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BIathlon e sci di fondo – Océane Michelon e Mathis Desloges, tra sogni realizzati e nuove ambizioni: “Non ci resta che pensare al 2030”

© Dmytro Yevenko

Due talenti della stessa generazione, due percorsi diversi ma paralleli, un’identica fame di successo. Océane Michelon e Mathis Desloges, entrambi classe 2002, sono stati tra i grandi protagonisti della stagione olimpica 2026 e si candidano a diventare volti simbolo dei Giochi del 2030 sulle Alpi francesi.

Ai Chronos d’Or di Annecy, la tradizionale cerimonia che celebra i migliori atleti dello sci francese, i due si sono ritrovati per un’intervista doppia informale ma ricca di spunti, ripercorrendo il cammino verso le medaglie e proiettandosi già verso il futuro.

Michelon, biathleta due volte campionessa olimpica, e Desloges, fondista tre volte argento olimpico e vincitore del Chrono d’Or nello sci nordico maschile, rappresentano una generazione che ha bruciato le tappe… ma con sorprendente lucidità.

Alla domanda se si aspettassero un’Olimpiade così positiva, le risposte mostrano due approcci diversi ma complementari.

Michelon racconta un percorso costruito con pazienza: “Per essere la prima volta, non necessariamente. Come squadra siamo andati lì per vincere medaglie, ma a livello personale volevo soprattutto vivere l’esperienza, scoprire l’atmosfera e restare me stessa”.

Un processo non immediato: “Non ho gareggiato nella prima settimana. Ho avuto bisogno di tempo per adattarmi, per entrare nella giusta mentalità. È stato un percorso fatto di pazienza e lavoro, più che di aspettative”.

Desloges, invece, sottolinea l’ambizione collettiva: “Ci siamo preparati tutti per questo. Volevamo vincere medaglie. Ma tra pensare di poterlo fare e riuscirci davvero c’è sempre un divario”. E aggiunge:
“Alla fine abbiamo portato a casa dei risultati, quindi il lavoro è stato fatto. Quando finisce così, è incredibile”.

Entrambi sono d’accordo su un punto fondamentale: alle Olimpiadi non si va per “imparare”.

“Quando sei selezionato per i Giochi, è per vincere medaglie. Non può essere solo un’esperienza in vista del futuro”, sottolinea Desloges.

Negli ultimi due anni, entrambi hanno vissuto un’ascesa importante nel circuito.

“Sì, le cose sono andate veloci”, ammette Desloges. “Ma al ritmo giusto. Tra un top 30, un top 20 e una medaglia olimpica, tutto può cambiare rapidamente”. E il vero salto di qualità arriva nei dettagli: “È nell’esperienza, nelle decisioni che si prendono in gara, che si fa la differenza tra un top 10 e un medagliato”.

Michelon riporta il tutto a una dimensione più emotiva: “È quello per cui siamo qui. Abbiamo sempre sognato i Giochi, di fare bene in Coppa del Mondo. Ed è incredibile poter vivere tutto questo adesso”.

Se c’è un momento che riassume la loro esperienza olimpica, è la staffetta. E la risposta è unanime.

Per Desloges: “La medaglia nella staffetta è il momento più bello della mia vita. È il risultato di tutto il lavoro fatto insieme, di tutti gli allenamenti di squadra”.

Un’immagine indelebile: “Quando Victor Lovera ha tagliato il traguardo ed è saltato tra le nostre braccia con la bandiera… quei pochi secondi spiegano perché facciamo tutto questo”.

Michelon racconta una scena altrettanto intensa: “Il momento in cui Julia Simon ha sparato gli ultimi colpi. Eravamo tese, ma non troppo. Poi l’ultimo bersaglio è caduto e ci siamo abbracciate”.

E ancora: “Quando ha tagliato il traguardo ci siamo girate verso il pubblico e abbiamo visto le nostre famiglie. Le nostre madri, che si erano soprannominate ‘le mamme olimpiche’… è stato un momento incredibile”.

Un passaggio che diventa riflessione: “Le medaglie nelle staffette sono quelle che uniscono di più, perché rendono felici tutti”.

Il successo olimpico cambia inevitabilmente qualcosa, ma senza stravolgere l’identità.

Desloges: “La mia vita non è cambiata. Sono sempre la stessa persona. Ma ha avuto un impatto: nel mio ruolo nella squadra, con i giovani, con il club. Forse ora vengo ascoltato un po’ di più. Ma sono felice di poter condividere tutto questo”.

Michelon: “Le cose sono cambiate nel senso che ci sono più richieste, più aspettative. Ma restiamo gli stessi, con gli stessi sogni”. E aggiunge un concetto chiave: “Ti spinge semplicemente ad andare ancora oltre”.

I Giochi Olimpici sulle Alpi francesi sono già nella loro mente.

Michelon: “Certo che ci pensiamo. Saranno in Francia, quindi hanno ancora più significato. Se ne parla molto, è impossibile non pensarci. È un obiettivo, un punto di riferimento nel tempo. Ma c’è ancora tanto da costruire prima”.

Desloges riflette invece sulla velocità con cui cambia tutto: “Dopo la prima medaglia ti chiedono subito se vincerai ancora. Poi se nel 2030 saranno d’oro. È strano: sei sempre proiettato nel futuro e fai fatica a vivere il presente”.

Ma la direzione è chiara: “Se torni da un’Olimpiade con delle medaglie, naturalmente vuoi fare meglio alla successiva”. E conclude: “L’obiettivo è arrivare al 2030 con tutti gli strumenti per vincere il più possibile”.

Il filo conduttore dell’intervista è la mentalità.

Michelon lo sintetizza perfettamente: “Quando raggiungi qualcosa, pensi subito: perché non provarci ancora?”. E rivolgendosi a Desloges: “Vogliamo sempre di più. Non vogliamo porci limiti”.

Dopo una stagione così intensa, arriva il momento di staccare, ma solo per poco.

Michelon: “Niente neve! Niente sport (ride)”.

Desloges: “Sì, lontano dalla neve, magari in spiaggia, con la famiglia. Per smettere di pensare all’allenamento”.

Michelon chiude con una frase che racconta tutto: “Così torneremo ancora più affamati”.

Michelon e Desloges non sono più promesse: sono già protagonisti. Le medaglie del 2026 sono solo il primo capitolo. Il 2030 è già nella loro testa. E la sensazione è che il meglio debba ancora arrivare.

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