Nel corso della lunga intervista concessa a L’Equipe, Justine Braisaz-Bouchet non ha parlato soltanto della scelta di allenarsi fuori dalla squadra francese e delle difficoltà sportive dell’ultima stagione. La campionessa olimpica e mondiale ha affrontato apertamente anche il peso umano lasciato all’interno del gruppo femminile dal caso di frode che ha interessato Julia Simon, vicenda nella quale la giustizia l’ha riconosciuta come vittima.
La biatleta savoiarda ha descritto un ambiente diventato estremamente complicato da vivere negli ultimi anni. “I raduni e i ritiri sono stati duri dal punto di vista umano”, ha spiegato, parlando apertamente di“una squadra disfunzionale”: “Nel gruppo femminile ci sono fazioni e c’è una rassegnazione mostruosa all’interno della squadra. Questa è la sensazione che ho avuto”.
Braisaz-Bouchet ha poi raccontato quanto sia stato pesante convivere con la situazione per anni senza mai esporsi pubblicamente: “Per tre anni sono rimasta in silenzio, non ho detto nulla. Pensavo che alla fine la verità sarebbe emersa”. Tuttavia, anche dopo l’arrivo delle sentenze – sia nella giustizia ordinaria che sportiva, la francese ha avuto la sensazione che nulla fosse realmente cambiato. “Quando la giustizia ha preso una decisione mi sono resa conto che non è cambiato niente”, ha dichiarato. “Normalmente non esistono azioni senza conseguenze. Non si può agire senza assumersene le responsabilità. Per me non è possibile”.
La 29enne ha quindi espresso il disagio provato all’interno di un ambiente molto ristretto come quello della biathlon family:“Viviamo in un mondo in cui tutti si conoscono. È una piccola realtà, come una piccola azienda, passiamo tantissimo tempo insieme e condividiamo emozioni molto forti. Eppure io non mi sono sentita considerata”.
Secondo Braisaz-Bouchet, l’attenzione pubblica si concentra troppo spesso sulla persona accusata, dimenticando chi ha subito le conseguenze della vicenda: “Si guarda sempre alla persona accusata, ma non si parla mai delle vittime. La società potrebbe funzionare diversamente”.
Nonostante il peso della situazione, la francese ha spiegato di non aver quasi mai affrontato apertamente l’argomento con lo staff tecnico della nazionale, una scelta legata anche alla volontà di proteggere la propria carriera sportiva: “Ne abbiamo parlato pochissimo. Non ho mai voluto disturbare. Mi sono confidata con le persone vicine a me, avevo bisogno di sfogarmi, ma mai con lo staff. Volevo mantenere i rapporti sul piano della performance, perché sentivo che fosse l’unico modo per proteggere la mia carriera. A volte se ne parlava, ma non c’erano risposte”.
Le difficoltà vissute all’interno del gruppo hanno contribuito alla decisione di cambiare radicalmente approccio e prepararsi fuori dal sistema federale. “Mi sento ancora in forma”, ha assicurato la francese. “Oggi però ho bisogno di trovare la mia identità nel tiro. Sono testarda, mi sono chiusa mentalmente sul tiro. Molte persone hanno provato ad aiutarmi, ma ero troppo concentrata sul controllo e sulla paura di sbagliare. Lavorerò come una pazza e proverò a liberarmi mentalmente”.
La decisione di lasciare il gruppo federale appare quindi legata non solo a motivi tecnici, ma anche a un profondo disagio umano accumulato negli ultimi anni: “Non potevo più funzionare all’interno di un gruppo che non funzionava, cercando continuamente di adattarmi a tutti e volendo troppo che le cose andassero bene. Non funzionava”. Nonostante tutto, però, l’idea del ritiro non è mai stata presa in considerazione: “Non si trattava di smettere. Amo troppo questo sport”.
