Quando è davvero il momento giusto per dire basta? È una delle domande più complesse nella carriera di un atleta, e nel biathlon – sport che richiede dedizione totale – la risposta è spesso tutt’altro che semplice.
Con la stagione 2025/2026 ormai al termine, tre grandi protagoniste del recente passato come Marte Olsbu Roeiseland, Weronika Nowakowska e Paulina Batovska-Fialkova hanno condiviso la loro esperienza, offrendo uno sguardo profondo su uno dei passaggi più delicati della vita sportiva.
Per tutte e tre, il ritiro non è legato a risultati o classifiche, ma a una consapevolezza personale. “Bisogna sentirlo con il cuore”, ha spiegato Roeiseland, che ha scelto di prolungare di un anno la propria carriera dopo aver inizialmente pianificato il ritiro post-Olimpiadi. Una decisione che le ha permesso di vivere le ultime gare con maggiore serenità.
Sulla stessa linea Nowakowska: “Bisogna essere in sintonia con se stessi. Quando non c’è più entusiasmo o smetti di sognare risultati, forse è il momento giusto”. Un concetto ribadito anche da Batovska-Fialkova, che ha recentemente chiuso la sua carriera: “Se il biathlon fosse solo competizione, continuerei. Ma gli allenamenti sono durissimi e non mi mancheranno”.
Uno dei segnali più chiari arriva quando la vita fuori dallo sport diventa centrale. Batovska-Fialkova, diventata madre, ha raccontato con grande lucidità questa fase: “Ho capito che volevo essere prima di tutto una madre e poi una biathleta. Non riuscivo più a dare il 100%”.
Un aspetto condiviso anche da Roeiseland, che ha ammesso come nel finale di carriera fosse difficile mantenere il livello richiesto dal biathlon moderno: “L’80% non è abbastanza. Ci sono troppe atlete forti”.
Tra i consigli più importanti emerge quello della preparazione alla vita post-carriera. Nowakowska ha sottolineato come avere un progetto parallelo sia fondamentale: “Ho iniziato a costruire qualcosa fuori dallo sport già durante la carriera. Questo mi ha dato stabilità quando ho smesso”. Un passaggio spesso sottovalutato, ma decisivo per affrontare il cambiamento senza traumi.
Il ritiro porta con sé anche una crisi identitaria. “Molti atleti continuano troppo a lungo perché hanno paura della vita normale”, ha spiegato Nowakowska. “Essere un atleta è parte della nostra identità, ma non può essere tutto”. Una riflessione che evidenzia quanto il passaggio alla “seconda vita” sia complesso quanto una gara olimpica.
Il ritiro, però, non è un addio definitivo. Roeiseland e Nowakowska sono oggi commentatrici televisive, mentre Batovska-Fialkova guarda al futuro con l’idea di restare nel movimento, magari supportando le nuove generazioni. “Rimarrò nel biathlon in qualche modo”, ha detto la slovacca. “Ma prima voglio godermi la tranquillità, stare a casa con la mia famiglia”.
In fondo, il messaggio è chiaro: il ritiro non è una fine, ma un passaggio. Un cambio di prospettiva, che porta dalle piste alla vita quotidiana, senza perdere il legame con uno sport che resta parte fondamentale del proprio percorso. Perché, come dimostrano queste tre campionesse, il biathlon non si lascia davvero mai: cambia solo il modo di viverlo.

