi non si potrà mai dire in futuro. Provo un mix di emozioni. Da una parte sono contento, perché è stata una mia richiesta, in quanto la mia priorità in questo momento è la famiglia. Nell’ultimo periodo, assieme alla mia compagna abbiamo visto che sarebbe stato meglio accorciare un po’ il mio impegno da allenatore, che mi porta a stare tanti giorni fuori. L’ho proposto al dt Klaus Höllrigl e lui ha accettato ben volentieri».
Abbandonerà completamente o resterà nel biathlon?
«Ho dato la mia disponibilità ad andare comunque avanti a lavorare con la Federazione, ma con meno impegno. Nel prossimo periodo si vedrà se mi verrà affidato un nuovo ruolo e quale sarà».
Ci può descrivere com’è stato comunicarlo alla squadra?
«È stato un momento molto intenso, negli ultimi otto anni con alcune di loro ho passato più tempo che con la mia famiglia. Per me era una seconda famiglia. Alcune di loro lo avevano già intuito, altre meno. È stato un po’ un colpo per tutte, si è vista tanta emozione. Sicuramente lo porterò nel cuore, un momento triste che mi ha fatto capire che comunque qualcosa ho lasciato. Al di là dell’aspetto professionale, c’era un bellissimo rapporto umano che non è scontato».
Con alcune di loro aveva lavorato anche nella nazionale juniores, oltre che nei suoi 5 anni di nazionale femminile.
«Si, diciamo che del gruppo attuale, soltanto Michela (Carrara) era già in squadra B quando io allenavo gli juniores. Rebecca (Passler) ha fatto tutti gli ultimi otto anni con me, la stessa Michela questi cinque consecutivamente. Hannah (Auchentaller) l’ho avuta con me a lungo, ma come Sammy (Comola), le due Trabucchi ed altre. Abbiamo passato tanto tempo assieme, ne abbiamo viste di tutti i colori e ci siamo anche tolti delle belle soddisfazioni. È stato un bel percorso, una bella parte di vita sportiva professionale e umana. Le ringrazio per questi anni assieme».
Ci dica il momento per lei più bello e quello più difficile di questi anni.
«Inizio da quello più difficile. Senza dubbio la sospensione di Rebecca (Passler), arrivata alle porte dell’evento olimpico in casa, che avevamo tanto preparato. È stata una sberla morale grande per me, per tutto il team e soprattutto per lei. Fortunatamente si è risolta bene al momento. Speriamo si chiuda al meglio».
È i momenti belli?
«Direi tantissimi. Sicuramente le gare di squadra sono le cose più belle per noi allenatori, perché quando si ottiene un risultato lì significa aver fatto proprio un ottimo lavoro di gruppo e aver creato il giusto amalgama. L’oro in staffetta al Mondiale di Oberhof rimarrà tra i miei pensieri come uno dei momenti più belli e indimenticabili nella mia carriera d’allenatore. Anche la vittoria della Coppa del Mondo da parte di Lisa è stata una cosa straordinaria, così come sono indimenticabili anche le Olimpiadi in casa».
Anche perché lei era al fianco di Lisa Vittozzi quando l’azzurra era in difficoltà a Pechino.
«Con Lisa ho vissuto tanti momenti molto alti ma anche molto bassi, nei quali ho cercato di starle vicino sempre. Penso di esserci riuscito. Ho parlato con lei anche in questi giorni, ha capito benissimo la mia scelta. Penso sia grata di quanto vissuto assieme».
Ci può parlare del suo rapporto con Jonne Kähkönen?
«Devo dire che Jonne è stato un grande professionista. Non lo conoscevo prima e quando è arrivato era quindi un punto di domanda. Lui si è rivelato fin da subito un grande tecnico e soprattutto una grande persona. Ho passato dei bellissimi momenti di vita e anche tempo libero assieme a lui. Ci siamo divertiti. Tra un mese andrò a trovarlo in Lapponia e passeremo insieme una settimana con le nostre famiglie per chiudere in bellezza questo cerchio di quattro anni. Sono convinto che si toglierà altre grandi soddisfazioni nel suo futuro professionale. Lo ringrazio come tutto lo staff per questi anni bellissimi.
Se ci pensate con Fabio (Cianciana) ed Edo (Mezzaro) siamo partiti otto anni fa negli juniores e ci ritroviamo qui a Holmenkollen. È stata una bella chiusura di questo ciclo di 8 anni, che ho vissuto con dei tecnici con cui siamo partiti assieme e arrivati assieme. Lascio nel migliore dei modi».
Nei suoi anni alla guida della nazionale juniores aveva anche avuto modo di lavorare con Tommaso Giacomel e Didier Bionaz, che ha ritrovato poi qui in nazionale, seppure ovviamente nell’altro gruppo.
«A Tommy ho voluto dare subito la notizia del mio addio telefonicamente, mentre con Dido l’ho fatto qui di persona. Sono felice che Didier sia tornato a fare una gara di buon livello, nonostante non fosse in ottime condizioni di salute. Al tiro ha ritrovato quello che può fare sempre. Tommaso quest’anno e anche negli anni scorsi ha fatto vedere di che pasta è fatto. Lui è l’esempio di come bisogna crescere dalle categorie giovanili fino alle assolute sia come allenamento che come predisposizione mentale a quello che è il lavoro. Lui è l’atleta perfetto. Se penso alla sua storia, credo che bisognerebbe scrivere un libro su quella che è stata la sua formazione, il suo percorso in questi anni. Sicuramente nei prossimi farà molto bene».
Un’altra grande soddisfazione se l’è tolta quest’anno con suo fratello Nicola, che ha anche allenato. Ci racconti cosa ha significato per lei vederlo arrivare e stabilirsi ad alto livello?
«Quella di Nicola è una storia sportiva davvero bella, a 32 anni non ha mai passato un giorno della sua carriera nelle file della nazionale. 3 anni fa l’ennesima batosta di non poter più stare al centro sportivo di Courmayeur, e quella assieme alla nascita di suo figlio Leonardo è stata la chiave di volta per provare a dimostrare a sé stesso, e anche gli altri, che credendoci e mettendoci del proprio, si possono fare belle cose.
Io l’ho accompagnato in questi 3 anni facendogli il programma atletico e indicandogli le migliori sedute per far biathlon, il resto se l’è gestito lui, ed è stato la dimostrazione che l’autonomia sia una caratteristica importante che l’atleta deve sviluppare nel corso della sua formazione».
Che margini di miglioramento vede nel gruppo femminile?
«Nel corso della riunione in cui abbiamo comunicato che non ci saremo più, il mio messaggio per loro è stato che dovranno fidarsi al cento per cento di chi arriverà, perché senza fiducia non si va da nessuna parte. Soprattutto in questo ultimo anno, ho visto un miglioramento nell’approccio al lavoro, che è una cosa importante. Su questo aspetto devono ancora migliorare molto, quindi margini ce ne sono di sicuro. Loro stesse dovranno essere responsabili del proprio processo di crescita, non solo i tecnici che le seguiranno. Loro in primis dovranno impegnarsi ancora di più. Sicuramente, considerate le loro età, le prossime Olimpiadi sono le loro. Lo sanno e sono consapevoli di questo. Auguro a loro e a tutta la squadra di raggiungere le tante grosse soddisfazioni che hanno nelle corde».

