Alla fine di una stagione fatta di alti (molto alti) e bassi – momenti difficili da affrontare al di là del risultato – Tommaso Giacomel racconta dall’interno il biathlon, uno sport invernale in cui si passa dal caos alla quiete nel giro di pochi secondi. Il finanziere classe 2000, ormai presente del circuito internazionale, riconosciuto da tutti come uno degli atleti da battere, ha condiviso ospite del podcast Somamentis (registrato però ad inizio della stagione olimpica) una riflessione lucida e profonda su cosa significhi davvero competere ad altissimo livello. A partire da una domanda tanto semplice quanto complessa: quanto conta la mente?
“È una domanda difficile – spiega – credo per ogni sport, ma specialmente nel mio. Il biathlon è uno sport ibrido: combina potenza fisica, capacità motorie, tattica e tecnica sugli sci, ma anche una componente estremamente mentale e tecnica come il tiro. Direi un 50-60%, ma dipende dal momento. Ci sono periodi in cui tutto viene facile e sembra contare meno, ma è solo una percezione. Nei momenti difficili invece la testa diventa fondamentale.”
Una transizione che, per chi osserva da fuori, all’inizio può essere spiazzante, ma per chi la vive, invece, diventa routine. “Ormai la vivo bene, ma non è mai uguale. Ogni gara è diversa, imprevedibile. Puoi passare da davanti a dietro nel giro di un attimo.”
Proprio per via di questa imprevedibilità, è importante imparare a gestire mentalmente le giornate no e i risultati non convincenti; un passaggio fondamentale nella crescita dell’atleta, che va oltre gli aspetti più atletici. Il trentino non nasconde che in passato ha vissuto momenti difficili in questo senso: “In passato vivevo male le gare negative, poi ho capito che il biathlon non è tutta la mia vita le delusioni passano più velocemente. Mi dispiace, però dentro di me penso, ormai, che se mi arrabbio non serve a niente, spreco solo energie che dovrei dedicare al recupero e a pensare alla prossima gara, quindi adesso la vivo in maniera serena, per quanto possa essere arrabbiato, però tempo un’ora, due, tutto di nuovo è come prima e penso alla prossima”.
Oggi l’approccio è completamente diverso, e tutto grazie ad uno dei momenti più duri da mandare giù, l’inizio della passata stagione, quella 2024/25, quando i risultati stentavano ad arrivare nonostante l’evidente crescita sugli sci a cui non si accompagnava lo stesso rendimento al poligono: “Andavo forte sugli sci ma sparavo male. Ho capito che ero troppo focalizzato sul risultato invece che sul processo. Da lì ho cambiato approccio. La svolta è arrivata con una staffetta a Ruhpolding. Ho fatto una grande prestazione e da lì è iniziato il periodo migliore della mia carriera, con tanti podi consecutivi.”
Il segreto, per Giacomel è “restare umile e fidarti del tuo team. Io mi sono fidato degli allenatori e ho trovato il flow”; il team, spiega, conta “tantissimo. Non siamo mai soli. È uno sport individuale ma si lavora in squadra.”
E qui entra in gioco la figura di Andrea Zattoni, che accanto a Fabio Cianciana dietro al cannocchiale, cura la parte atletica della squadra maschile di Coppa del Mondo: “Io ho avuto la fortuna mondiale di incontrare una persona come come Zat lungo il mio percorso e devo dire che è una cooperazione, relazione, chiamiamola come vogliamo, che sta funzionando molto bene. Secondo me siamo tanto diversi io e lui, ma anche in un certo senso mi ci rivedo anche un po’ in lui perché siamo due persone con due caratteri tosti e impegnativi, quindi a volte capita anche che ci che ci becchiamo, magari quando le cose non vanno benissimo. Quindi è come uno zio, quando le cose non vanno tanto bene è anche un po’ difficile magari guardarci sorridendo, però negli anni abbiamo imparato entrambi a sicuramente a conoscerci meglio e anche a dirci le cose come stanno e credo che quello sia fondamentale per entrambi perché comunque io voglio diventare un atleta e una persona migliore. A lui devo tantissimo.”
Altrettanto importante, non limitarsi a vivere nella bolla dello sport 24 ore al giorno.
“Forse per alcuni è possibile, ma credo che sia completamente controproducente perché, quando arrivi al top, come magari sono io o anche tanti altri ragazzi, comunque subentrano anche le aspettative, secondo me, in primis, della persona stessa. E conviverci secondo me non è difficile, però ti ci devi abituare. E avere anche qualcosa al di fuori dello sport, secondo me, è vitale. È come una persona normale che lavora 8-10 ore al giorno. Io mi auguro che ogni persona abbia un hobby e qualcos’altro da fare al di fuori del lavoro, perché sennò alla fine batti sempre lo stesso chiodo e credo che a lungo andare possa diventare anche noioso.”
In fine, un consiglio ai giovani che si avvicinano allo sport: sperimentare e divertirsi.
“Consiglierei di impegnarsi nel nel fare il proprio sport o più sport, perché credo che in età giovanile comunque essere monodisciplinari sia una follia ed estremamente limitante, viste le capacità coordinative che si possono sviluppare nella tenera età. E di divertirsi più che altro. Impegno e divertimento sono due cose su cui faccio faccio perno anch’io tutt’ora, perché mi mi impegno tanto nel mio sport, però mi diverto anche molto e credo che il giorno in cui non proverò più piacere o comunque divertimento nel far biathlon sarà sarà il giorno in cui deciderò di smettere, probabilmente.”

