La preparazione di un giovane fondista non passa soltanto dall’allenamento tecnico e fisico. In una fase delicata del percorso agonistico come quella delle categorie giovanili, la fisioterapia assume un ruolo fondamentale, anche e soprattutto in ottica preventiva: conoscere le caratteristiche di ogni atleta, individuare “i punti deboli” e insegnare ai ragazzi ad ascoltare il proprio corpo significa porre le basi per una carriera sportiva più consapevole e duratura.
A raccontare il lavoro svolto durante i raduni delle squadre italiane giovanili di sci di fondo è Barbara Bigoni, fisioterapista delle squadre giovanili, che opera in stretto contatto con Davide Perrucchini, Responsabile Fisioterapisti e valutazione del settore giovanile, e con Francesca Siccardi che opera nel settore juniores.

Buon pomeriggio, ci incontriamo in occasione di uno dei primi raduni della squadra U20 tra Abruzzo e Molise. La domanda è spontanea: da dove parte il lavoro del fisioterapista quando prende in carico degli atleti così giovani?
«In età giovanile è importante avere un quadro valutativo ben fatto. L’obiettivo dei primi raduni, in accordo con il coordinatore fisioterapico Davide Perrucchini, è inquadrare ogni singolo atleta e capire quali sono, dal punto di vista fisico, le sue leve di forza e quali invece i punti deboli. L’obiettivo è cercare di non creare quei sovraccarichi tipici dell’atleta fondista e quindi prevenire dolori e disturbi che potrebbero compromettere la preparazione fisica e poi incidere negativamente durante la stagione».
Nello specifico, quali sono i “punti deboli” più frequenti che riscontrate? Ci sono parti del corpo che richiedono particolare attenzione?
«In generale, con “punti deboli” intendiamo le difficoltà che riscontriamo in alcuni distretti corporei o in determinate articolazioni, in termini di mobilità, forza, esplosività, coordinazione e controllo motorio in generale. A noi piace definirli con i ragazzi come “aree di miglioramento”. Una volta terminata la valutazione, infatti, diventano oggetto di lavoro soprattutto durante i mesi estivi.
Ogni ragazzo è un po’ a sé: la propria storia clinica e anche eventuali traumi precedenti incidono sulla probabilità di avere maggiori difficoltà, per esempio, a livello della caviglia o dell’anca.
In generale, nei giovani fondisti poniamo molta attenzione alla caviglia e al ginocchio nella corsa mentre per quanto riguarda lo skiroll, l’articolazione che valutiamo e teniamo maggiormente sotto controllo è la spalla e la componente tendinea di queste articolazioni. Con l’aumento graduale dei carichi di allenamento cresce anche la necessità di monitorare queste zone, proprio per evitare che si sovraccarichino».
Ci sono differenze specifiche tra ragazze e ragazzi?
«Sicuramente tra ragazzi e ragazze c’è differenza, la più visibile è in termine di trofia muscolare mentre a livello di capacità motorie abbiamo un gruppo omogeneo. C’è poi anche l’aspetto legato alla conoscenza e alla gestione della fisiologia femminile: è importante capire quali possono essere le difficoltà specifiche e aiutare le ragazze a gestirle nel modo migliore, normalizzando questi aspetti».
C’è poi anche l’aspetto più umano da tenere in considerazione. Quanto può essere d’aiuto una presenza femminile come la sua in gruppo di ragazzi così giovani?
«Avere una figura di riferimento sia femminile è certamente importante. Abbiamo a che fare con atleti e atlete in un’età in cui può essere più facile creare un legame e offrire anche un supporto emotivo. A volte il ragazzo o la ragazza si lascia andare maggiormente proprio quando è sul lettino, sdraiato, e deve mollare tutte le tensioni e le sensazioni accumulate durante l’attività sportiva».
Durante un raduno quanto tempo viene dedicato alla fisioterapia rispetto agli allenamenti e come cambia il lavoro tra l’estate e la stagione agonistica invernale?
«Oggi la fisioterapia sportiva ci insegna che fisioterapia e allenamento sono strettamente correlati. Non esiste quindi un vero e proprio limite di tempo tra l’una e l’altro, perché le due cose si intrecciano. Questo è anche un concetto che vogliamo trasmettere ai ragazzi.
Non esiste, in pratica, fare un allenamento senza prima un’attivazione. E quella che possiamo chiamare fisioterapia comprende anche il fatto di riscaldarsi bene, di prendersi cura di sé. L’allenamento, nel suo complesso, è quindi anche fisioterapia e viceversa.
Se invece intendiamo il trattamento fisioterapico sul lettino, ogni ragazzo ha a disposizione circa un’ora al giorno di lavoro individuale.
Durante l’estate è maggiormente presente un lavoro globale di educazione dei ragazzi all’esercizio terapeutico e a tutti gli strumenti che possono essere utilizzati anche durante l’allenamento. Durante la stagione invernale, invece, ci concentriamo soprattutto sugli scarichi e sul recupero post-gara: in quel periodo diventa quindi più importante il nostro lavoro, con un maggiore ricorso al trattamento sul lettino e alla fisioterapia classica».
I tecnici del settore giovanile indicano la formazione tra gli obiettivi degli atleti: quanto è importante insegnare ai giovani ad ascoltare il proprio corpo?
«Anche nel nostro ambito è importante parlare di obiettivi formativi, a mio parere è forse l’obiettivo fisioterapico più affascinante, che può lasciare di più un segno negli atleti. Nell’atto pratico è importante sì insegnare l’oro ad ascoltare il proprio corpo, ma anche integrare fisioterapia e allenamento per stare bene, prevenire infortuni ma soprattutto esprimersi al loro massimo.
L’obiettivo finale, che è condiviso da tutto lo staff, è renderli il più autonomi possibile.
I ragazzi devono sperimentare quanto sia importante lavorare sulle proprie “aree di miglioramento” anche in autonomia, imparando ad ascoltarsi, così da poter essere un domani più critici e consapevoli nel capire quando qualcosa non va. Ad esempio, devono comprendere che se un esercizio ha funzionato in passato non sarà ancora necessariamente quello giusto a distanza di anni. La propria condizione cambia e bisogna imparare a valutare ciò di cui si ha bisogno in quel momento.
L’autonomia è quindi uno dei nostri obiettivi principali, insieme all’allontanamento dell’idea che il solo trattamento passivo, quindi la fisioterapia passiva, possa portare a un miglioramento della performance. Si tratta di un lavoro è condiviso da tutto il gruppo dei fisioterapisti: io, la mia collega Francesca Siccardi, che segue il settore juniores, e Davide Perrucchini, che guida e coordina questo percorso».
